Nel 1992 Elizabet Gille, nata Epstein, direttrice per un certo periodo delle edizioni Denoël, pubblica un volume autobiografico, Le Mirador. In esso narra la vita affascinante e piena di contraddizioni di quella che oggi viene considerata una delle più grandi scrittrici del Novecento: Irène Némirovsky, sua madre, morta a Auschwitz nel 1942 dopo alcune settimane di prigionia. Fu deportata perché ebrea.

Le Mirador è il ritratto fedele e appassionato di una figura storica e letteraria di cui per decenni si era persa la memoria, confinata nel limbo della letteratura minore da cui è stata richiamata grazie – è il caso di dirlo – a una serie di fortunati eventi.

Nella prima decade del XXI secolo sono stati pubblicati o ripubblicati tutti i suoi romanzi. In Italia, gli editori che si sono assicurati i diritti sono principalmente Elliot, Newton Compton e Adelphi. Nella Biblioteca Adelphi sono apparsi i suoi romanzi più significativi come Due, Jezabel, David Golder, e soprattutto Suite Francese, l’opera più corposa e importante cui l’Autrice stava lavorando al momento dell’arresto nel 1942. La donna non sarebbe mai stata in grado di terminare quest’opera tanto potente quanto intima e malinconica. Suite è un romanzo maestoso che, pur essendo incompiuto, descrive in maniera magistrale un momento storico in cui gli uomini rivelano la loro vera essenza; è corale e spietato, un affresco meticoloso della società francese nel periodo dell’occupazione nazista.

Fu concepito come un’opera unica suddivisa in cinque parti, una sorta di vera e propria suite sinfonica di cui sono giunti a noi solo i primi due movimenti, mentre degli altri tre non abbiamo che abbozzi e appunti. Il romanzo rimase custodito per più di cinquant’anni in una valigia in cui le figlie della scrittrice, Denise ed Elizabeth, avevano conservato gli scritti e la corrispondenza della madre. Le ragazze erano scampate ai rastrellamenti nazisti grazie all’aiuto di alcuni amici di famiglia e per molto tempo non avevano voluto rivangare un passato doloroso. Quasi quarant’anni dopo, Denise aprì la valigia e, tra le lettere e gli appunti, trovò ciò che all’inizio era apparso come un diario ma che a una più attenta lettura si rivelò essere un romanzo.

Emozioni come malinconia, disincanto e poeticità trovano la loro sintesi estrema nei testi di questa esule ucraina che trascorse la sua adolescenza e la vita adulta frequentando la borghesia parigina, e tentando di scrollarsi di dosso il marchio di ebrea, quel marchio che poi sarebbe stata costretta a portare fisicamente con l’avvento delle leggi razziali. Ma ciò che influì in maniera decisiva sulla vita dell’Autrice, però, non fu la sua origine ebraica, né la fuga in Francia dopo la rivoluzione d’Ottobre che privò i Némirovsky delle loro ricchezze.

La vita di Irène Némirovsky fu segnata fortemente dal rapporto con la madre, una donna che la tenne sempre a distanza e giunse a negare la maternità in presenza di estranei, temendo il paragone con la figlia più giovane e dotata di una verve fuori dal comune. Questo rapporto conflittuale ha lasciato cicatrici profonde nel vissuto ed è stato trasfuso nelle sue opere, dove spesso affiorano personaggi femminili e materni assolutamente anaffettivi, legati all’apparenza e alla spasmodica ricerca di una qualunque forma di affermazione sociale.

La madre dell’Autrice era una donna fredda, soggetta a crisi di rabbia che alternava a momenti di depressione, che vedeva nella piccola Irène il segno di una maternità subita; per molto tempo l’unica figura femminile che rappresentò un surrogato di figura materna fu la governante francese, Madamoiselle Rose. È in questo periodo che la ragazza scopre l’amore per la lettura e per i grandi classici inglesi e francesi. Furono anni fecondi per la sua formazione come letterata e come persona, tanto che ella stessa confidò che per anni i suoi migliori amici erano stati Dickens, Wilde o e Zola.

Tematiche, trame e personaggi hanno forti echi autobiografici. Ad esempio nella novella Il ballo – da poco ristampata da Newton & Compton nella serie economica – la protagonista, un’adolescente umiliata dalla madre, trova il suo riscatto in un gesto eclatante di ribellione. E così è stato per la scrittrice: la giovane divenne una socialite sfrenata, un animal party come racconta lei stessa nella propria corrispondenza privata.

