Mennù, ovvero La Mennulara, il romanzo d’esordio di Simonetta Agnello Hornby, pubblicato da Feltrinelli per la prima volta il 20 settembre 2002. Il 2 settembre del 2000 la Hornby sta per tornare in Inghilterra – dove vive ed è avvocato e giudice dei minori – ed è a Fiumicino, in procinto di prendere un volo della British Airways per Londra. Il volo, però, è in ritardo. Simonetta, non avendo nient’altro da fare, inizia a guardare un film – un film che si svolge solo davanti ai suoi occhi – la storia di una donna, una serva-padrona, un personaggio misterioso che suscita sentimenti contrastanti nelle persone del suo paese, Roccacolomba, un fittizio e suggestivo paese dell’entroterra siciliano. Questo film si intitola “La Mennulara”. La Hornby non riuscirà a smettere di scrivere finché non avrà concluso la storia di Mennù. Poi proporrà il manoscritto a due editori e Alberto Rollo, il direttore letterario di Feltrinelli, punterà su questa storia.

la mennularaDicembre 2001. Il dattiloscritto de La Mennulara era appena arrivato. C’era questo titolo a cui non potevo sottrarmi. Un titolo misterioso che si portava appresso, attraverso l’impronta dialettale, la solarità di quelle nasali doppie appoggiate alla prima vocale, e l’oscurità della u, poi la ruvidezza del suffisso, -ara”, così duro, così pieno di fatica. Guardavo quel titolo come portatore di una promessa. Che puntualmente veniva mantenuta. Pagina dopo pagina, il romanzo si avviluppava in una spirale di accadimenti che lasciavano emergere un grande personaggio femminile di serva-padrona – occhi da Anna Magnani, languori sensuali da eroina della seduzione, sentori egiziani, gli “ardori inospiti” di Aida, e il sonar di danari, un’eredità. Era un sontuoso racconto, quello de La Mennulara, che avrebbe aperto le porte al mondo di storie opulente e severe di Simonetta Agnello Hornby. Non ho mai smesso di sentire lo sguardo di Agnello Hornby al nostro primo incontro, in una assolata primavera romana. Attento e generoso. Entravo nel suo romanzo e cercavo di accertarne con lei architettura e forza. Fu una grande avventura, quell’investigare reciproco. Fra di noi, sola e potente, la sua Mennulara cominciava a parlare a quelli che di lì a poco sarebbero stati i suoi lettori. Molti, moltissimi. Nuovi a ogni nuova edizione. Nuovi e fedeli. Alberto Rollo, direttore letterario Feltrinelli.

Il libro si apre con la morte della Mennulara, il 23 settembre del 1963: tutto il paese – sia chi la conosceva bene, sia chi lo fa per semplice curiosità (o meglio, pettegolezzo) – ricostruisce quella che è stata la vita di questa donna, avvolta dal mistero: come ha potuto quella bambina di sei anni, costretta ad andare a lavorare nei campi, a raccogliere le mandorle per mantenere la famiglia, diventare una donna tanto ricca e temuta, l’amministratrice da cui dipendono le sorti stesse della famiglia per cui lavora? Proprio nel settembre ’63, Simonetta Agnello, all’età di diciassette anni, abbandonava la Sicilia per l’Inghilterra. Coincidenza o indice di una trentennale incubazione di questo romanzo nella mente della sua autrice a cui, poi, “è venuto in mente in un baleno, come se fosse una rivelazione”?

La Mennulara si presenta, dunque, come una sorta di giallo – non privo di ipotesi di adulteri, collusioni con la mafia e traffici di opere d’arte –, in cui la vita della protagonista viene ricostruita nell’arco di un mese – dal giorno della morte fino al trigesimo – grazie a testimonianze, aneddoti, ricordi gradevoli ma più spesso risentiti e invidiosi degli abitanti di Roccacolomba. La Mennulara non suscita mai sentimenti tiepidi: o la si ama e si difende con passione, o la si odia con violenza. Addirittura i figli della famiglia Alfallipe, presso cui era la serva-padrona, passano da un opposto all’altro a seconda delle circostanze. Come mai? Per quello che la Mennulara rappresenta, un personaggio di rottura in mezzo alla società siciliana stagnante? Queste le parole dell’autrice:

