Mettere per iscritto riflessioni sull’arte della traduzione non è mai semplice. È una materia talmente vasta — “ein zu weites Feld” come amava ripetere Herr von Briest nel capolavoro di Fontane — che meriterebbe di essere affrontata anche con altri articoli. Stavolta vorrei porre l’accento sulla pratica della traduzione, non intesa come atto traduttivo in sé, ma proprio come possibilità di praticare il mestiere del traduttore vivendo di questa professione. In particolare vorrei brevemente soffermarmi su quanto viene riportato in uno studio della DGT (Directorate general for Translation) intitolato “The status of the Translation Profession in the European Union” (ovvero, lo status della professione del traduttore nell’Unione Europea).

Lo studio prende in esame la situazione lavorativa dei traduttori di alcuni stati membri. Ovviamente è stata dedicata un’attenzione particolare alla categoria dei traduttori giurati, ma sono stati riportati anche dei dati (minimi, purtroppo) sui traduttori editoriali. Ed eccoli qui: lo studio inizia affermando che in tutta l’Unione il 74% dei traduttori sono dei free-lance, mentre il 60% di essi sono traduttori part-time. La retribuzione annua dei traduttori varia, ovviamente, da uno stato membro all’altro, ma quello che colpisce di più è la grande disomogeneità delle retribuzioni stesse che variano da meno di 6.000 euro l’anno a più di 50.000. Gli stati membri presi in esame per questo studio sono la Germania, il Regno Unito, la Romania, la Slovacchia e la Spagna. La maggior parte dei traduttori intervistati riferisce che nel sistema contributivo del loro paese di origine, la categoria professionale dei traduttori non esiste. I traduttori devono registrarsi o come lavoratori dipendenti o come lavoratori autonomi e quest’ultimo gruppo comprende anche i traduttori editoriali che lavorano in regime di diritto d’autore.

In alcuni Stati però, i traduttori editoriali godono di alcuni “privilegi”. In Austria, per esempio, possono richiedere un aiuto economico per l’assicurazione sulla salute alla Literar Mechana, l’associazione che tutela chi lavora in regime di diritto d’autore; in Spagna i traduttori editoriali non pagano l’IVA, ma in generale lo studio evidenzia che i traduttori editoriali sono sottopagati anche rispetto ai traduttori tecnici che pure guadagnano poco.
In Italia, i traduttori editoriali vendono alla casa editrice i loro diritti d’autore per un periodo di venti anni. Ciò significa due cose: 

  • 1. Il traduttore riceve solo il compenso pattuito nel contratto con l’editore, sia che il libro in questione venda una copia o un milione di copie (pensate alle traduttrici della trilogia delle Cinquanta sfumature. Quante copie hanno venduto quei libri? Loro di sicuro non ci hanno guadagnato altrettanto bene.)
  • 2. Se la casa editrice in quei venti anni decide di ripubblicare il libro, al traduttore non verrà corrisposto nessun altro compenso.

Basta dare uno sguardo, anche fugace, ai cataloghi delle nostre case editrici per scoprire che in Italia, più del 90% dei libri che vengono pubblicati sono tradotti. Bene!, potrebbe pensare l’aspirante traduttore fresco di laurea che non vede l’ora di cimentarsi nella traduzione di un’opera narrativa. In realtà non va poi così bene, perché entrare nel mondo dell’editoria come traduttore è un’impresa tra le più ardue. Questo piccolo particolare viene accuratamente “omesso” nei corsi di traduzione che si seguono all’Università. Se è per questo, nessun docente in quei corsi (che non solo dovrebbero renderti migliore come persona e come traduttore, ma che dovrebbero prepararti un minimo all’impatto col vero mondo della traduzione) si prende la briga di avvisare gli aspiranti traduttori che: 

  • 1. La maggior parte dei traduttori traduce solo come secondo lavoro, perché di sola traduzione non si può vivere (e lo studio della DGT lo riporta);
  • 2. Le tariffe praticate dalle agenzie di traduzione per traduzioni tecniche sono davvero basse e in genere si viene pagati a 90 giorni dalla consegna del lavoro o a 120 (sempre che i titolari poi non accampino scuse come “c’è la crisi, se non posso pagarti capirai…”, o che paghino quando gli torna più comodo);
  • 3. Che quelli che si mantengono lavorando a tempo pieno come traduttori si contano sulle dita di una mano;
  • 4. Che i traduttori editoriali sono pagati ancora meno dei traduttori “tecnici”.

Se tutto questo venisse messo in chiaro fin dall’inizio forse non ci sarebbero così tanti giovani ad affollare i corsi di traduzione. Eppure, conoscere bene almeno un paio di lingue dovrebbe costituire un gran bel punto di forza per trovare lavoro.

