Ci sono libri che ti aprono un mondo, che allargano il tuo punto di vista, che costituiscono punti di riferimento e diventano come battistrada per la memoria. Quello che si legge nei libri non può sostituire l’esperienza diretta, la vita è la vita, ma a volte i frammenti di quello che leggiamo riescono a costruire precomprensioni, dati che ci permettono un’apertura maggiore nell’incontro con la realtà. Per certi versi è così anche per questo romanzo di Richard Harvell. “L’esatta melodia dell’aria”, poetica traduzione italiana dell’originale “The Bells”, apre al lettore il mondo del suono e dunque, fatalmente, della musica. Se ci lasciamo coinvolgere, potremmo imparare, noi che tendiamo a dare molto per scontato, a prendere coscienza di un mondo complesso e magico, proprio come lo sente Moses, il protagonista.

Il paragone suggerito dal booktrailer con “Profumo” di Patrick Süskind non è senza motivi: come il protagonista di quel romanzo percepiva tutto come un mosaico fantasmagorico di odori, così Moses è al centro di un ordito fitto e variopinto di suoni, ignoto alla distrazione dei più. “L’esatta melodia dell’ariaè un romanzo affascinante e che avvince dall’inizio alla fine. L’inizio è forse la parte migliore: le campane ne sono le protagoniste e non potrò più guardarle o ascoltarle senza pensare alla ragazzina lacera ed emarginata che, nel piccolo e sperduto paesino delle Alpi svizzere, si innamora perdutamente della possibilità che solo loro possono darle, quando le percuote con un martello, di vibrare, di provare l’ebbrezza del suono che la pervade tutta, esaltando ogni fibra del suo essere, lei sordomuta e abbandonata. Le campane diventano la sua casa, il suo regno: lei sola è capace di trarne melodie risonanti che riempiono tutte le vallate intorno e costringono quasi alla sordità gli incauti abitanti del piccolo villaggio svizzero che quelle campane avevano voluto come segno distintivo di prestigio. Il figlio che le nascerà non conoscerà altro che il tocco affettuoso e il sorriso muto di quella giovanissima mamma, e i due, vittime dell’intolleranza del paesino, saranno i padroni incontrastati delle campane. Mentre tutti gli altri devono tapparsi le orecchie per non perdere i timpani a causa del roboante scampanio, il bambino invece ha una specie di imprinting da quelle mille sfumature di sonorità e, sin da piccolo, ottiene da quella situazione estrema il dono di percepire ogni sfumatura dei suoni del mondo: li cataloga, li cerca freneticamente, continuamente se ne stupisce e ci gioca come se fossero i giocattoli più belli che mai potessero essergli stati donati.

Quest’esordio della vita del protagonista resta impresso come restano impresse le favole. Moses è un puro, una sorta di enfant sauvage, che, inconsapevole del mondo, incontra personaggi diversi: il robusto monaco Nicolai, che lo salva dalle acque del fiume dove era stato gettato, a prima vista sembra una riedizione di frate Tuck di Robin Hood, gioviale, allegro, espansivo; invece lungo l’evoluzione del romanzo si rivela più complesso e tormentato, segnato da una inquietudine profonda e, insieme, da una inestirpabile speranza. Il suo compagno di vita, il risentito e taciturno Remus, amante dei libri e della vita tranquilla, sarà un riluttante amico del piccolo Moses. Queste due persone, monaci controversi, ma non per questo meno rilevati come personaggi, sono la famiglia del ragazzo che proprio per la sua voce perfetta e angelica è odiato e invidiato nell’ambiente protetto ed elitario del coro dell’abbazia di San Gallo, antichissima istituzione svizzera. Un brano rappresenta bene la fascinazione della bellezza che Moses e Nicolai hanno in comune. L’abate Staudach sta facendo costruire una nuova e grandiosa chiesa sulle rovine di quella medievale e, mentre i tre passano il tempo nella cella di Nicolai, l’arcigno Remus sottolinea come essa costi una quantità incredibile di danaro che proviene “dalle saccocce di un contadino e di un tessitore” che dopo aver pagato le tasse spesso non hanno più nulla da mangiare e soggiunge “E lui come li risarcisce?”

