Oggi recensirò per voi in anteprima un romanzo che ha fatto tanto discutere e ancora lo farà a lungo, ne sono certa. Abbiamo già dedicato a questo romanzo diversi post, in previsione e in occasione della sua uscita nei paesi anglofoni, avvenuta lo scorso 27 settembre. Naturalmente avrete capito che si tratta di The Casual Vacancy, il nuovo romanzo di J.K. Rowling post-Harry Potter, un romanzo per adulti che il 6 dicembre sarà nelle nostre librerie per Salani con il titolo di Il seggio vacante. E già cominciamo col dire che numerosissime discussioni sono state fatte in relazione a questo titolo, che – permettetemi di dirlo –  approvo pienamente, essendo non solo la traduzione letterale del titolo inglese, ma anche la sua versione più eufonica. Se Salani – o chi per lei – tradurrà il romanzo come ha tradotto il titolo, potrete star certi che, qualunque critica voi facciate al libro, sarà direttamente imputabile a J.K. Rowling e non a chi curerà la traduzione. Del resto, non dubito che la scrittrice inglese abbia messo lo zampino in ciascuna delle edizioni dei paesi in cui è stato tradotto The Casual Vacancy: infatti ha già imposto che la copertina rimanesse immutata in tutte le lingue in cui il libro è stato tradotto finora.

ingleseHo preso in mano questo romanzo cercando di non avere preconcetti. Avevo letto sì le recensioni pubblicate nei primi giorni dalla sua uscita e, quando ne ho iniziata la lettura, concordavo sia con quelle positive che con quelle negative. Com’è possibile? Premettiamo che tutte le recensioni negative sono state fatte come un confronto con i romanzi della serie di Harry Potter. Si paragonavano i personaggi e le situazioni e – necessariamente – The Casual Vacancy ne usciva sconfitto, perché ha avuto la sfortuna di essere stato scritto dopo e perché presentava delle situazioni crude che in Harry Potter – trattandosi di una serie per ragazzi – non c’erano (ma ciò non significa che, nonostante la magia, in Harry Potter non ci fossero brutture!)

Chi ha letto il romanzo senza pregiudizi, senza pensare che J.K. Rowling fosse «la stessa scrittrice di…», non può essere stato deluso da questo libro, che è veramente costruito in maniera mirabile e che è talmente realistico da far stare male. Sì, lo confesso, inizialmente provavo un vago senso di ripulsa, ma il mio rigetto era dovuto alle sensazioni primordiali che pervadono tutta la storia; alla rabbia, all’odio che si percepivano in ciascuno dei personaggi, tanto da sentirmi quasi respinta da esso. Essendo poi un romanzo corale, in cui ogni capitolo si focalizza su uno – o anche più di uno – dei cittadini della ridente cittadina di Pagford, i «protagonisti», chiamiamoli così, sono davvero tanti e, senza prendere appunti, si perde la bussola a ricordare nomi, caratteristiche, legami e interazioni varie fra di essi. Per lo stesso motivo, però, una volta entrati negli ingranaggi sociali del paese, si diventa quasi cittadini onorari del piccolo centro e si fa fatica a staccarsene. Finito il libro, infatti, ho provato esattamente la stessa sensazione provata quando ho finito la saga di Harry Potter: si vorrebbe continuare a vivere con gli abitanti di Pagford e vedere come si evolveranno le situazioni e cosa ne sarà degli adolescenti una volta cresciuti, quasi stessimo abbandonando il nostro paesino natale.

imageMa ritorniamo allo stile narrativo della Rowling. Il libro è scritto in terza persona, incentrandosi via via sui vari personaggi del romanzo e seguendo il loro flusso di coscienza. Proprio per questo motivo – dal momento che nessun essere umano ha pensieri completamente buoni – cogliamo rabbia, meschinità, invidia, risentimento: tutti i possibili sentimenti che ciascuno degli abitanti di Pagford nutre nei confronti dei concittadini, che siano avversari politici o insegnanti, vicini di casa o familiari. E ciò fa sì che – alla fin fine – nessuno di loro ci piaccia davvero. Confesso di essere arrivata a voler strozzare Shirley Mollison, ma non per questo, tuttavia, ho trovato sua nuora Samantha più simpatica.