simonettaIl siciliano spesso si sente come una pedina in un gioco più grande; si sente sempre dominato e conquistato e riesce a realizzarsi o a rispettarsi restando immobile e non volendo cambiare. La Mennulara invece è una donna che ha cambiato un paese; che lo ha cambiato in vita e lo ha cambiato ancora di più in morte, creando una serie di problematiche per la famiglia che ha servito, creando una serie di nuove idee e nuovi aspetti sociali e quasi una rivoluzione per la gente come lei, che ha vissuto servendo gli altri e ora vede uno di loro – la Mennulara – che viene onorata dalla famiglia per cui ha lavorato con un funerale e, addirittura, un annuncio sui giornali.

La Mennulara è un romanzo corale in cui l’unica voce che non si sente è proprio quella della protagonista. Dal mio umilissimo punto di vista, ho rivisto nella figura di Maria Rosaria Inzerillo una sorta di Mastro Don Gesualdo in gonnella (diciamo anche in grembiule). Al contrario del personaggio verghiano, però, la Mennulara non sarà una ‘vinta’, ma uscirà vincitrice, riuscendo a fare rispettare le proprie volontà persino da morta. La Mennulara ha dato origine a una Trilogia Siciliana, che – con La zia Marchesa e Boccamurata – ha raccontato le vite di tre donne siciliane dal carattere forte, in fondo tre ‘vincitrici’, appartenenti a tre differenti classi sociali.

Autore: Simonetta Agnello Hornby
Titolo: La Mennulara
Casa Editrice: Feltrinelli
Pagine 209
Prezzo: € 7,50
Data prima pubblicazione: 20 Settembre 2002
Segui i festeggiamenti per i dieci anni de La Mennulara >QUI<

The almond picker 3Nell’ambito delle celebrazioni per il decennale dalla pubblicazione di La Mennulara abbiamo intervistato Simonetta Agnello Hornby sul suo primo romanzo e su tutta la sua produzione letteraria.

Abbiamo da poco festeggiato i dieci anni di Mennù. Che rapporto ha con la sua prima protagonista?

Con Mennù ho un rapporto paritario. Mi spiego: l’intero romanzo – trama, personaggi, ambientazione – mi è apparso, come fosse un film, all’aeroporto di Fiumicino mentre aspettavo la coincidenza per Londra. Affascinata, una volta rientrata a casa ho scritto parola per parola quello che avevo visto. Scrivevo soltanto di sera e nei momenti a disposizione durante il fine settimana. Ma se tagliavo corto un dialogo o una descrizione, l’indomani mi svegliavo contrita, mi sembrava quasi di sentire il rimprovero di Mennù, “Vergogna!”. Avevo la sensazione di essere soltanto una modesta cronista dell’accaduto, non davo giudizi.

Cosa rappresenta per lei?

Maria Rosalia Inzerillo è una bella figura coraggiosa, una donna che cerca di accettare il proprio destino e di godere quello che la vita ha da offrirle. Il romanzo ha rappresentato per me un cambiamento di carriera inaspettato: stavo e sto bene nei miei panni di avvocato dei minori. Di sicuro, in ogni caso, le mie conoscenze e i miei orizzonti ne sono stati ampliati.

Abbiamo raccontato l’aneddoto sulla nascita de La Mennulara. Dobbiamo dunque ringraziare la British Airways – a cui è doverosamente dedicato il libro – per il ritardo che ha portato alla nascita di questo personaggio – meglio alla sua morte, dal momento che la storia si apre con questo avvenimento – o crede che Maria Rosalia Inzerillo sarebbe riuscita a emergere fra i suoi pensieri in un modo o nell’altro?

Credo che sarebbe emersa comunque, in un altro modo, in un altro momento. Doveva emergere.the almond picker 4

Quale fra i tantissimi personaggi di questo romanzo sente più vicino a sé?

Pietro Fatta, l’uomo che non si è realizzato e che ha accettato restrizioni sociali e sessuali per rimanere nel suo paese, in cui vive da prigioniero ma che ama immensamente.

