“Ahimè, è bendato,
Amore, e deve scernere senz’occhi
le vie che vanno dritte alle sue voglie…”

Fiumi navigabili di parole sono stati spesi per questa tragedia dell’amor romantico, che focalizza l’attenzione sul sentimento che nasce fra ragazzi quasi preadolescenti, poiché la dolce Giulietta non ha ancora quattordici anni e Romeo non più di sedici. Troppo presto per amare? Troppo presto di sicuro per morire. 

romeo-e-giuliettaLa storia dei due bellissimi innamorati è conosciuta anche da chi non ha idea di chi sia il grande Shakespeare, perché corrisponde a un archetipo della nostra cultura occidentale. Basta spostarsi un po’ lungo il tempo, ma anche lungo lo spazio, per scoprire che questa concezione dell’unione fra un uomo e una donna non è l’unica possibile, poiché l’arte di un matrimonio che funzioni è stata ricondotta ad altre categorie che c’entrano più con il buon senso e meno con la passione, in altre culture africane o asiatiche o, tempo fa, anche in Europa, come ci testimoniano proprio i signori Capuleti e Montecchi. Dunque, da un lato l’amore per questa storia è “culturale”, per una concezione della donna e del rapporto uomo-donna che nasce alla vigilia dell’anno Mille nel cuore del nostro Medioevo, dall’altro è legato alla nostra anima. Sì perché il desiderio di felicità e la possibilità che l’altro, fuori di noi, diverso da noi, sia quel quid che finalmente ci rende felici, completamente felici, è qualcosa che portiamo inscritto nell’anima. È il senso religioso che ci rende uomini, quella certezza morale che un Bene ci attende, che possa rispondere perfettamente al baratro di sete di felicità che siamo. L’innamoramento è ciò che di più simile ci è concesso a questa follia di desiderio e di brama di completezza. Ovviamente è una fiamma che scalda e può anche distruggere, dato che ognuno presto scopre che questo è, parzialmente, un errore, in quanto l’altro è segno di questa possibile completezza, ma non può in ogni modo esaurirla. “Fecisti nos ad te Deus, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te”. La saggezza di Agostino ci aiuta, lui che fu esperto di amor profano e di amor divino.

Giulietta e Romeo ci affascinano perché hanno cristallizzato quel momento in cui la fiamma brucia altissima e dopo del quale non può che affievolirsi o scoprire l’arcano della dinamica del segno. Loro sono morti prima di arrivare a questa fase, difficile per molti anche oggi. Eppure i due adolescenti innamorati ci ricordano il sentimento più grande e forte che ci può capitare di vivere – a parte l’amore paterno e materno, che brucia di un calore più denso e duraturo – ed esso esiste per ricordarci che siamo fatti per un amore così, né più né meno. Un amore celebrato, alle fondamenta dell’Europa cristiana, dal sacramento del matrimonio e che ricorda il fuoco che passa eternamente fra le Persone divine. La vita senza questo fulgore appassionato è cenere, e la storia di Giulietta e Romeo, in un certo senso dolorosamente, esiste per ricordarcelo. In questa grandissima opera del Bardo, che è stata definita una tragicommedia per certi elementi che poi vedremo, in alcuni personaggi secondari, come Mercuzio o frate Lorenzo, o in certi momenti di Romeo stesso si sorprende una visione, anzi una riflessione sull’amore che trascende e fonda lo squisito, giocoso, lieve e tragico romanticismo dei due giovani amanti. “C’entra molto l’odio, in tutto questo, ma ancor più l’amore” dice infatti Romeo quando vedendo il sangue in terra, all’inizio dell’opera, si rende conto che c’è stata una zuffa, tra le due parti nemiche di Verona, che è finita nel sangue.

O amor litigioso! Odio amoroso!
O tutto prima creato dal nulla!
O vana serietà! Vanità seria!
O caos informe di splendide forme!
O plumbea piuma! Lucida caligine!
Gelido fuoco! Inferma sanità!
Sonno insonne, che è quel che non è!
Questo è l’amore ch’io mi sento dentro,
senza nulla sentire che sia amore.

