Il successo del giallo nordico è una realtà, già da un bel po’ di tempo, nelle librerie italiane e ha dato ottimo materiale agli amanti dei gialli. Questo fin da quando l’autore de Il Senso di Smilla per la neve, Peter Høeg, ha rivelato il mondo scandinavo come una fonte ricca di materiale interessante, e non solo per il genere giallo. La saga Millennium di Stieg Larsson e la serie poliziesca con protagonista Carl Mørk di Jussi Adler Olsen si sono fatte apprezzare notevolmente dal pubblico italiano. Anche La biblioteca dell’anatomista di Jørgen Brekke si inserisce in questo che ormai è un genere a sé stante vero e proprio. Il cui dato più interessante, forse, è proprio l’ambientazione scandinava in cui il lettore si trova immerso.

Brekke_La-biblioteca-dellanatomista1Le situazioni, per certi versi, sono simili a tutte le varianti del mondo occidentale – diciamo che al set statunitense ci siamo un po’ abituati – ma anche percettibilmente diverse. Leggendo ci si trova in una realtà “esotica” in vari sensi. Eppure i poliziotti sono simili in tutte le salse: uomini o donne con delle cicatrici, reali o metaforiche, che interagiscono con le sfumature del male usando la logica razionale stile Sherlock Holmes; ma più ancora il sesto senso, l’intuito. Sono sempre degli outsider per qualche verso e tale ruolo ha un valore stratificato nel caso dei gialli degli autori nordici, nel senso che il loro essere fuori dagli schemi è anche una critica vivente, per così dire, al sistema. Lo Stato infatti spesso è l’oggetto della critica dei romanzi scandinavi, un sistema di Welfare che dovrebbe essere accogliente come una madre, ma che invece lascia soli gli individui, senza reale difesa.

Ne La biblioteca dell’anatomista il concetto di ‘protagonista’ viene destrutturato. Infatti, non è davvero facile trovarne uno che rimanga tale e l’autore vuole evidentemente disorientare; spostando la narrazione in diversi luoghi e anche nel tempo. Due omicidi –  veramente particolari –  lasciano perplessi gli investigatori di Richmond, in Virginia, e quelli di Trondheim, in Norvegia. In più il lettore comprende subito che la chiave di tutto si trova sepolta nel tempo; infatti un frate francescano persegue una strana e misteriosa missione nella Norvegia del 1500. Tutto ruota attorno a un libro e a un’affilatissima collezione di coltelli. In più la figura ambigua di Edgar Allan Poe aleggia, ritornando più volte, mentre una eredità di sangue stilla inseguendosi attraverso i secoli.

Insomma in questo romanzo gli ingredienti ci sono tutti, protagonisti e personaggi secondari ben delineati, con le loro storie e le loro sofferenze segrete; la sensazione di una malvagità oscura e sfuggente che ha potuto concepire degli omicidi orribili: persone scuoiate con perizia degna di un anatomista, in pratica quando erano ancora vive; investigazioni compiute sull’onda della logica e dell’intuito e, ovunque, il fascino dei libri. Libri e mistero: questo è un tema caldo nelle librerie a giudicare da quanti romanzi contengono il termine ‘biblioteca’.

La sofferenza, poi, è ritratta molto bene dall’autore. Non una sofferenza “mediterranea”, espressa, urlata quasi, necessariamente condivisa, bensì una sofferenza grigia, opaca, con cui si scende a compromessi, con cui si impara amaramente a convivere. Ecco allora che all’inizio cominciamo a conoscere Jon Vatten, figura taciturna, che appunto lavora in una biblioteca, che ha lo stesso problema di Edgar Allan Poe probabilmente: l’incapacità congenita di sopportare l’alcol. Avere black-out in cui non si riesce a ricordare niente può essere molto scomodo, soprattutto se si è sospettati di qualche delitto. La figura triste di Jon Vatten, forse, è quella che si potrebbe ricordare di più in questo romanzo: un uomo solo, segnato dalla scomparsa della moglie e del figlio, per la quale è stato anche sospettato. Il grigiore della sua vita è dolore sbiadito ma mai scomparso poiché lui è certo che qualcuno ha fatto del male ai suoi cari, e invece la polizia si è fermata inutilmente a sospettare proprio lui. Ecco qui la rimostranza sociale, tipicamente scandinava, verso uno Stato che da madre amorosa è diventato matrigna noncurante dei suoi figli.

