Benvenuti a Retolo, soffocante e immobile paese di un’imprecisata regione del Sud Italia.

In questo microcosmo fatto di consuetudini, aria viziata e ritualità di provincia vive il buon Canio Calicchia, professione affossatore, così come suo padre, suo nonno e suo bisnonno. Canio non è esattamente una persona sveglia o particolarmente furba. È un’anima pura, in ogni accezione del termine, incapace di intendere malizia e di capire quando le persone lo prendono in giro. Ma a suo modo ha una sorta di saggezza atavica che lo anima e che gli fa vivere la sua esistenza solitaria con leggerezza. Già, perché essere affossatori – o becchini – in un paese retrogrado come Retolo significa essere oggetto dello scherno più o meno pesante dei compaesani, sempre dediti a gesti “apotropaici” nel momento in cui egli si avvicina.

Questa sorta di ostracismo sociale lascia Canio quasi indifferente: è abituato sin dalla più tenera età a vivere nel cimitero del paese e a conoscere i suoi concittadini in maniera perpetua, specie quando “vengono a trovarlo per sempre” e prendono residenza nei loculi e nelle cappelle che il protagonista conosce a menadito. Il cimitero è la sua vera casa e non è in alcun modo infastidito dall’architettura decisamente particolare che ricorda molto la forma della parte del corpo “dove una donna è più donna.”

Attraverso gli occhi di Canio, il lettore conosce gli altri personaggi del romanzo. Figure grottesche, dalle caratteristiche esacerbate, tipi umani che è facile riconoscere in quanto universali, e presenti in ogni paesino di provincia, in qualunque latitudine ci si trovi: l’insegnante arcigna, la vedova molto consolabile, il professore cinico e rabbioso, i bulletti di paese, il barista scontroso, i preti litigiosi, il medico demotivato, la sorella e il cognato più attenti ai soldi che al proprio congiunto, fino al sindaco e ai politici di infimo livello, sempre pronti a fiutare l’occasione per ottenere un quarto d’ora di celebrità, in un modo o nell’altro.

L’occasione giusta è data dalla notizia che Nunziatella Levo, una contadina semianalfabeta, parla con le anime del Purgatorio e con la Madonna.

Una notizia del genere non può che scuotere gli animi sonnacchiosi dei Retolesi. E qui, dopo i primi momenti di scetticismo, ecco piovere conversioni subitanee, miracoli e pellegrini. E, a seguire, giornalisti e televisioni che vanno alla ricerca dello scoop con programmi di dubbio gusto. L’asse del paese cambia, si sposta verso la casa della contadina e così accade per i politicanti che cercano di sfruttare l’onda del successo mediatico insperato. In più, arriva pure un faccendiere imparentato con la mistica – che di mistico ha ben poco – che subito, con il suo atteggiamento da imprenditore un po’ untuoso e losco, inizia a progettare un nuovo futuro imprenditoriale per Retolo, che passa attraverso la costruzione di una chiesa, un ospedale e un centro pellegrini, il tutto sovvenzionato dal Comune. Nonostante le pressioni della sorella, gli insulti prima velati e poi sempre più pressanti dei concittadini, le intimidazioni dei politici e dello pseudo imprenditore, Canio oppone resistenza a questa follia collettiva. Non crede alla Levo e alla giostra che gli altri le hanno montato intorno, e non perché è scettico o per partito preso. Proprio perché è e rimane fino alla fine del romanzo, l’anima più pura e pulita di tutto il paese.

 

Ma questo significa anche porsi contro il resto della società. Il culto miracolistico e superstizioso della gente di Retolo rappresenta il terreno fertile per gli interessi economici di imprenditori e politicanti.

Chi non si convince per fede, viene piegato attraverso altri strumenti di pressione: un incarico di prestigio, come accade per il medico, o la pace familiare. In pochi giorni, la situazione precipita e Canio si ritrova solo, disconosciuto anche dalla sorella che non può rischiare di perdere l’occasione che le farà avere un po’ di soldi per colpa di un fratello stupido. A questo stato di ostracismo dichiarato si aggiungono calunnie, vessazioni, persino il licenziamento. Canio, che fino ad allora aveva vissuto come un’entità mal tollerata, da tenere ai margini proprio perché legato a un luogo cui nessuno vuol appartenere ma a cui tutti sono destinati, è diventato l’estraneo da espellere o peggio, da eliminare. All’uomo non rimane che la fuga come via di salvezza per il mantenimento della propria sanità mentale. Perché lui che era considerato il più sciocco del paese, alla fine è la persona che davvero comprende che ciò che accade a Retolo è una sorta di gioco di specchi, in cui la finzione è rimandata talmente tante volte da perdere consistenza: tutti sanno tutto ma nessuno ammetterà mai con l’altro che si tratta di una menzogna.

