Qualche giorno fa si è avuta un’ulteriore conferma la notizia che i casi editoriali esistono. Vengono creati a tavolino. No, non stiamo parlando dell’ultimo volume scritto su commissione dal promettente scrittore di turno (possibilmente anglosassone). Parliamo della modalità messa in atto da una società di marketing americana per creare il best seller: la Result Source che ha ammesso di essere intervenuta in almeno due casi per manipolare il mercato e garantire ai propri clienti una posizione di vantaggio sul mercato.

 

Il meccanismo è semplice: nella prima settimana di uscita del romanzo, grazie a un adeguato battage pubblicitario, il testo balza ai primi posti in classifica. Questo è dovuto non all’acquisto del volume da parte dei lettori ma a opera della ResultSource che dietro pagamento di una somma che va dai 55.000 a i 200.000 dollari compra copie del libro e lancia l’autore in vetta.

Una simile tecnica – che ha avuto risultati premianti nel breve periodo in termini di acquisto di credibilità e fama da parte degli scrittori – ha però leso il corretto andamento del mercato e ha “gonfiato” titoli che diversamente non avrebbero avuto quello spazio e quella credibilità che hanno raggiunto. Le critiche sono state molte e numerose, ma non unanimi.

Alcuni editori hanno ammesso di non disdegnare i servizi della ResultSource e, anzi, che li trovano utili per sopravvivere in questo “tempo di squali”. Amazon ha dichiarato però che non farà più affari con questa struttura, poiché il gradimento di un libro da parte dei lettori non dovrebbe essere inficiato in alcun modo da interventi di agenti-terzi che falsano la competizione. Ma è veramente così?

Se andiamo a guardare i meccanismi che regolano auto-pubblicazione e autopromozione in Amazon et similia, ci si può rendere conto che l’escamotage messo in piedi su larga scala dalla società statunitense può essere facilmente ripetuto, seppur in scala minore, nell’ambito dei romanzi auto-pubblicati. E attraverso meccanismi di questo tipo l’autore può dare una mano alla sorte per cercare di sfondare nel variegato firmamento editoriale. Questo assunto vale moltissimo negli Stati Uniti ma inizia a prendere spazio e credibilità anche qui: l’idea che pubblicarsi in maniera indipendente per ottenere successo (rectius: auto-pubblicarsi) si sta trasformando rapidamente da eventualità in assioma, complice anche il successo della James e di altri autori. Autori e autrici scelgono di pubblicare attraverso il colosso di Palo Alto. Le royalties sono altissime: il 70% contro il 25% che di solito viene riconosciuto a uno scrittore americano (in Italia assai meno, fidatevi). Amazon trattiene per sé il 30% a titolo di spese di intermediazione.

Facile intuire il resto. Si pubblica il romanzo, se ne compra un buon numero di copie e il romanzo balza in classifica. I soldi, almeno il 70%, rientrano in una partita di giro in cui soggetto unico è lo scrittore. Si instaura curiosità e passaparola e il libro inizia a esser comprato da altri. Quando acquista una buona visibilità, l’autore può anche azzardare il grande passo: aumentare il prezzo.
Spesso si tratta di giochi che lasciano il tempo che trovano: di manciate di copie che muovono poco il mercato ridotto degli e-book, almeno qui in Italia. Non ancora. In America non è così.

Esistono siti quali ad esempio Kindleboards attraverso cui gli autori indie si incoraggiano, scambiano consigli e tecniche per emergere nel vasto e periglioso mondo dell’anonimo e-book. Agenti, editor, correttori di bozze vengono superati da queste community in cui si celebra l’autarchia del self-publisher.

In queste comunità sono presenti essenzialmente due tipologie di autori. Da una parte coloro che, per scelta e consapevolmente, scelgono di non accedere al mercato editoriale tramite le figure istituzionalizzate (agenzie editoriali e case editrici) perché non desiderano essere rappresentati e scelgono di tenere per sé il ricavato del proprio lavoro. Dall’altra c’è chi per sfortuna (accade spesso) o per incompetenza (cosa plausibile, nessuno se ne scandalizzi) è respinto da case editrici e agenzie e vive nell’idea di non aver avuto l’occasione giusta per sfondare (memori delle esperienze di Stephen King o della Rowling, i cui manoscritti furono rifiutati per anni) o semplicemente di non essere stato ancora “scoperto”.