La zuffa è da Romeo interpretata come manifestazione della piaga d’amore: come se odio e amore fossero lo stesso fenomeno. Si odia per amor dell’uno che fa odiare l’altro, quindi una forma “sbagliata” d’amore, come fosse l’attaccamento in sé il problema e come se il contrario fosse un sereno distacco. Negli ossimori seguenti c’è più di arzigogolata retorica. Amore che litiga e odio che ama, ché nella zuffa si ama e si odia l’immagine dell’altro speculare del proprio sé, celebrando un modo d’essere: uomini di parte valorosi e spacconi, pronti a morire per un nonnulla pur di provare il proprio coraggio. “Vana serietà”: si è pronti a combattere per cose stupide come una rivalità campanilistica. “Vanità seria”: una scaramuccia può generare la tragica fine di una vita. “O caos informe di splendide forme” il caos è l’impasto emotivo che le reazioni umane suscitano e generano, magma a cui le convenzioni sociali e culturali danno il nome di faida, guerra, ma anche di amore romantico e passione divorante. Pian piano ridiventa solo l’amore il tema e Romeo ritorna al suo tormento: l’amore ha la levità aerea di una piuma, ma rende il cuore pesante come il piombo per l’assenza della amata. È una caligine che non consente una visione veritiera di ciò che è, ma nel frattempo la sua lucida bellezza inganna la ragione. “Gelido fuoco” e “inferma sanità” fanno pensare all’aurea Saffo:

“Basta che ti getti uno sguardo e mi si spezza la voce,la lingua s’inceppa, subito un fuoco sottile corre sotto la pelle,gli occhi non vedono più, le orecchie rombano,un freddo sudore mi scorre, un tremore tutta mi afferra,sono più verde dell’erba,e poco manca che muoia…”

“Sonno insonne” conduce il pensiero al sonno della ragione, che non trova requie né grazia d’interruzione. Si sa di non pensare lucidamente, ma non si riesce a smettere di farlo. In conclusione, che Romeo ricolleghi la zuffa avvenuta per le vie di Verona al sentimento di tormentosa mancanza che lo affligge è indice di una riflessione sulla natura di ciò che muove le azioni umane, l’attaccamento irrazionale a ciò che è l’oggetto della propria devozione, sia essa una parte politica o una donna.

“Questo è l’amore ch’io mi sento dentro, senza nulla sentire che sia amore”.

Eppure il cuore grida e brama che l’amore possa e debba essere altro, come dopo secoli ci testimonia Clemente Rebora:

“Qualunque cosa tu dica o faccia/ C’è un grido dentro:/ Non è per questo, non è per questo!// E così tutto rimanda/ a una segreta domanda:/ L’atto è un pretesto”. (…) “Nell’imminenza di Dio/ La vita fa man bassa/ Sulle riserve caduche,/ Mentre ciascuno si afferra/ A un suo bene che gli grida: addio!”

Questo scomposto afferrarsi a qualcosa che sfugge può essere l’amore? Di fatto siamo sbattuti da questa forza, contemplando l’effetto che, nei suoi molteplici aspetti, ha sulla nostra anima. Come nel mondo classico, l’amore è sentito come perturbazione perniciosa per l’equilibrio razionale e, in più, il suo dramma è la mancanza dolorosa del suo oggetto, l’impossibilità di possederlo stabilmente. Quando Benvolio, però, cerca di andare al dunque, per sapere chi sia, infine, la donna amata da Romeo, quest’ultimo ricomincia il gioco dei fraintendimenti scherzosi con le parole, come a indicare che il gioco ricomincia: lo svilimento dell’amore ai suoi effetti contingenti, e lui vi si rassegna, abbandonando le sue più alte contemplazioni del dio Amore.

“Oh, è ricca di beltà,
povera solo in questo: morta lei,
morirà insieme con la sua bellezza
il magazzino della sua ricchezza”.

La frase conferma che l’amore riposto in una bellezza caduca è meno dell’Amore in sé, su cui Romeo va meditando. Tutto il discorso di Mercuzio, invece, sulla Regina Mab, la fata levatrice dei sogni, colei che li fa sgorgare dalle menti dei dormienti, sembra volto a delineare il destino degli uomini di essere vittime inconsapevoli e impotenti di un destino capriccioso e tiranno. Il Fato delle tragedie greche con un malevolo spirito umoristico, che spinge ciascuno a desiderare ciò verso cui più è portato. Il desiderio, e dunque quell’attaccamento a quel qualcosa che si brama è la nostra maledizione. Mercuzio considera il nostro stato di vittima, con un sarcastico senso di commiserazione, ma Romeo percepisce che quella vulnerabilità suprema a desiderare nella trappola d’amore lo porterà a una fine tragica.

