Come prendere un’idea di fondo e trasformarla in un brutto libro. Perché Deyning Park di Judith Kinghorne è un libro brutto. Perché un giudizio così tranchant?

Clarissa, la protagonista, ha sedici anni, è ricca, bella, ingenua e ha tutta la vita davanti. Vive in una tenuta grande con un giardino immenso, un luogo idilliaco. Deyning park. Con lei la sua famiglia, i genitori e tre fratelli maggiori. Accanto a loro uno stuolo di servitori, tra cui la governante, Mrs Cuthbridge e suo figlio Tom. Ragazzo ambizioso e di belle speranze, Tom sa di non essere parte di quel mondo dorato, anche se Clarissa e i suoi fratelli lo coinvolgono spesso nei loro divertimenti. Tra Tom e Clarissa, come è da copione, scocca l’attrazione, peraltro debitamente contrastata dalla di lei mamma (algida e formalista, sempre come da copione) che le ricorda come lui non sia alla sua altezza.

Ma i due continuano a frequentarsi, imperterriti, fino a che non accade l’imponderabile: prima l’assassinio del Granduca a Sarajevo e poi lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. I fratelli di Clarissa partono per il fronte, e così pure Tom: tutti sono convinti di dover fare la loro parte per respingere gli Unni. I due innamorati provano a restare in contatto ma dopo un breve periodo le lettere di Tom cessano e Clarissa viene portata a Londra dalla madre. Deyning park è requisito per farne un ospedale militare, due dei suoi fratelli muoiono in battaglia, come alcuni loro amici. Uno di loro, Charlie resta accanto a Clarissa e il loro legame diventa più forte fino a che la ragazza non accetta di divenire sua moglie, negando così la promessa che aveva fatto a Tom di aspettarlo. Ma Tom torna, e i due si rivedono durante una festa presso la casa di una comune amica, Rose con cui il giovane ha intrecciato una relazione…

Non racconto oltre la trama. Il romanzo rappresenta a mio avviso, un clamoroso esempio di occasione mancata per narrare una storia bella e potente. Clarissa, la protagonista, è odiosa. Superficiale, priva di spessore, una canna trasportata dal vento che non reagisce in alcun modo. Non ci sono se o ma. Mantiene lo stesso atteggiamento da adolescente imbambolata per una buona metà del libro e nell’altra metà si trasforma in una persona totalmente incapace di gestire la propria vita.

Il romanzo ha un guizzo nelle ultime ottanta pagine quando, più o meno, la protagonista ha quasi trent’anni e decide di comportarsi da persona matura, scoprendo in sé insospettate doti di esperta d’arte e dando un minimo di sollievo al povero lettore esterrefatto dalla sua insipienza. Clarissa affronta un numero di traversie pari solo a quelle di Scarlett O’Hara, ma a differenza dell’eroina di Via col Vento, lei non reagisce. Si piange addosso, si lascia trascinare in un turbine di feste e di amicizie fasulle che non le lasciano nulla.

Due sono i passaggi che mi hanno colpito in maniera negativa, e che rappresentano a mio avviso il momento in cui l’Autrice avrebbe potuto imprimere una sterzata qualitativa al testo. Mi riferisco al momento in cui Clarissa dà in adozione la bambina avuta da Tom e alla fase successiva, in cui la ragazza affronta il dolore della perdita rifugiandosi nella morfina. Due temi delicati, dall’impatto forte, trattati con un atteggiamento superficiale che non dà nulla al lettore in termini di empatia o anche solo di emozioni, liquidati in poche pagine, senza un minimo di forza emotiva.

Al di là di questi episodi, il testo si contraddistingue anche per la pochezza dei personaggi di contorno. Lo stesso Tom Cuthbert appare bidimensionale, senza quel rilievo, quel tormento, quella rabbia che avrebbero dovuto caratterizzare un personaggio che è stato costretto a “farsi da solo”. Di lui abbiamo prima l’idea di un ragazzo ambizioso e di buon cuore e poi, dopo la guerra, di un uomo arricchito (non si capisce bene come) ma sempre di buon cuore, al limite dell’irrealtà.

Poco importa che lui lasci e prenda le fidanzate americane come kleenex. Clarissa è sempre il suo grande amore, dunque le altre non contano. E anche Clarissa, alla fine, nonostante abbia ancora i turbamenti che la scuotevano nei suoi sedici anni, non si fa mancare nulla. Ha perso due fratelli, una figlia, la sua famiglia d’origine è andata in rovina, l’amore della sua vita è irraggiungibile, ma lei si occupa delle mise da indossare alle feste. Ah, è di scarso rilievo che alla fine Charlie, il marito, sia diventato uno psicopatico violento dopo esser tornato dalla guerra. Di fatto è lui che la butta tra le braccia di Tom, una delle tante volte in cui i due tornano ad amarsi, prima di giurarsi di non vedersi più, cioè fino alla prossima volta.

Un romanzo insoddisfacente e spento sotto molti aspetti, con un finale che è un happy end che più happy non si può, un’iniezione di glucosio in vena dell’esausto lettore. L’ultima estate a Denying park è un’accozzaglia di luoghi comuni e di espedienti narrativi di romanzo di genere di bassa lega. Dello stile poco da dire: elementare, piatto, privo di interesse, con una spiacevole tendenza alle elencazioni.

Per finire, un suggerimento alla casa editrice. Evitate di associare Il Grande Gasby e Downton Abbey a un libro del genere. Paragonare Tom Cuthbert a Gasby è un insulto, come pure associare le atmosfere curate di Downton Abbey a quelle da cartolina di Denying Park. Non hanno nulla in comune, se non il periodo storico.

Titolo: L’ultima estate a Deyning Park
Autore: Judith Kinghorne
Editore: Nord
Pagine: 389
Prezzo: € 16,60

2 Readers Commented

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  1. Rossella Bramato on 25 Giugno 2013

    Ciao! Sono Rossella… Vieni a trovarmi nel mio blog grafico…
    http://grafiblogger.blogspot.it/
    A presto!^-^

  2. radiolinablu on 25 Giugno 2013

    Ciao! Dunque ero attratta da questo romanzo e penso che, se ne avrò l’occasione, lo leggerò comunque. Sarà che le protagoniste deboli, indecise e poco combattive non sono un problema e, anzi, mi ci rispecchio ancora meglio. Tanto più se ad un certo punto, anche se verso la fine, riescono finalmente a prendere in mano le redini della loro vita. Grazie per la recensione ^^

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