Sento la neve cadere, l’incanto delle storie

Il libro di Domenico Infante non ci vuole molto tempo a leggerlo e non perché gli eventi catalizzano l’attenzione e si vuole scoprire la fine, ma perché ad ammaliare sono le parole che avviluppano, accarezzano, urtano a volte, ma sempre conquistano. Lo scrittore ci sa fare decisamente con le parole, le ammansisce e le addomestica come un antico cantastorie della terra sicula, in cui ambienta il suo romanzo.

Siamo a Petralia, nelle Madonie siciliane, nel 1922 quando a Salvatore Salvati, abile contadino e vero pater familias, nasce il suo primo e unico figlio, che per un errore anagrafico avrà il nome di Esilio. Tra enormi fatiche e stenti la famiglia Salvati vive al riparo dagli eventi storici senza grandi scossoni, osservando le regole di una gerarchia per lo più meritocratica che attribuisce a zu’ Lillo il ruolo indiscusso di saggio accorto e intelligente.

I Salvati vivono accanto a vicini poveri ma onesti faticatori ed Esilio diventa amico fraterno di Gaspare Diotallevi con cui condivide tutte le gioie e gli immancabili dispiaceri che i bambini prima e gli adolescenti poi vivono.

Sento_la_neve_cadere_copertina2Il ritmo del lavoro quotidiano scandisce in modo monotono e sempre uguale le giornate dei Salvati finché Esilio, diventato giovane uomo, non trova nella cantina di casa un involto con carte antiche scritte con grafia tondeggiante. Nessuno dei Salvati sa leggere perciò Esilio dopo essersi rivolto inutilmente al maestro di Petralia va a Palermo dal rabbino, da cui conosce la storia della sua famiglia: sono ebrei e discendono da Yeoshua Lewi, trasferitosi a Petralia e lì diventato Salvatore Salvati. Da questa rivelazione il rapporto tra Esilio e Gaspare, diventato una camicia nera, cambierà per sempre.

Infante racconta la storia di una famiglia di persone solide e concrete che sanno sempre cosa fare e a chi rivolgersi all’interno di un microcosmo protettivo ai margini della storia del Ventennio fascista e della Seconda Guerra Mondiale, che entra di prepotenza come un vento furibondo mettendo a dura prova anche le relazioni umane più longeve e forti.

Salvatore non aveva studiato. Non sapeva leggere e non sapeva scrivere, padroneggiava i numeri e riusciva a fare somme, sottrazioni, divisioni e moltiplicazioni a mente senza sbagliare mai, d’altra parte è questo quello che serve a un contadino, essere capace di contare,  sommare, spartire e sottrarre le proprie quote da quelle altrui. Era però un uomo interessato al suo tempo, e le voci che sentiva girare non gli piacevano affatto.

Il libro rappresenta con profonde suggestioni liriche una natura rispettata e amata intensamente dai personaggi della storia che non riconoscono altra legge e non osservano altre regole. La civiltà quando agisce porta con sé la follia e il cieco fanatismo che erano sconosciuti fino ad allora.

In questo romanzo c’è posto anche per una delicata elegia della vecchiaia e della morte

Quello che conta è morire con dignità, senza pianti inutili, senza tragedie, accompagnati da un sorriso o meglio ancora da una risata, perché andarsene accompagnati da una risata rende quel momento là meno opprimente.

Questi elementi toccano nel libro di Infante i vertici di vera e dolcissima poesia capace di commuovere e si riferiscono al protagonista morale del romanzo, zu’ Lillo, a cui si deve il titolo, che viene da lui pronunciato prima di morire.

La scrittura affabulatrice di Infante, ricca di metafore, evoca immagini nitide, odori profumati, sapori deliziosi di una Sicilia terragna lontana dal mare e pur sempre incantevole riproducendone anche in una mimesi linguistica accurata il dialetto per rendere i personaggi veri ed efficaci.

Un romanzo che lascia una scia di fascinazione e di deliziosa malia.

Autore: Domenico Infante
Titolo: Sento la neve cadere
Casa Editrice: Scrittura&Scritture
Pagine: 125
Prezzo: € 11,50
Data pubblicazione: 10 gennaio 2014

 

 

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico "Publio Virgilio Marone". Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

3 Readers Commented

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  1. Alessandra Bellomo on 10 Febbraio 2014

    Mi attira scoprire come il tema della guerra venga affrontato con un tocco lirico in un romanzo. Sicuramente è un libro che merita di essere letto sia per l’importanza del tema sia per lo stile a metà tra prosa e poesia. La recensione è molto convicente.

    • Grazia Procino on 10 Febbraio 2014

      Sicuramente, Alessandra, è un romanzo- scrigno di poesia che suggerisco di leggere.

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