“(…) il mio spirito mi fa presago
di eventi ancor sospesi nelle stelle
che avranno il lor funesto appuntamento
in questa festa, e segneranno il termine
d’una vita spregiata, com’è quella
ch’io chiudo in petto, e che un crudel destino
sembra aver condannato fin da ora
ad immatura ed impietosa morte.”

Giulietta e Romeo si incontrano e si baciano e, saputo solo dopo chi l’altro sia, disperano. Il coro attesta l’accaduto:

Ormai la vecchia fiamma di Romeo
è sul letto di morte, e un nuovo amore
aspira a coglierne la successione.
La bella per la quale trepidava,
e dichiarava di voler morire,
confrontata alla tenera Giulietta
più non appare bella agli occhi suoi.
Ora Romeo ama ed è riamato.

Non incontriamo subito, in questa immortale opera shakespeariana, un giovane che si innamora della figlia del suo nemico. Abbiamo un giovane già innamorato, che soffre aspramente di pene d’amore, che, vedendo la bellezza di Giulietta, dimentica immediatamente tutto il resto. Il coro avverte “Ora Romeo ama ed è riamato”. È questo il punto: l’ebbrezza di essere riamati, lo shock paradisiaco che incanta gli adolescenti alla loro prima cotta. Una forza primigenia della natura, come quella che fa spuntare inarrestabilmente gemme tenere dalle dure scorze degli alberi. Quando incontriamo frate Lorenzo, lo troviamo a riflettere, mentre prende spunto dalle piante che sta raccogliendo, per estrarre massime generali sull’esistenza. La memoria corre a un’altra illustre weltanschauung. Fra la visione di frate Lorenzo e la concezione medievale dantesca corrono quasi trecento anni, ma in tale periodo è avvenuto un profondo ribaltamento testimoniato da questi versi.

Frate Lorenzo (…) niente è così vile sulla terra
da non rendere ad essa, in contraccambio,
qualche particolare beneficio;
così come non v’è cosa sì docile
che, distratta dal natural suo impiego,
non dirazzi dalla sua vera origine
e si corrompa, e degradi in abuso.
La virtù stessa si converte in vizio,
ed il vizio talora si nobilita
col compimento d’una bella azione.
Nell’esile epitelio che riveste
la corolla di questo fragil fiore
stanno insieme un umore velenoso
ed una proprietà medicinale:
a odorarlo, t’inebria; ad ingerirlo
t’uccide, con il cuore, tutti i sensi.
Due sovrani di questo stesso tipo,
tra lor nemici, son sempre accampati,
così come nell’erbe, anche nell’uomo:
la Grazia, e la brutale Volontà.
La pianta in cui predomina il peggiore
di questi due potenti, è divorata
assai presto dal cancro della morte.

Paradiso Canto I

«Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;
né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’ arco saetta,
ma quelle c’hanno intelletto e amore.
La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ‘l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.
Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’ a risponder la materia è sorda,
così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;
e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.

Nella visione di frate Lorenzo la Grazia e la “brutale Volontà” sono due possibilità che influiscono sul destino dell’uomo: fatale è il prevalere dell’una sull’altra o il contrario. “La virtù stessa si converte in vizio, ed il vizio talora si nobilita col compimento d’una bella azione”. La reversibilità stessa di queste propensioni è fatale e dà il senso della tragedia sempre possibile e imminente, latente in qualsiasi scelta.
“Non v’è cosa sì docile che, distratta dal natural suo impiego, non dirazzi dalla sua vera origine e si corrompa, e degradi in abuso”.

Dante, che Shakespeare non poté conoscere se non indirettamente, credeva invece nella Provvidenza divina, alla base dell’armonia universale, per la quale tutto tende al suo fine che è, in ultimo, Dio, ma ogni creatura può divergere, poiché “la materia è sorda” all’intenzione dell’Artefice e perché un “falso piacere” torce la naturale traiettoria che porta ogni cosa verso Dio. Nella concezione cristiana dantesca c’è la Provvidenza divina e, per l’uomo, la libera scelta, per Shakespeare e per il suo tempo, segnato dalla Riforma protestante, c’è l’insindacabile volere della Fortuna che sbilancia l’equilibrio degli opposti al di là delle scelte umane. Questo segna il destino dei due giovani, la cui innocenza è inutile a salvarli dal prevalere della sorte. Dal bene e dal male che portiamo dentro di noi e dall’insondabile altalena degli opposti non c’è nulla che possa salvarci. Per Dante, tener fisso lo sguardo al vero Bene e stringere la mano che la Benevolenza divina ci porge attraverso le Guide che essa ci manda, se siamo caduti, tiene al sicuro dalla perdizione di noi stessi. Per il Seicento inglese, che guarda al Rinascimento italiano, l’armonia dell’Universo si è persa e la percezione di un Destino buono che trepida per noi è sfumata. Lo scettro è della cieca Fortuna, di machiavellica memoria.