Mi chiedo, se un parrucchiere (con tutto il rispetto per i parrucchieri) si può permettere di chiedere anche 90 euro per taglio e piega, perché mai un traduttore, che ha sicuramente studiato molto di più di un parrucchiere, viene sottopagato? 

Sapete quanto si riceve in media a cartella per un romanzo di circa 400 pagine dall’inglese? 3.75 euro su cui poi dovrete pagare le tasse. Per la traduzione di un romanzo dal tedesco — combinazione linguistica che dovrebbe essere mediamente pagata di più data la maggiore difficoltà nell’imparare la lingua e la conseguente “penuria” di traduttori — un collega mi riferisce che gli sono stati offerti ben 2.97 a cartella (con tempi di consegna ancora più ristretti rispetto a quanto solitamente ha a disposizione). Una cifra da capogiro, vero? Direi che siamo ben oltre la soglia dello sfruttamento.

Chi tra voi starà leggendo questo intervento si chiederà giustamente perché ho deciso di continuare a tradurre. La risposta è molto semplice: per passione, perché è l’unica cosa che mi fa stare bene e che amo fare. E pur di continuare a farlo, pur di continuare a coltivare il sogno di poter tradurre un giorno per la casa editrice che amo più di tutte, Adelphi, sono disposta a massacrarmi otto ore al giorno lavorando fuori casa, facendo un lavoro che detesto per poter contare su uno stipendio che mi permetta di pagarmi l’affitto, e mi riduco a tradurre la notte. La mia vita sociale si è drasticamente ridotta e soprattutto sono sfinita, mentalmente e fisicamente, perché forse non esiste lavoro intellettuale più duro del tradurre.

Quello che mi chiedo è: come mai in un paese tanto esterofilo i traduttori sono malpagati e trattati ancora peggio? Come mai è diventato così difficile riuscire a farsi assegnare una prova di traduzione? Perché le case editrici non si prendono la briga di rispondere quando ci si presenta chiedendo di poter fare una prova? Perché siamo troppi? Eppure senza traduttori moltissime case editrici italiane non potrebbero sopravvivere.

Sono davvero l’unica traduttrice che ha provato a presentarsi a qualche casa editrice durante il Salone del Libro di Torino ed è stata guardata dall’alto in basso e spesso trattata con sufficienza da chi presidiava gli stand degli editori? Eppure i traduttori dovrebbero essere una delle figure professionali più importanti del mondo dell’editoria. Invece no. Siamo scocciature, che però permettono agli editori di arricchirsi. Perché vedete, cari colleghi e lettori di questo blog, in Italia (e forse anche all’estero) è ormai passato il messaggio che la traduzione può essere un hobby e come tale può anche non essere retribuito. Perché quando l’editore ti offre 2.97 euro a cartella e ti paga dopo 6/8 mesi, sta di fatto sminuendo la tua professionalità e la fatica di anni e anni di studio, salvo poi esigere traduzioni di qualità. Ci mancherebbe altro! A queste condizioni, di che tipo di qualità stiamo parlando? Mi è capitato spesso di conoscere persone che traducono “per arrotondare”? Si è mai sentito di un dentista o di un avvocato, che dopo anni di fatica e di studio, estraggono denti o discutono cause in tribunale per “arrotondare”? La professionalità di un traduttore e la qualità del suo lavoro possono davvero essere solo una questione di “arrotondamento” di bilancio?

Nonostante tutto questo continuo a tradurre e faccio davvero del mio meglio per consegnare all’editore un lavoro di qualità. Sicuramente a volte posso riuscirci meglio di altre e di certo non sono immune da errori, ma l’editore cosa fa per mettermi nelle condizioni di potergli dare un lavoro di qualità?

12 Readers Commented

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  1. radiolinablu on 22 Settembre 2012

    Sinceramente non sapevo in quali condizioni vi trovate voi traduttori e mi dispiace enormemente dato che se possiamo goderci tanti bei libri è anche merito vostro e del lavoro che fate, della passione che ci mettete. Mi dispiace enormemente.

  2. Marco Guadalupi on 22 Settembre 2012

    Bel post. Nel senso che dici le cose come stanno ed è giusto, sacrosanto, farlo sapere. Comprendo il disagio, anche se non faccio il traduttore.
    La cosa più triste è che in alcuni casi, simili al tuo, si viene sempre sfruttati così tanto e non si vede nemmeno un soldo. Quindi sfruttati e NON pagati…
    Paradossalmente il tuo caso è oro colato, ma pur sempre triste e avvilente.