La lettura di Vita Morte e Miracoli parte con il sorriso e termina con il cuore stretto e una sensazione di gelo che lascia sgomenti. Retolo e i suoi abitanti hanno connotazioni talmente universali e assimilabili a un paese qualunque della provincia italiana da costringere il lettore a chiudere il libro e guardarsi intorno con occhi nuovi. Sebbene l’ambientazione richiami il sud, sia per il tipo di linguaggio usato che per la connotazione dei luoghi, la vicenda potrebbe benissimo svolgersi nella bassa padana o sulle Alpi. Questo grazie alla scrittura dell’Autore e alla sua capacità spiccata di descrivere archetipi umani in poche righe. Vi sono poche descrizioni fisiche nel romanzo, eppure grazie a uno stile fortemente icastico e pungente, i personaggi vengono fuori dalle pagine trasformandosi in immagini ben delineate e forti.

La mano ferma dell’Autore si avverte anche nel sottile ma continuo cambiamento del registro linguistico: dal comico, al grottesco intriso di turpiloquio per passare a una prosa ricca di sfumature, piena di pathos e di ferocia, che rende in maniera molto forte la sensazione di confusione, di estraniamento e infine di rabbia e di impotenza che prova il protagonista. Tutto, però, senza impennate drastiche nel ritmo: la scrittura di Mandracchia segue il fluire placido dei pensieri semplici di Canio che, quasi fino alla fine, continua a credere che ciò che accade sia solo un sogno, o un momento di follia collettiva. Quando si renderà conto che non è così, quando sentirà la violenza e l’isolamento comprenderà che davvero non c’è più posto per lui in paese.

Le emozioni che lascia addosso il romanzo sono profonde: dal divertimento all’incredulità, dalla rabbia alla pena e all’amarezza. Un piccolo libro che lascia il segno nel lettore e che, una volta terminato, costringe a pensare a quanto e come la nostra vita sia condizionata dal consenso e dal riconoscimento sociale dei pari. Non è un caso che le due figure che si salvano dal “contagio” di Nunziatella siano Canio e una ragazzina emo: gli unici due outsider nel paese non subiscono il peso della conversione di massa. Una conversione che solo per pochi è davvero legata alla fede. Per molti si tratta di curiosità che si mescola a un atavico timor panico; per altri ancora, più cinici e meschini come sindaco e assessori, è il bisogno di portare Retolo ai fasti della cronaca nazionale e ottenere così soldi e sovvenzionamenti per opere pubbliche, soldi che inevitabilmente prenderanno la strada delle loro tasche.

Infatti, il misticismo che generano le visioni di Nunziatella hanno ben poco a che fare con la religione e molto con la superstizione e il bisogno molto umano di certezze in un Dio altrimenti troppo lontano e inconoscibile. Mentre la Chiesa prende le distanze dal fenomeno, la gente crede in Nunziatella e alle sue visioni. Crede in una donna, badate bene, e in ciò che dice, non in Dio. La divinità passa in secondo piano e attraverso questo passaggio, l’Autore dimostra come non si tratti di vera religiosità ma del bisogno molto umano di avere conferme sull’Aldilà, di ottenere perdono, certezze, e tutto in maniera rapida e indolore. In una parola, ottenere la pace interiore che un vero cammino di fede, lungo e tortuoso, non garantisce in tempi brevi.

Questo fenomeno però viene descritto in una maniera sottile e sempre più angosciante: il credere in Nunziatella diviene un contagio e le dinamiche sociali che lo descrivono riportano la memoria alla descrizione del propagarsi delle epidemie nei romanzi distopici o negli horror. Resistere diventa impossibile e la cooptazione o l’assimilazione diventano l’unica strada da percorrere se si vuole evitare l’ostracismo sociale e familiare. Aderire al credo e alle voci popolari significa abdicare alla coscienza critica individuale, ottenendo come conseguenza ultima una perdita di individualità in favore di una collettività cieca e sorda, La pace sociale ottenuta anestetizza le coscienze e riduce i cittadini di Retolo a una massa di creature senza coscienza, facilmente manipolabili e perciò crudeli.

Questo è un romanzo che ha diverse chiavi di lettura. Non vi è solo il racconto di un microcosmo, ma vi è anche una profonda e feroce satira sociale. Per il lettore è impossibile rimanere indifferente al calvario del protagonista, così come non può provare un moti di disgusto per la facile corruzione. Si scrive Retolo ma si può leggere Italia, almeno in una certa misura.

Autore: Roberto Mandracchia
Titolo: Vita morte e miracoli
Casa editrice: Baldini e Castoldi
Pagine: 180
Prezzo: € 10,90
Data di Pubblicazione: Febbraio 2014

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