FRATE LORENZO – Il cielo arrida a questo atto sacrale,
sì che l’ore future, a suo castigo,
non abbiano a recarci alcun dolore.
ROMEO – Amen, padre Lorenzo, così sia!
Ma qualunque dolore me ne venga,
non potrà bilanciar l’immenso gaudio
d’un solo istante della sua presenza.
Congiungi tu, con le parole sante,
le nostre mani, e poi venga la Morte,
la gran divoratrice dell’amore,
a far di noi tutto quello che vuole.
A me basta poterla chiamar mia.

La tragedia è preparata dalle parole iniziali di frate Lorenzo che non assolvono alla loro funzione apotropaica, non tengono lontani il male e il dolore. La morte infatti aspetta al varco e il frate (la religione, la Chiesa) non è il ministro dell’intenzione e della volontà divine. Lui celebra il matrimonio fra i due giovani per un progetto di pacificazione fra le due famiglie che è solo suo. La Chiesa non è intermediaria della Divinità, fallisce per la sua limitatezza, come nella visione di Lutero. Romeo sfida la morte in nome dell’Amore. “A me basta poterla chiamare mia”: legare i due destini è l’impresa che gli riesce e, davvero, Romeo trionfa sulla morte. Il matrimonio, suggellato da “parole sante”, è un patto che vuole irridere il destino nemico. La Morte divora la vita che vuole trionfare, ma questo incanto dell’amore riamato sfida tutto l’orrido meccanismo che cospira per l’infelicità. Come fosse l’ultimo miracolo che all’uomo è concesso, l’unico incanto che mima l’amore divino che si consuma senza requie e senza fine nella Santissima Trinità. All’eternità però si contrappone la brevità del tempo, il consumarsi di un attimo glorioso di amore assoluto e vicendevole prima che la morte abbia il sopravvento e consumi tutto in cenere. Nell’eternità dell’attimo sta la vittoria dell’uomo, in cui somiglia a Dio, anche se, e proprio perché forse, i protagonisti sono poco più di due bambini. Una vittoria tragica, ma una fulgida vittoria.
Oh, vieni, o notte, e portami con te
il mio Romeo, giorno della mia notte,
che spiccherà sulle tue ali nere
più candido di neve mo’ caduta
sovra il dorso d’un corvo!
Vieni, amorosa ed accigliata notte,
e dammi il mio Romeo;
e quand’egli morrà, tu, notte, prendilo
e ritaglialo in mille pezzettini
da farne tante piccole stelline:
farà sì bella la faccia del cielo,
che tutto il mondo non avrà più occhi
che per te, notte, e non farà più omaggiod’adorazione al risplendente sole.

Tutta la storia di Giulietta e Romeo è nell’alveo della notte, che sottolinea il loro essere nascosti, alternativi, contrapposti ai riti di unione e alla vita formale e riconosciuta che si svolge di giorno. La sfida loro è anche alle convenzioni che vogliono i matrimoni celebrati per altri motivi razionali che non la scelta elettiva dell’amore romantico e vogliono le famiglie divise da rancori. La sfida è del regno della notte, in cui Giulietta era stata da Romeo paragonata alla luna e Romeo è da Giulietta paragonato alle stelle. Luce e buio si contrastano come la felicità assoluta dei giovani amanti, contrapposta alle vicende violente che dividono le famiglie con la morte di Mercuzio e Tebaldo e, dunque, alla rovina e alla distruzione perpetrate contro il loro desiderio di felicità. L’odio di giorno e l’amore di notte. Eppure è ybris che fa a Romeo preferire Giulietta come dea della notte: come se il Sole, usata metafora dell’Unico che vuole essere amato assolutamente, si vendicasse dell’oltraggio. L’amore romantico è alternativa al necessario amor Dei: trionfa la separazione petrarchesca fra Laura e Dio, più vicina alla parcellizzazione rinascimentale, rispetto all’unitarietà Dantesca, capace di vedere la donna e l’amore a lei come segno e mezzo per giungere all’Eterno.