Per tutti, un unico miraggio: uscire dal giro dei “bargains”, come vengono definiti gli e-book a 0,99 cents e fare il salto di qualità. Salto che li porterà, inevitabilmente, tra le braccia di una major del mercato editoriale, complici un gran numero di recensioni entusiastiche (e più o meno vere). Inutile dire che la maggior visibilità on line non garantisce a nessuno maggiori chance di successo: la possibilità di emergere e farsi notare da un editore di alto livello attraverso l’auto-pubblicazione – dati alla mano – sono le stesse che ha un autore che segue i canali tradizionali, ossia spedire un manoscritto e sperare che esso venga “pescato” dalla pila di libri che editor e agenti si ritrovano sulle scrivanie.

Da parte loro, le major americane hanno smesso di guardare con sufficienza all’editoria indie. Esso rappresenta non solo un interessante bacino per individuare nuovo talenti, ma si è trasformato in un mercato parallelo che ha sottratto somme e risorse importanti a quello ufficiale. Il mercato digitale indipendente rappresenta una pesante incognita con cui le case editrici devono fare i conti. Alcune hanno scelto di creare delle divisioni che si occupano del self-publishing come la Penguin che, attraverso la Author Solution, fornisce tutorial on line per avere pareri e tips sull’autopubblicazione, il marketing, le illustrazioni e alcuni consigli di natura prettamente editoriale, oltre che una piattaforma in cui gli autori (e non solo) possono incontrarsi e confrontare le proprie esperienze o pubblicizzare i testi. Altre, invece, resistono e si trincerano nel rifiuto, rivendicando con forza l’importanza del proprio ruolo di intermediazione.

Tuttavia, allo stato dei fatti, il ruolo di filtro e lavorazione che assolvono le case editrici nella ricerca dei testi non è eludibile. Purtroppo si assiste a un generale abbassamento della qualità dei testi e ciò comporta che spesso i rifiuti delle case editrici (americane e non) siano motivati non da cattiveria o invidia del talento altrui ma dal mancato rispetto delle basilari regole di ortografia e grammatica, senza parlare della debolezza della trama o dell’inconsistenza dei personaggi. E non ci saranno maneggi che tengano: se il testo è scadente si potrà “imbrogliare” il lettore solo una volta.

5 Readers Commented

Join discussion
  1. radiolinablu on 12 Marzo 2013

    Bellissimo articolo.

  2. Ferruccio Gianola on 12 Marzo 2013

    Un post molto interessante… in questi giorni sto facendo delle riflessioni sui costi della cultura e capita a fagiolo

  3. daydream on 12 Marzo 2013

    Davvero un ottimo articolo!
    Io non vedo l’ora di avere un romanzo per cercare di entrare in questo mondo, ma so già che non sarà per niente facile… ma non penso che ricorrerò mai all’auto-pubblicazione…

  4. Irene Vanni on 12 Marzo 2013

    C’è anche un noto editore italiano che investe tutto in promozione (senza poi pagare editor e autori): compra, pompa e spara numeri di vendita fasulli. Vedo però che ultimamente sta calando, anche perché i suoi libri sono tutti uguali a seconda del momento.

  5. Anonymous on 12 Marzo 2013

    sì interessante molto. Non so se le dinamiche americane siano assimilabili a quelle italiane, ma, di sicuro che i fenomeni editoriali siano costruiti a tavolino mi pare chiaro da tempo. Basta guardare le fascette, ci riflettevo giusto ieri, sono tutti casi editoriali, libri dell’anno ecc. Purtroppo il mercato è un pantano, un pantano in stallo attualmente. C’è ancora un grosso margine di qualità, secondo me, ma occorre scavare, in superficie galleggiano un po’ tutti… grazie sandra

HAVE SOMETHING TO SAY?