Nicolai riflettè per un momento soltanto. “Con la bellezza.” Annuì, come se questa risposta rappresentasse una verità incontrovertibile. “Con la bellezza?” Remus si rivolse a me. “La… bellezza?” Ci voltammo ambedue verso Nicolai. Non avevo avuto in mano nemmeno un fiorino, in vita mia. Come poteva la bellezza valerne mezzo milione? Nicolai inspirò profondamente e posò il bicchiere. “Remus. Moses. Non crediate che a me quell’uomo piaccia. All’opposto, lo aborro. E’ come un vino inacidito da dieci anni. Ma su questa chiesa ha ragione. Dico, l’avete vista?” Indicò fuori dalla finestra, dove la chiesa bianca scintillava alla luce pallida della luna, come se ogni sua pietra avesse sprigionato la fiammella di una candela. “Quella è l’opera di Dio. Staudach non è in grado di capire le persone, ma in compenso capisce benissimo Dio.” Il volto di Nicolai era serafico, come se avesse visto un angelo librarsi sopra la chiesa. “Dio è bello, è perfetto, e ispira anche noi alla stessa bellezza e perfezione, qualità che naturalmente non possediamo, ecco perché sentiamo il bisogno della bellezza: ci ricorda quel che potremmo essere. Ecco perché cantiamo, e perché Moses canta, e perché Staudach ci costruisce una chiesa perfetta: quando conosciamo la perfetta bellezza tramite i nostri occhi e le nostre orecchie, anche soltanto per un istante, siamo appena un po’ più vicini a possederla noi stessi.” Nicolai si posò una mano sul cuore e concluse il suo sermone con un cenno enfatico del capo, e io mi sorpresi a ricambiare quel cenno, perché non vi era nulla che desiderassi di più che assomigliare a quella musica bellissima che cantavo, allo stesso modo in cui da quei blocchi di pietra grezza sorgeva ora una chiesa perfetta.
E Moses diverrà davvero bello come un angelo, perfetto e tristemente innaturale, poiché la smania di Ulrich, il capocoro, di mantenere intatta quella voce e di potersi sempre struggere alla sua bellezza, faranno di Moses un castrato. Quei cantori incredibili che hanno stregato gli ascoltatori del Settecento. E’ terribile questa parte del libro, così come è struggente e incredibilmente sensuale il desiderarsi e sfiorarsi del giovane Moses e Amalia la sua unica amica d’infanzia che, bendata affinché non si accorga della bellezza aliena di lui, lo ama e lo desidera in un rapporto che non potrebbe mai essere pieno. Eppure Moses si pente di averla voluta abbandonare al suo destino e, separato drammaticamente dai suoi amici, la insegue fino alla grande Vienna dove sarà folgorato dall’eco della gloria. Gli ambienti raffinati e voluttuosi del Settecento sono rappresentati con accuratezza e verosimiglianza storica e la fascinazione dell’opera e del canto è raccontata dal punto di vista del candido Moses, la cui purezza non si lascia contaminare dal cinismo dell’epoca artefatta del supposto trionfo della ragione. L’amore muove sempre il dolce Moses anche se come gli dirà lo straziato Ulrich, dannato da una bellezza effimera, al di là della sua portata:
Si ama ciò che si vede, si ode e si tocca, Moses. Il corpo di una bella donna a lume di candela, il suono della tua voce. (…) Ma questa cose non sono eterne, scompaiono, e ci lasciano più vuoti di prima. Se questo è l’amore, ebbene, allora è la nostra condanna. (…). Chi ama è folle. Meglio afferrare ciò che si ama e distruggerlo, prima che sia troppo tardi.
Ma Moses non presta ascolto e corre, corre verso ciò che vuole, senza lasciarsi più fuorviare. Il romanzo è scorrevole e avvincente: forse nella seconda parte la trama diventa avventurosa in modo più fine a sè stesso e la magia dell’inizio si perde un po’; le premesse sono state svolte con qualche ingenuità, con i cattivi da una parte e i buoni dall’altra; ma, bisogna ammettere, non si poteva non votare per una buona fine per un protagonista così particolare e io, che amo gli happy endings, ho apprezzato quello che Richard Harvell ha scelto per l’angelico Moses. L’esatta melodia dell’aria è un romanzo sul desiderio e sulla bellezza, sulla tensione presente in ognuno verso la felicità, nella forma che il destino ci suggerisce e sui misfatti che alcuni (troppi) sono disposti a compiere per afferrare l’oggetto del desiderio. Ma nelle mani spesso rimane la cenere, mentre la bellezza ci sovrasta e ci travolge e, nella misura della nostra purità di cuore, insperatamente ci bacia. Harvell ha uno stile ricco e musicale e, nonostante scelga l’argomento difficile dell’evirazione dei giovani cantori, orribile abitudine dell’illuminato Settecento, riesce a mantenere nella storia un tono da favola che è in fondo il pregio di questo libro raffinato e ricco di atmosfera.
Autore: Richard Harvell
Titolo Originale: The Bells
Editore: Nord
Collana: Narrativa
Prezzo: € 19.60
Data di uscita: 5 maggio

2 Readers Commented

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  1. Anonymous on 7 Ottobre 2012

    Ho appena finito di leggerlo, letteralmente. E’ magnifico, uno dei libri più belli che abbia mai letto, supera perfino “Il Castigo degli innocenti” e “Il giustiziere”. Li definivo i miei preferiti ma dopo questo, devo rivedere la mia lista e.e Inizialmente ero scettico al riguardo ma poi, dal momento in cui Moses è stato castrato, la storia si fa molto più interessante e avvincente. Un romanzo bellissimo. Lo consiglio vivamente. Meraviglioso. Una cosa che rimane impressa è quello che pensa Moses in un momento in cui si sente bisognoso d’amore “Ora mi fu chiaro che quello dei castrati era un baratto: avevamo rinunciato a quel canto d’unione per una musica che avremmo dovuto cantare da soli”.
    Memorabile, stupendo.

  2. Anna on 12 Novembre 2016

    Romanzo stupendo. Raffinato, profondo, struggente, che parla all’anima. Sembra di essere dentro alla storia. Poche volte mi è capitato di leggere libri così belli. E’ diventato uno dei miei romanzi preferiti in assoluto. Da leggere assolutamente!!! Mi fa pensare che l’Amore supera qualunque logica, qualunque diversità, ed è la forza che ci tiene in vita.

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