GIULIETTA – L’allodola,
dicono pure, ha scambiato i suoi occhi,
col ripugnante rospo.Che si siano scambiate anche le voci?
Perché questa, che va destando il giorno,
ci strappa trepidanti dalle braccia
l’uno dell’altro, e mi ti porta via.
Vattene, va’, si fa sempre più chiaro.
ROMEO – Sempre più chiaro in cielo,
sempre più buio dentro i nostri cuori

Sempre la contrapposizione della luce e del buio dove la prima è causa del secondo. Il mondo degli adulti, il mondo della razionalità calcolatrice ricaccia nel nascondimento la passione e l’amore ricambiato senza calcoli. Gli adulti, i genitori sono i portatori di questa mentalità opprimente che riduce l’amore a compravendita socio-economica.

CAPULETO –Mano sul cuore, medita e rifletti:
se pensi ancora d’essere mia figlia,
io ti darò per moglie a questo amico;
altrimenti va’ pure ad impiccarti,
ad elemosinare per la strada,
a crepare di fa me e di miseria,
perché, sulla mia anima,
ti disconoscerò come mia figlia,
e nulla avrai di quello che possiedo.
T’ho parlato sul serio. Ora rifletti.
Son fermo a mantenere la parola.

Due mondi contrapposti: quello della razionalità degli adulti, che fa progetti e non vuole ostacoli, e l’urgente voglia di vivere e di amare della giovinezza, che infiamma i due ragazzi del desiderio di stare sempre insieme e duole troppo per la separazione. Il buio dei comportamenti emotivi e irrazionali, guidati dal desiderio da una parte e dall’altra, la luce dei progetti ben congegnati, ma talmente ideologici da calpestare la libertà altrui. Il progetto di frate Lorenzo di riappacificare le due famiglie rivali col matrimonio di Romeo e Giulietta e il progetto di papà Capuleti di accasare la figlia con un buon giovane e bel partito cozzano con l’Amore, imprevedibile e lunare, sottoposto per questo ai capricci mutevoli della Fortuna. Ma come diceva frate Lorenzo delle erbe “La virtù stessa si converte in vizio, ed il vizio talora si nobilita col compimento d’una bella azione”, l’amore nato sotto la luce incostante delle stelle porterà alla fine la pace fra le due famiglie.
Giulietta, di fronte alla proposta del frate di ingerire quella sostanza che la terrà in animazione sospesa fino allo sperato risveglio fra le braccia di Romeo, manifesta le sue terrificanti paure.

Ma che succederà, Vergine Santa,
se, messami a giacer nella mia tomba,
mi dovesse accadere di svegliarmi
avanti che Romeo venga a salvarmi?…
Ah, che dubbio terribile è mai questo!
Non potrò rimanere soffocata
in quella tetra sotterranea volta,
attraverso la cui fetida bocca
non entra un filo d’aria salutare,
e, prima ancor che giunga il mio Romeo,
là morire asfissiata?… E se sto viva,
non può darsi che la notturna tenebra
e l’orrido pensiero della morte
e il terrore del luogo – quella cripta
antico sotterraneo ricettacolo
dove l’ossa di tutti gli avi miei
per secoli si sono ammonticchiate;
dove Tebaldo, ancora sanguinante,
che poc’anzi era verde sulla terra,
s’imputridisce già nel suo sudario…
e dove a una cert’ora della notte,
come dicono, appaiono gli spiriti…
ohi! ohi!… se mi svegliassi innanzi tempo,
che potrebbe succedere di me,
in mezzo a quel nauseabondo lezzo
ed a stridii che paion di mandragole
quando sono divelte dalla terra,
e che fanno impazzire chi li ascolta?…
Oh, Dio, se mi svegliassi in quel momento,
circondata da tutti quegli orrori,
non rischierei d’uscire fuor di senno,
da mettermi a giocare, come pazza,
con l’ossa dei miei avi?…
Ed a strappar dal suo lenzuolo funebre
il martoriato corpo di Tebaldo?
E in questo eccesso di pazzia furiosa
brandire un osso di qualche antenato,
e con quell’osso, a guisa d’una clava,
farmi schizzar le spente mie cervella?
Oh, ecco, ecco, ch’io vedo lo spettro
di mio cugino che insegue Romeo
che l’ha infilzato… No, ferma, Tebaldo!
Eccomi a te, Romeo. Lo bevo a te.