Nei suoi libri – ambientati in un periodo in cui le donne non erano ancora emancipate (in Sicilia, poi, un paese tradizionalista per costituzione) – le protagoniste sono donne coraggiose e volitive, donne che prendono in mano le redini della propria vita. Quante erano, secondo lei, le donne forti, quelle che riuscivano a sottomettere gli uomini al proprio volere, nelle epoche che interessano i suoi libri?

Credo tante. La madre era potente all’interno della famiglia siciliana, che era un matriarcato. Apparentemente sottomesse al marito, le mogli spesso lo manipolavano. Ovviamente non tutte, e non sempre. La donna non sposata aveva maggiori difficoltà; non aveva la possibilità di – come dice bene lei –prendere in mano le redini della propria vita perché spesso non poteva lavorare e guadagnarsi da vivere. Quindi doveva stare in casa, mantenuta dai genitori o dai fratelli.

Com’è cambiata oggi la situazione delle donne siciliane e delle donne in generale?

Oggi le donne hanno gli stessi diritti e doveri degli uomini, in quasi tutto il mondo occidentale. Possono lavorare e convivere con un uomo o una donna senza causare scandalo; hanno guadagnato il diritto alla contraccezione e all’aborto; i figli nati al di fuori del matrimonio non sono più considerati “illegittimi”. Nella religione ebraica, nella chiesa cristiana inglese e in altre chiese protestanti possono diventare rabbino e sacerdote. Ma non nel cattolicesimo. Molte donne sono diventate primo ministro, altre presidente di uno stato. Anche se noi europee siamo fortunate (in altri paesi del mondo le donne non hanno diritto all’istruzione e la loro testimonianza nell’aula di un tribunale vale la metà di quella di un uomo, rispetto al quale sono considerate inferiori), c’è ancora molto da lavorare: per esempio, la violenza domestica è inaccettabile e dev’essere combattuta dallo stato, dalle istituzioni, dai datori di lavoro e dalle donne stesse, naturalmente. Io ho collaborato alla fondazione di una sezione italiana della Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (EDVItalia) diretta dalla professoressa Marina Calloni dell’Università di Milano Bicocca. (Per informazioni: EDVItaly@gmail.com.) Mi disturba anche il dilagare della prostituzione, con giovani donne italiane e straniere prigioniere degli sfruttatori e irretite da clienti potenti e danarosi.

È più facile o più difficile essere donna ai giorni nostri, in cui la donna deve conciliare diversi ruoli, in casa e sul luogo di lavoro?

È più facile, questo però non vuol dire che sia facile in assoluto. Scegliere è un diritto fondamentale, ma anche oneroso: certe scelte sono laceranti.

Le sue prola monacatagoniste si trovano spesso a volere fortemente storie d’amore difficili. Questa caparbietà è un tratto caratteristico delle donne siciliane o le sue protagoniste sono delle mosche bianche?

La caparbietà è una caratteristica comune a tante persone – donne e uomini – dovunque, non credo dei siciliani in particolare. Di sicuro, si nota di più quando le persone sono innamorate. Le mie protagoniste non sono mosche bianche: ne incontro tante di donne caparbie, dovunque.

Le donne della sua trilogia siciliana – e anche Agata, La monaca – sembrano rispondere, dopo un secolo e mezzo, ai protagonisti dei romanzi del ciclo dei vinti di Verga (ho pensato a La Mennulara come a una sorta di Mastro don Gesualdo femmina). Tuttavia queste donne non sono delle vinte, ne escono fuori da vincitrici, perché, nonostante tutte le tribolazioni, riescono ad affermare la propria volontà (Maria Rosaria Inzerillo riesce a farlo anche dopo la morte). Era questo il suo proposito, dimostrare che le donne – perlomeno, alcune donne – riescono a non essere schiacciate, vinte dalla vita?

Sì.

Quanto è stata influenzata dagli scrittori siciliani dell’Ottocento e del Novecento?

Devo molto a De Roberto, e ne sono conscia. Immagino che anche altri scrittori siciliani mi abbiano influenzata, Sciascia in particolare.

