A distanza di più di settant’anni dalla pubblicazione, grazie a Bompiani torna sugli scaffali Furore, il capolavoro di Steinbeck – premio Pulitzer nel 1940 e Premio Nobel nel 1962 – in un’edizione riveduta e ampliata che finalmente restituisce ai lettori la vera cifra stilistica e contenutistica del testo.

The Grapes of Wrath, questo è il titolo originale, è un testo approdato in Italia in pieno Ventennio fascista. Libro di profonda critica sociale, impietoso, duro verso l’ordine costituito e la ricca borghesia che questo tutelava, scritto in un linguaggio scabro e ricco di espressioni gergali, era dotato di una carica sovversiva che il regime non poteva in alcun modo tollerare. Fu il traduttore del 1940, Carlo Coardi, a mettere mano al testo in maniera anche molto invasiva, eliminando in maniera drastica quei passaggi che poco si confacevano al clima culturale italiano.

In realtà, Coardi non agì in questo senso solo per necessità di uniformarsi all’ideologia e al pensiero fascista, ma anche per “semplificare” un tessuto narrativo ricco di slang e frasi scurrili o dialettali che non appartenevano al registro linguistico dell’italiano letterario dell’epoca. Infatti, un libro del genere, con un’architettura ricca e articolata, non era destinato certamente alle classi popolari quanto piuttosto alle élites culturali italiane, che non si sarebbero mai accostate a un romanzo in cui i dialoghi erano inframezzati dal turpiloquio e le scene recavano numerose espressioni dialettali.

Al traduttore era concessa la possibilità di intervenire sul testo in maniera “creativa”: la fedeltà al testo originario non era considerata un dato essenziale per la bontà dell’opera tradotta. Dunque, una libertà tanto vasta concessa all’interprete torna utile nel momento in cui si vuol ridimensionare il messaggio – allora ritenuto eversivo – del romanzo, ossia la ribellione necessaria ai soprusi e la lotta delle masse alle avverse condizioni economiche e sociali.

La storia narrata in Furore è una vicenda corale, legata alle sorti della famiglia di Tom Joad. Uscito di prigione nel pieno della Grande Depressione, il protagonista torna alla fattoria della sua famiglia e trova la desolazione e la fame. La fattoria, pignorata dalle banche viene espropriata; le terre, rese sterili dalle tempeste di sabbia, non sono più coltivabili e il bestiame muore di inedia. Così, come centinaia di migliaia di altre famiglie, i Joad si spostano dall’Oklaoma alla California, disegnata come la terra delle opportunità. Ma durante quest’esodo biblico il destino si accanirà sui Joad e sulle persone che li seguono, fino a che, giunti in California non si renderanno conto che non c’è nessun El Dorado ad attenderli, ma solo altra fame, disperazione e povertà. In quest’affresco, banche, polizia, e più in generale le istituzioni non hanno un ruolo positivo: vengono visti come poteri oppressivi, spietati, cui il cittadino può ribellarsi solo con la violenza, finendo inevitabilmente schiacciato.

La potenza dirompente della critica sociale custodita dalle pagine di The Grapes of Wrath fu avvertita in maniera forte già a pochi mesi della sua pubblicazione negli Usa. Un giornalista, Frank Taylor condusse una propria indagine nella zona dell’Oklaoma e del Midwest, lì dove era ambientato il romanzo, e presentò gli esiti di reportage condotti tra il 1937 e il 1939 alla stampa, affermando che vi erano sì dei braccianti agricoli ma che essi si muovevano per i raccolti stagionali e non versavano in condizioni di vita tanto misere. Gli scritti di Taylor, volti a tutelare l’immagine e il potere dei grandi latifondisti terrieri, furono scardinati dall’inchiesta Factories in the field, di un altro autore, Carey McWilliams, commissario per l’immigrazione in California. Entrambe le indagini, sia pure con esiti opposti, avvalorarono gli scenari e il quadro sociale ritratto da Steimbeck nel romanzo, fotografando in maniera impietosa le pecche di una società, quella americana, in cui le diseguaglianze sociali erano esasperate.

Furore è un romanzo che serba in sé molti echi letterari: da Faulkner a Hemingway, passando per i grandi capolavori sociali di Zolà. Gli spunti fondamentali provennero però da una serie di articoli che l’Autore aveva scritto nel 1936 per un quotidiano di San Francisco: in essi, Steinbeck delineava la condizione dei “nuovi poveri”: bianchi, protestanti, piccoli proprietari terrieri che avevano vissuto in un modesto benessere e che si trovavano d᾿un tratto in povertà. Messi in ginocchio dalle tempeste di polvere che avevano distrutto il terreno coltivabile, strozzati dai debiti contratti per affrontare la recessione del 1929, si trasferivano in massa nell᾿Ovest alla ricerca di una vita migliore.

Il quadro sociale descritto da Furore riecheggia con estrema drammaticità la situazione sociale ed economica che stiamo vivendo in questi anni. Forse per questo motivo, oggi più che mai è necessario accostarsi a questo capolavoro e cercare di comprenderne il vero messaggio.

Grazie alla nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni (traduttore di David Foster Wallace e di alcuni dei più importanti autori americani contemporanei) per Bompiani, The Grapes of Wrath arriva a noi con il suo carico di disperazione, rabbia e infine rassegnazione, addolcite sul finale struggente da un raggio di speranza: un dono gratuito di una madre che ha perso il figlio verso un uomo prossimo alla morte per fame. Una delle scene più toccanti di tutta la letteratura mondiale che finalmente potremo riscoprire e comprendere in tutta la sua bellezza.

Autore: John Steinbeck
Titolo: Furore
Titolo originale: The Grapes of Wrath
Traduzione: S.C. Perroni
Editore: Bompiani
Pagine: 496
Prezzo: € 12,00
Data di pubblicazione: novembre 2013

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