Meraviglioso intermezzo splatter e avvisaglia del gotico notturno inglese che sta a testimoniare l’ecletticità di quest’opera di Shakespeare, fra la lirica delle parti dedicate all’amore dei due ragazzi, il sapore di commedia degli sproloqui di Mercuzio e della nutrice e l’amor retorico dell’eufuismo, equivalente al marinismo del Seicento italiano. Romeo viene a sapere della morte di Giulietta e non gli arriva l’avviso di frate Lorenzo che gli svelava la verità, per cui la sua sposa dormiva di un sonno indotto da una pozione da lui stesso somministrata. Così si reca da un erborista e si procura un veleno.

SPEZIALE – (Porgendogli una fiala)

Ecco: versatelo in qualunque liquido,
e bevetelo tutto, fino in fondo:
aveste pur la forza di venti uomini,
vi spedirà di colpo all’altro mondo.
ROMEO – E questo è il tuo denaro, ch’è veleno
ancor peggiore all’anima dell’uomo,
perché commette, in questo sozzo mondo,
più delitti di quei poveri intrugli
che a te non è permesso di spacciare.
Perciò son io che vendo a te veleno,
non tu a me. E con ciò ti saluto.

I soldi (quindi anche il buon matrimonio che il Capuleto si affrettava a stipulare con il benestante Paride) sono contrapposti al legame sincero che muove i due giovani: altro topos dell’amore romantico. Il denaro è il simbolo maligno della bramosia di potere, corruttore di quell’infanzia dello spirito che invece vede nell’altro tutto il bisogno dell’uno.

O mia Giulietta,
perché sei tanto bella ancora, cara?
Debbo creder che palpita d’amore
l’immateriale spettro della Morte?
E che quell’aborrito, scarno mostro
ti mantenga per sé qui, nella tenebra,
perché vuol far di te la propria amante?
Per tema, io resto qui con te, in eterno;
e più non lascerò questa dimora
della notte, qui, qui, voglio restare
insieme ai vermi, tue fedeli ancelle,
qui fisserò l’eterno mio riposo,
qui scrollerò dalla mia carne stanca
il tristo giogo delle avverse stelle.

Il buio della tomba, “dimora della notte” è la casa scelta in disdegno alle “avverse stelle”. La gioventù, con il suo sempre rinnovato desiderare e il suo cedere alle lusinghe della passione, si rifiuta di approdare alla luce razionale dell’età adulta. La morte la si sconfigge sposandola. Il titanismo sfolgora qui, l’orgoglio di sfidare il nemico pur sapendo di perdere, che fece amare Shakespeare ai Romantici dell’Ottocento. Amore e morte, cupio dissolvi e l’abbraccio dell’oscurità.

PRINCIPE – Una ben triste pace
è quella che ci reca questo giorno.
Quest’oggi il sole, in segno di dolore,
non mostrerà il suo volto, sulla terra.
Ed ora andiamo via da questo luogo,
per ragionare ancora tra di noi
di tutti questi tristi accadimenti.
Per essi, alcuni avranno il mio perdono,
altri la loro giusta punizione;ché mai vicenda fu più dolorosa
di questa di Giulietta e di Romeo.

Questa è la fine della tragedia. Il sole che, in segno di dolore, non mostrerà quell’oggi il suo volto sulla terra è la luce della razionalità che s’oscura di fronte alla triste sorte di due innocenti guidati da notti e stelle, da desideri e passione amorosa. Il Principe svolge la funzione dell’Areopago per la trilogia eschiliana dell’Orestea, quando le Erinni vengono trasformate in Eumenidi e l’uccisore della madre se ne va perdonato dall’autorità cittadina, che si dichiara superiore alle potenze primigenie del Fato. Il bene che scaturisce dall’ingiusta morte dei due ragazzi è stabilito d’autorità per la città di Verona. Il mondo della luce razionale deve accettare l’ombra della passione e dell’amore cieco per conservare la sua umanità. L’uno senza l’altra e viceversa snaturano il nostro essere uomini: buio e luce, corpo e anima, cuore e ragione. L’amore: croce e delizia della nostra vita.
*La traduzione dall’inglese è quella di Goffredo Raponi
Questo breve saggio è inserito in Antonella Albano, “Vampiri, supereroi e maghi. Metafore e percezione morale nella fiction fantastica”, Roma 2013, Editore Aracne.

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