Incontriamo anche Odd Singsaker, poliziotto con una debolezza intrinseca: è stato operato per un tumore al cervello, che gli ha lasciato una cicatrice e una strana tendenza a commuoversi e a dimenticarsi interi pezzi della sua esistenza recente. Ecco la madre indegna: era lui che si era occupato del caso di Vatten, che ora è invece sospettato di questo nuovo orribile omicidio con scuoiamento, avvenuto proprio dove lui lavora. Felicia Stone, invece, è una giovane investigatrice americana alle prese con un caso molto simile: Ephraim Bond, un oscuro bibliotecario, ha fatto una fine troppo orribile per una vita vissuta tanto tiepidamente; e anche lei ha un trauma paralizzante nel suo passato: se ne lascerà travolgere o lo vincerà? 

La caratteristica di questo giallo è che le vicende partono tutte da lontano e poi, mostrando ai lettori frastornati le coincidenze, i parallelismi fra gli eventi, pian piano si avvicinano per convergere sul grumo centrale del fascino perverso che esercita il lavoro dell’anatomista. L’essere umano deve essere “aperto” per essere conosciuto. Così, alla fine, lo scrittore, insieme al trepido lettore, è come l’anatomista degli animi umani; così come i curiosi esploratori di cadaveri trafugati del ‘500 erano ansiosi di conoscere gli umidi meandri nella nostra fisiologia. È questo un romanzo riuscito? Probabilmente non del tutto. Forse perché segue, nello svelare la storia, lo stesso procedimento lento e meticoloso dello scuoiamento: devi cominciare dalla periferia per poi arrivare al cuore. Troppe strade, però, troppe situazioni è stato necessario seguire; troppe periferie sono state esplorate. Per trovare il vero protagonista, se così si può dire, siamo dovuti arrivare oltre pag. 100. Odd Singsaker è, infatti, l’ultimo a farsi conoscere dal lettore; suscita simpatia, si rivela molto umano, ma in maniera “tiepida”. È come se i personaggi fossero tutti un po’ come rallentati, opachi. Tranne forse la sagace e disinibita (forse troppo) Siri Holm, personaggio secondario brillante e colorato, alieno rispetto al biancore scandinavo.

Probabilmente l’impressione di lentezza deriva dal naturale paragone con le storie veloci e saettanti di azione della giallistica anglosassone – sebbene questa sia una ovvia generalizzazione. Persino gli squartamenti sembrano non avere tinte troppo forti, eseguiti come sono con algida calma nordica. Sebbene, in parte, risultino inquietanti proprio per questo. In questo seguire punti lontanissimi che poi, fino alla fine, lentamente generano linee che si avvicinano, dimostrando la necessità del loro finale congiungersi, viene il dubbio se questo percorso non sia troppo lento e dispersivo; tanto che ci si chiede quanto i lettori di gialli siano disposti ad attendere per trovare il flusso principale nelle acque di questi rivoli diversi che si trasformano in un solo fiume, ben oltre la metà della narrazione. In conclusione, consigliamo la lettura di questo romanzo? Sì, tutto sommato: è scritto bene, da una persona di grande fantasia e capacità di incastro. Ma non aspettatevi scariche di adrenalina; piuttosto una sagace, lenta e goduta partita a scacchi.

Autore: Brekke Jørgen
Titolo: La Biblioteca dell’Anatomista
Editore: Nord
Pagine: 412
Prezzo: 19,60
Data pubblicazione: 29 marzo 2012

 

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