Il linguaggio è quanto mai realistico: passa da quello più sobrio di personaggi come i Mollison o i Wall, a quello sboccato degli adolescenti come Fats Wall e Andrew Price, per giungere allo slang scurrile e sgrammaticato degli abitanti dei Fields, i bassifondi su cui verte gran parte della diatriba politica alla base di questo romanzo. Perché Barry Fairbrother, che ha la cattiva idea di morire a pagina 4 del libro lasciando il famoso seggio vacante, è un sostenitore di questo quartiere degradato – essendovi nato e cresciuto –, che molti cittadini di Pagford vorrebbero invece sbolognare, come una patata bollente, a Yarvil, la città al cui Consiglio distrettuale fa capo Pagford. Dunque in The Casual Vacancy possiamo cogliere diversi livelli di turpiloquio, a seconda del personaggio interessato: pensieri crudi, espressioni volgari, imprecazioni, persino bestemmie – che hanno fatto gridare allo scandalo a chi si aspettava un nuovo Harry Potter. Ci sono scene di sesso, di stupro, si parla di incesto e di violenza domestica; la droga è presente una pagina sì e l’altra no, con descrizioni nette e taglienti. Fra gli adolescenti il bullismo, l’anoressia e il disagio psicologico la fanno da padroni. La Rowling, da spettatore esterno non partecipante, fa trapelare le sue idee politiche e il suo impegno sociale attraverso l’unico personaggio di cui non «sentiamo» i pensieri, perché è morto: Barry Fairbrother. E – attraverso la voce della dottoressa Parminder Javanda – sferza i benpensanti, che credono di essere superiori ai tossicodipendenti in cura di riabilitazione nel piano sanitario nazionale.

«And you», said Parminder loudly, as the silent eruption engulfed her, «do you know how many tens of thousands of pounds you, Howard Mollison, have cost the health service, because of your total inability to stop gorging yourself?» A rich, red claret stain was spreading up Howard’s neck into his cheeks. «Do you know how much your bypass cost, and your drugs, and your long stay in hospital? And the doctor’s appointments you take up with your asthma and your blood pressure and the nasty skin rash, which are all caused by your refusal to lose weight?»

«E tu», disse forte Parminder, mentre un’esplosione di silenzio la avvolgeva, «sai quante decine di migliaia di sterline tu, Howard Mollison, sei costato al servizio sanitario, per la tua totale incapacità di smettere di ingozzarti?» Una violenta macchia bordeaux si diffuse dal collo di Howard fino alle sue guance. «Lo sai quanto costano il tuo bypass, i tuoi farmaci e la tua lunga degenza in ospedale? E gli appuntamenti che prendi col dottore per l’asma e per la pressione alta e per quella brutta eruzione cutanea, che sono causate tutte dal tuo rifiuto di perdere peso?»

L’architettura complessa della trama, infine, rivela che ci troviamo davanti alla stessa mente geniale che ha creato Harry Potter. Il lettore viene mesmerizzato da una serie infinita di linee asimmetriche, che sembrano non voler convergere da nessuna parte; eppure l’edificio altamente strutturato si regge e funziona perfettamente.

Se fosse stato scritto da un qualsiasi altro scrittore si sarebbe acclamato il capolavoro. Invece la Rowling di capolavori ne ha già scritti sette – tutta la serie di Harry Potter –, per cui si può parlare solo di un ottimo libro. Niente di meno, però: sarebbe un’ingiustizia.

Autore: J.K. Rowling
Titolo: Il seggio vacante
Titolo Originale: The Casual Vacancy
Casa Editrice: Salani
pagine: 512
Prezzo: € 20,00
Data pubblicazione: 6 dicembre 2012