Wolf Hall – Hilary Mantel

Wolf Hall – Hilary Mantel

“Wolf Hall” di Hilary Mantel, candidato a diventare un classico della nostra epoca, è un libro che ti lascia dentro la sensazione di avere effettivamente fatto un viaggio nel tempo, di aver vissuto davvero nell’Inghilterra del XVI secolo, nel taschino del protagonista, Thomas Cromwell. Non so se i sontuosi abiti rinascimentali prevedessero cose simili ai nostri taschini, ma la cosa più affascinante è che ciò di cui hai voglia, una volta finita la lettura, è venir fuori dalla piega del prezioso damasco, dalla quale hai partecipato ai più importanti e conosciuti fatti storici della Londra che Enrico VIII chiamava la mia città, e piantarti davanti all’uomo con gli occhi del quale hai guardato tutto, per raccapezzarti della familiarità e dell’elusività di questa figura che campeggia nelle quasi ottocento pagine del romanzo della Mantel. “Sono i vivi a rincorrere i morti. Sbattono le lunghe ossa e i teschi dai sudari e mettono loro nella bocca scarnita parole di pietra: rivedono i loro scritti, riscrivono le loro vite” con questa frase, verso la fine del libro, la Mantel sembra parlare del suo lavoro, del romanzo storico, e dell’ambiguità nascosta nell’atto di inventarsi un Thomas Cromwell come poteva essere o poteva non essere, nell’alternativa (già del vecchio Manzoni, il capostipite) tra finzione narrativa e vero storico.