Come risponde ad Andrea Camilleri quando dice: “Io credo che l’autrice abbia messo in atto una sua personale strategia della derisione, non so e non importa fino a che punto coscientemente, proprio nei riguardi del romanzo ottocentesco”?

Il maestro Camilleri, che ammiro immensamente e a cui sono devota, ha sempre ragione.

boccamurataDa cosa è nata l’idea per Boccamurata, che parla di un amore proibito?

Dalla rabbia per le ingiustizie, commesse dalla legge e dall’opinione pubblica, nei riguardi dei figli di questi amori. Dal desiderio di far capire che un amore incestuoso, pur essendo sempre da evitare, può essere un vero grande amore reciproco e pertanto dev’essere riconosciuto e rispettato come tale.

Ha ricevuto critiche per l’argomento affrontato?

Sì, alcune, da uomini e donne di mezza età in tutta Italia. Nessuna da giovani o anziani.

I suoi romanzi spesso non seguono una linea temporale semplice. Come riesce a mantenere la tensione narrativa senza incorrere in spoiler o comunque senza anticipare troppo?

Con tanto lavoro, e fatica. Leggendo e rileggendo le bozze.

Nel suo stile narrativo e in molte delle storie raccontate e delle sue protagoniste, ho notato una lieve somiglianza con le scrittrici sudamericane – forse dipesa da un retroterra simile che accomuna l’America Latina con la Sicilia. Concorda?

Conosco soltanto la Allende, di cui ho ammirato molto soprattutto le prime opere, ma non ho mai pensato a lei. Non conosco altre scrittrici sudamericane.

vento scompostoIn Vento scomposto ha parlato dell’altro suo mondo, l’Inghilterra dei diritti dei minori, il suo ambito professionale, o meglio della sua prima professione, quella di avvocato. Come mai ha cambiato genere e ambientazione?

Volevo scrivere delle ingiustizie della società civile inglese nei confronti delle famiglie e dei minori.

Pensa di lasciare Vento scomposto come un romanzo unico, o ha intenzione di scrivere ancora romanzi che denuncino abusi?

Probabilmente tornerò a scrivere romanzi di denuncia, è la mia natura.

Rivedremo i personaggi dello Studio Wizens, Pat Hall, Sharon Steen e Steve Booth?

Non lo so. Forse. Per ora non ci penso.

E ancora, com’è stato accolto in Inghilterra Vento scomposto?

Non è stato tradotto in inglese.

Ne La monaca ho notato moltissimi riferimenti a Jane Austen e a Orgoglio e pregiudizio. Come mai?

Orgoglio e pregiudizio è un romanzo bellissimo e adatto ad Agata, la “mia” monaca.

Quali sono i suoi scrittori classici preferiti?

Lady Murasaki, Jane Austen, Stendhal, Balzac, Dickens, Gaitskell, Proust, De Roberto.

un-filo-d’olio-di-simonetta-agnello-hornby-sellerioI suoi due ultimi libri – Un filo d’olio e La cucina del buon gusto – raccontano ricordi d’infanzia collegati alla cucina. Crede che i ricordi siano legati principalmente al senso del gusto?

Non credo, i miei ricordi sono legati a tutti i sensi.

Quanto è importante per lei cucinare?

Cucino bene, quando voglio, ma non benissimo. Comunque cucinare è fondamentale per me, mi fa sentire umana, viva, creativa. Quando parto, mi manca molto non poterlo fare.

Quanto i ricordi d’infanzia e le persone che ne fanno parte incidono sulla nostra memoria e – perché no – sulla nostra fantasia?

Tutti i ricordi – d’infanzia e no – influiscono moltissimo sulla fantasia.

Cosa ci dobbiamo aspettare nel prossimo futuro dalla penna di Simonetta Agnello Hornby? Un romanzo ambientato in Sicilia – o in Italia – o in Inghilterra? Nel presente o nel passato? Qualcosa che si riallacci a quello che ha già scritto o qualcosa di totalmente nuovo?

Un romanzo siciliano contemporaneo. Secondo me, totalmente nuovo.

Un immenso grazie a Simonetta Agnello Hornby: speriamo di ospitarla presto col suo nuovo romanzo, che attendiamo con impazienza.

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