    Continuiamo comunque per la nostra strada, con le nostre passioni.

    un saluto
    Marco

  3. Anonymous on 22 Settembre 2012

    Le lamentele della traduttrice che ha scritto l’articolo sono legittime, ma in tutto il discorso manca una premessa fondamentale che è forse l’unica a dar ragione di quel che succede: dal punto di vista delle case editrici, la professionalità di un traduttore e i suoi lunghi anni di studio e preparazione NON sono necessari. Commercialmente, non serve che una traduzione sia fatta bene; alla stregua, serve di più che sia fatta in tempi brevi. Passione e cura per il prodotto non sono dati che entrano nell’equazione.
    La legione dei traduttori italiani potrebbe sul serio esser composta tutta (e di fatto è composta in parte) da “hobbisti” e figure non professionali, che non hanno per niente studiato o fatto corsi. Alle case editrici non farebbe differenza, anzi si potrebbe pagarli ancora meno o niente del tutto.
    In Italia nessun libro, e ancor di più nessun libro pubblicato da un grosso editore, vende poco perché è tradotto male: il grande pubblico semplicemente non coglie la differenza. Per riprendere dall’articolo l’esempio della parrucchiera, se una ti taglia i capelli male non ci torni più; se un grosso editore sforna pessime traduzioni, la gente continua imperterrita a comprare libri di quell’editore. Dunque perché l’editore dovrebbe preoccuparsi che le sue traduzioni non siano sciatte o frettolose o brutte da leggere?
    La professionalità di un traduttore che si è preparato per anni non viene riconosciuta né adeguatamente pagata per una ragione tristissima ma reale: non è un prodotto che ha mercato.

    • eve on 18 Maggio 2013

      Analisi perfetta e chiara con la quale concordo (ahimé) in toto. Purtroppo la remunerazione del lavoro, qualsiasi lavoro, nel nostro sistema dipende unicamente dalla risposta del mercato. Paragonare i traduttori alle parrucchiere significa riproporre la classica domanda: perché un calciatore/una velina/ una modella ecc. guadagnano più di un ricercatore universitario/un musicista/un fisico nucleare? La risposta è semplice e cristallina, anche se avvilente. Grazie ad Anonimo per averla formulata così chiaramente.

  4. Anonymous on 22 Settembre 2012

    Mio Dioooooo! Ma perché?????
    Io sono una semplice lettrice che odia le cattive traduzioni e si lamenta sempre con gli editori per averle sfornate ( spesso ho criticato il traduttore) non sapevo nulla della situazione dei traduttori!!!
    Ma non vi siete mai uniti in un’associazione che vi tuteli? (tipo quella dei Notai!)
    Ma una legge che imponga alle case editrici di assumere traduttori qualificati che abbiano fatto l’apposito ciclo di studi ????
    Cioè uno non si può improvvisare avvocato o maestro di matematica o che so….allora perché viene tollerato il traduttore improvvisato????!!!
    Perché non ditemi che FANUCCI ha traduttori “regolari”, non ci credo!!! Quelli per lo più ( non tutti) hanno studiato inglese alle medie ( non al liceo, sarebbe troppo)e poi si sono buttati nella traduzione…
    Ha ragione il lettore anonimo che ha scritto prima di me, noi lettori ( anche chi si lamenta come me) tendiamo poi ha continuare a prendere i libri , ma anche noi lettori siamo impossibilitati a non comprare a causa della nostra ignoranza, infatti se io amo un autore e non posso leggerlo in lingua ( perché non la so!)tendo ad accontentarmi di quello che mi passa il convento, sbraito e protesto ma poi armata di matita prendo il libro e cerco di correggere gli strafalcioni ( i dubbi che mi vengono ho preso l’abitudine di sottoporli a Weirde ( credo la conosciate) che gentilmente mi riporta il pezzo di libro su cui ho il dubbio in inglese con la sua traduzione sotto… ho fatto così per Kim Harrison ( io adoro questa autrice e la sua serie ) ho fatto così per la Carriger pubblicata da Dalai ( la cui traduzione sfiora l’orrido per quanto è mal fatta!)…
    Insomma qui lettori e traduttori competenti si dovrebbero unire e fare qualcosa!!!
    Non potremmo fare una petizione su change.org da dare al ministro apposito?
    Perché regolarizzi la posizione dei traduttori come è regolarizzata qualsiasi altra professione!
    NON è possibile che gli editori possano sfornare cattive traduzioni così impunemente!!
    Facciamo qualcosa tutti insieme lettori e traduttori!
    Augusta/Lea Silvia

  5. Yaila on 22 Settembre 2012

    Io ho deciso di intraprendere questo tipo di attività verso la fine degli esami universitari (ancora vecchia laurea quadriennale in lingua e letteratura inglese e francese, che ho procrastinato per motivi indipendenti dalla mia volontà, mi manca solo la tesi e una parte di un esame).
    Sto ancora frequentando un corso di traduzione letteraria, un po’ per capire e un po’ per mettermi alla prova, e sono ben conscia che intraprendendo un’attività del genere le condizioni in cui si lavora sono quelle che descrivi. Quindi mi chiedo: rinunciare o no ad un sogno? Sarebbe come rinunciare a respirare, per me.