Insieme a questa esigenza di opposizione verso un genitore tanto distante, c’era anche la volontà dell’adolescente Irène di inserirsi a pieno titolo nel milieu alto borghese di Parigi e diventare francese a pieno titolo. Da qui, la scelta di cambiare lievemente il proprio nome (da Irina a Irène) e soprattutto, la volontà di rimuovere le proprie origini. Il denaro dei Némirovsky aveva assicurato alla sua famiglia un certo benessere, ma il processo di assimilazione non era stato così facile e automatico: per molto tempo i suoi familiari si sentirono esuli, lontani per cultura e filosofia di vita da quelle francesi, assai più liberi dei propri modelli culturali.

Quest’aspetto rappresenta un’altra delle tematiche della poetica di Irène Némirovsky. Pur essendo ebrea, ella fu più volte accusata di antisemitismo e di descrivere in maniera caricaturale, se non addirittura dispregiativa, i personaggi di origine ebraica dei sui romanzi. Quest’atteggiamento – assolutamente non voluto in maniera cosciente – si spiega con la volontà dell’Autrice di segnare la distanza tra sé e il proprio passato, specie nei confronti della famiglia d’origine.

E tuttavia, la critica sociale non si sofferma unicamente sull’ebraismo e sull’atteggiamento degli esuli. Ben presto, l’occhio disincantato della scrittrice si sofferma sulla società francese e sui riti che ne scandiscono l’esistenza.

I personaggi diventano archetipi umani attraverso cui ella può esplorare le emozioni, soprattutto quelle più oscure, meno auto celebrative.

E così, in Due il rapporto di coppia viene visto sotto la duplice veste della via di fuga per la donna e del raggiungimento di una posizione sociale prestigiosa per l’uomo. Se l’amore c’è, esso non è comunque fondamentale, non è importante nell’economia della vicenda. Ciò che colpisce è come l’Autrice abbia narrato, attraverso i due protagonisti, l’evoluzione di un sentimento vissuto in maniera diversa da entrambi, talché sembra quasi che l’amore divida e non unisca.

Ne I falò d’autunno è invece una donna anziana che mette in guardia la nipote da un matrimonio infelice, e lo fa attraverso un racconto amaro della vita di un uomo ambizioso che sacrifica tutto pur di ottenere un riconoscimento sociale, fino al drammatico finale.

Il matrimonio e il legame di coppia in generale rappresentano nella produzione letteraria della Némirovsky un’altra voce importante: essi sono considerati il più delle volte come uno strumento per la scalata sociale e non come un legame affettivo. Esemplare è il romanzo breve La Preda, in cui il protagonista non esita a mettere incinta la figlia di un notabile per ottenere il benestare al matrimonio. Le figure femminili sono viste come vittime: a volte inconsapevoli e innamorate, altre consenzienti. Donne giovani che acquistano con gli anni la maturità e, insieme con essa, cinismo, se non addirittura disprezzo verso coloro che le circondano e che si oppongono ad altre donne, più crudeli. In poche sfuggono a questa regola: il più delle volte, le figure femminili della Némirovsky hanno una forza di carattere che è stata forgiata dall’amarezza per aver speso male la propria esistenza.

I personaggi maschili, d’altro canto, sono spesso arrivisti, privi di scrupoli, in cui l’idealismo della gioventù è soppiantato dalla spasmodica ricerca della ricchezza e del potere che li porta ad allontanare chi, con il proprio affetto, sembra indebolirli.

Questa visione così negativa era legata non solo alle esperienze maturate in seno alla famiglia d’origine, ma soprattutto alla continua e acuta osservazione delle persone che la circondavano. L’Autrice, invece, era legata al marito da un rapporto solido e affettuoso: quando fu arrestata dai nazisti, egli si spese per ottenere la sua liberazione, fino a mettere a rischio la propria vita tanto che, alcuni mesi dopo, fu arrestato e deportato dai nazisti.

Più in generale, la Némirovsky afferma nei suoi scritti che l’infelicità sia l’unico destino riservato agli esseri umani: essi, pur dibattendosi per raggiungere obiettivi apprezzabili a livello sociale, non riescono a rendersi conto di ciò che veramente può riempire le loro esistenze e per questo vengono condannati senza rimedio. Anche nel caso in cui essi abbiano questa consapevolezza e comprendano che l’affetto e la comunanza di spiriti può cambiare le loro vite, sono destinati comunque al fallimento, così come accade all’ufficiale tedesco e alla vedova francese nella seconda parte della Suite.

Non vi è speranza, sembra dire questa grandissima autrice del Novecento, ma si tratta di un’amarezza dolce, che ha il sapore della rassegnazione. Unica strada di sopravvivenza è la consapevolezza della propria umanità e del fatto che, nonostante i nostri sforzi, non ci si può opporre a ciò che il destino ha in serbo per noi.

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