Oggi parliamo di un libro ambientato in un periodo travagliato, quello delle Crociate, come travagliate sono le vicende dei suoi protagonisti. Quando l’usignolo di Annarita Verzola affronta passioni violente e sentimenti contrastanti con grande delicatezza, in un’Italia medievale in cui ogni individuo è un’isola le cui coste sono lambite da ondate di emozioni forti.

quando l'usignoloQuando l’usignolo nel fogliame
dona amore e ne chiede e ne prende,
godendo modula il suo canto in gaiezza,
sempre mirando la sua compagna,
e i ruscelli sono chiari e i prati ridenti
per la nuova allegria che vi regna,
allora una gran gioia prende dimora nel mio cuore.

(Traduzione di Roberto Gagliardi dell’Accademia Jaufré Rudel)

È questa canzone del trovatore Jaufré Rudel – scritta originariamente in lingua d’oc – a dare il titolo al romanzo dalla delicatezza di un acquerello. Siamo infatti nel periodo dei trovatori, dell’amor cortese ma anche delle Crociate, l’unico sfogo alla violenza considerato accettabile per un cristiano.

«Sei troppo giovane, Jacopo, e parli con la voce dell’innocenza. In un duello o in una prova non è sempre la giustizia a prevalere. Sono piuttosto l’abilità, la forza e non sempre appartengono al giusto. Ormai vi è un solo luogo ove usare il linguaggio delle armi, perché è l’unico a disposizione di chi voglia impegnare tutto se stesso nella riconquista del suolo sacro a tutti i cristiani. Gerusalemme.»

E, ciononostante, sempre di guerra, di violenza si tratta.

«Mio padre aveva ragione. Sognavo la gloria e l’onore sotto lo stendardo della Vergine, ero disposto a qualunque sacrificio nella speranza di espiare i miei peccati. Buon Dio, che delusione. Che cosa ho dovuto affrontare? Pericoli e disagi per quattro anni sepolto in questo luogo, impegnato nella vana fortificazione delle città vicine, in mezzo a uomini che imprecano e bevono e commettono azioni indegne di un soldato di Cristo. L’interesse politico e materiale ha prevalso su quello spirituale, da Cesarea a Giaffa, da Sidone ad Acri. Luigi IX è sfiduciato e ora lasciamo la città, anche se io devo ammettere di essermi arreso già molto tempo fa, pur continuando a rimanere al mio posto.»

Protagonisti di questo romanzo sono tre ragazzi che conosciamo fin da giovanissimi e vediamo crescere, seguendo le regole dell’epoca. Vieri e Jacopo sono quasi coetanei e di nobile stirpe – sebbene le origini di Jacopo nascondano un segreto – e vengono educati nel castello del barone Bonomi, il padre di Vieri, dal precettore messer Pietro Arquati. In seguito si recheranno a Torrechiara, nel castello del vassallo del barone Lupo Piccolini – il padre di Jacopo – per imparare l’uso delle armi dal cavaliere Giovanni Bonaccolsi. Viviana Piccolini che è cresciuta legatissima al fratello Jacopo – nonostante i timori dei genitori, che sanno che fra essi non vi è, in realtà, alcuna parentela –viene educata in convento, dove è costretta a reprimere la sua natura libera e vivace per diventare una dama nobile e posata. Proprio la «madonna» a cui si ispirano i versi dei trovatori. I tre giovani, vivendo in quella che era la ristretta società medievale, isolata fra le mura dei castelli, sviluppano fra loro dei legami forti e duraturi.

Jaufre_rudel la morteJacopo e Viviana, nati a tredici mesi di distanza, sono legatissimi da un affetto quasi morboso. Jacopo e Vieri diventano compagni di studi e, costretti a crescere per tanti anni fianco a fianco, malgrado la rivalità e le continue baruffe, stringono un legame quasi fraterno. Vieri e Viviana, dopo un’iniziale antipatia dovuta all’eccessivo orgoglio del ragazzo, sempre pronto a vantarsi di essere il figlio del feudatario, cominciano a guardarsi con occhi diversi una volta cresciuti. I loro genitori hanno già deciso da tempo che fra essi ci sarà un matrimonio e i due giovani decidono di accontentarli di buongrado. Del resto, per Viviana l’unica alternativa al matrimonio sarebbe il convento. Ma Jacopo non riesce a rassegnarsi a venire scalzato al secondo posto negli affetti della sorella, non riuscendo a spiegarsi il perché di una gelosia così violenta.

«Perché Dio permette quest’orrore in me? Che cosa ho fatto di tanto malvagio per meritare questo tormento? Aiutatemi, non ce la faccio più.»

Un triangolo amoroso anomalo – almeno in apparenza –, che richiama alla mente per certi versi una storia ambientata cinque secoli più tardi nelle brughiere dello Yorkshire da Emily Brontë. Viviana Piccolini, come Catherine Earnshaw decide di sposare il suo Edward Linton, Vieri Bonomi, nonostante il legame profondissimo con il fratello Jacopo.

«Dispero di farti comprendere la vastità del mio amore, perché io stesso non la conosco. Le nostre anime sono fatte di un’unica essenza… »

Questa dichiarazione d’amore, da parte di Jacopo, mi ha ricordato molto da vicino la dichiarazione di Cathy:

«Nelly, io sono Heathcliff – lui è sempre nella mia mente, non come un piacere, così come io non sono sempre un piacere per me, ma come il mio stesso essere; dunque non parlare ancora di una nostra separazione, è impossibile… »

E, sebbene la conclusione della storia sia molto diversa da quella di Cime Tempestose, i sentimenti tumultuosi sono molto simili, nonostante Annarita Verzola riesca a smorzarne un po’ la violenza, con la sua prosa pacata in terza persona. In parte questo dipende dalla natura dei personaggi che, nonostante i tormenti che li agitano, riescono ad essere più riflessivi che impulsivi. Del resto, questo romanzo ha come tema principale il perdono: tutte le riflessioni portano a comprendere che negarlo a chi si ama danneggia principalmente se stessi.

Fra tornei e giostre della quintana, cavalcate a spron battuto nella campagna e segreti che segnano e condizionano la vita di tutti i personaggi, Quando l’usignolo conquista il lettore con la sua prosa aggraziata e i suoi personaggi a tutto tondo.

Autore: Annarita Verzola
Titolo: Quando l’usignolo
Casa Editrice: Fili d’Aquilone
pagine: 209
Prezzo: € 12,00
Data pubblicazione: settembre 2012