  6. Sylvia-66 on 22 Settembre 2012

    Anch’io facevo parte della schiera di fiduciosi traduttori sfornati dalle scuole per interpreti… Ben presto ho capito la situazione. Già in sede di discussione di tesi della lingua inglese, mi fu chiaramente detto che “noi non facciamo i traduttori editoriali, ma solo tecnici e interpretariato”. Per cercare di dare più forza al diploma (che solo da alcuni anni è diploma universitario, cioè triennale, ma ai miei tempi era un diploma post maturità non riconosciuto) e mostrare una qualche certificazione degna di essere presa in considerazione per traduzioni editoriali, presi anche una laurea in lingue straniere, mentre lavoravo come traduttrice. Tutto con pieni voti e lode.
    A 29 anni, dopo vari tentativi bussando alle porte di tutte le case editrici che trovavo, piccole o grandi, e tanto lavoro pagato poco e nei modi fiscali più disparati possibili, ho gettato la spugna. Adesso sono impiegata, mi occupo di comunicazione e sfrutto la mia conoscenza linguistica quando leggo.
    E chi mi conosce sa quanti salti faccio sulla sedia quando leggo certi obbrobri.
    Sì, è da quando mi diplomai io (1990) che sento parlare della costituzione di un Albo. Il problema è che le CE non darebbero mai un lavoro ad un traduttore “certificato” perché dovrebbero riconoscergli una professionalità che costa. E ancora le leggi non riconoscono i diritti d’autore al traduttore. Le lacune sono ancora tante e giocano tutte a sfavore del traduttore, soddisfacendo interessi ben più potenti dei suoi…

  7. Anonymous on 24 Settembre 2012

    mamma mia… l’Italia fa pietà…
    comunque mi sento di dissentire con chi sopra diceva che alla fine uno compra lo stesso…
    io magari do un paio di possibilità, non getto la spugna subito, ma tipo alla terza smetto di comprare.
    per es. Leggereditore non compro piu’ libri tradotti.
    libri da edicola Mondadori idem. Fanucci idem.
    a me le traduzioni fatte male danno fastidio, soprattutto perché so leggere in lingua, quindi faccio prima a comprare l’originale.
    si vede, a mio parere, che gli editori spendono poco per i traduttori e la situazione in generale dei traduttori in italia, quelle cifre… é uno scandalo.. che tristezza.

    • Anonymous on 25 Settembre 2012

      Appunto, tu se vuoi non compri libri in traduzione perchè sei in grado di leggere gli originali: questo in Italia ti colloca in una minoranza ridottissima, assolutamente insignificante dal punto di vista numerico. L’osservazione sul grade pubblico resta valida

  8. Redazione on 26 Settembre 2012

    Cari tutti, vi ringrazio per l’interesse dimostrato nell’argomento. E’ bello sapere che anche i lettori s’interrogano sul valore delle traduzioni. Proprio per questo, a breve, uscirà un altro articolo in cui tornerò su quanto ho detto per ampliare la discussione con voi tutti. A presto!

  9. Leni Remedios on 21 Ottobre 2012

    Grazie dell’articolo. Se posso contribuire ai “non acquisti” attenti, evitate come il male un’edizione newton compton dei racconti di edgar Allan Poe, con prefazione di Gabriele La Porta (non e’ lui il traduttore). Traduzione orribile. Parrebbe un complimento, trattandosi di Poe, ma di fatto non lo e’.

  10. Amaranta on 23 Ottobre 2012

    A onor del vero, non tutti i corsi per traduttori promettono che i loro studenti troveranno lavoro nell’editoria: il master in traduzione dell’università di Pisa ospita dei traduttori che mettono bene in chiaro le difficoltà di questo mestiere e parlano anche di quanto si può guadagnare. Detto questo, purtroppo è vero che in Italia la situazione dei traduttori è molto triste. Però mi chiedo: come mai si trovano in giro tante traduzioni mal fatte? Va bene che per risparmiare si taglia sulle revisioni, ma è l’unica spiegazione?

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