Il libro di cui vi sto per parlare mi ha reso particolarmente sentimentale e voglio cominciare questa recensione con un ricordo della mia infanzia

Uno dei ricordi più belli delle scuole elementari è la piccola biblioteca da cui dovevamo scegliere la lettura della settimana – o del mese, non c’era una regola fissa. Era tutto molto spartano: la biblioteca altro non era che un armadio di ferro, grigio e serio, ma che, una volta aperte le ante, rivelava un cuore caldo di colori vispi e odore di carta. Ancora oggi, quando vado in biblioteca, mi piace passare nel settore dei ragazzi per ritrovare quelle vecchie edizioni che il tempo ha reso ancora più simpatiche. Sono piccole gioie che ogni lettore conosce, giusto? Proprio da questa consapevolezza sembra nascere l’idea di Joyland, l’ultimo romanzo di Stephen King.
Quando abbiamo letto che Stephen King non avrebbe pubblicato in e-book il suo ultimo romanzo, ci è venuto un colpo. Ma come, proprio lui, il pioniere delle pubblicazioni digitali, quello che già pubblicava in formato elettronico quando noi, qui in Italia, a malapena cominciavamo a imparare come accendere un computer. Proprio lui, cari lettori. Una volta letto il libro in questione, ho capito perché: Joyland è un tributo ai cari vecchi libri, ai paperback con le copertine segnate dal tempo, con gli angoli smussati, con le pagine ingiallite e… ok, ci do un taglio, tanto avete capito che sto parlando dei cari vecchi libracci. Joyland è pura Operazione Nostalgia, a cominciare da un incipit perfetto, di cui vi riporto una parte:

È stato l’autunno più bello della mia vita; continuo a sostenerlo anche quarant’anni dopo. E, allo stesso tempo, non mi sono mai sentito così infelice. La gente pensa che il primo amore sia tanto dolce, e lo diventi ancora di più quando il legame si spezza. Conoscerete almeno un migliaio di canzoni pop e country sull’argomento, con qualche povero scemo dal cuore infranto. Ma quella prima ferita è la più dolorosa, la più lenta a guarire e lascia una cicatrice orribile. Che ci sarà di dolce…

Questo è il sentimento di cui è intriso il romanzo, nonostante si tratti di una ghost story con un giallo da risolvere. Il punto è che Stephen King è talmente bravo a calarci nell’atmosfera degli anni ’70 che ce ne frega da qua a là dell’identità dell’assassino e del fantasma. Per carità, non fraintendiamoci, il giallo è fatto bene e tutti i meccanismi scattano al momento giusto con una buona dose di elementi sovrannaturali, ma al centro del racconto c’è un mondo scomparso, esattamente come nel lavoro precedente di King, 22/11/’63. Se 22/11/’63 è una specie di requiem per l’America degli anni ’50, ubriaca di american dream, Joyland ci porta in un’America già smaliziata, in cui sono evidenti le crepe della rivoluzione sociale in corso ma in cui è ancora presente un certo romanticismo analogico. Le telefonate filtrate da madri-cerberi, le meraviglie del sistema interbibliotecario, le cartoline delle vacanze: dettagli su cui King insiste per dipingere un’epoca in cui l’avvento del digitale era poco più di un miraggio. Lo stesso Joyland, il parco di divertimenti in cui il romanzo è ambientato, è un dinosauro che sta andando estinguendosi, soppiantato dai grandi parchi a tema supportati dall’uso massiccio del marketing: una metafora per dire che c’è stato un momento in cui l’industria del divertimento non aveva bisogno di adottare astruse politiche aziendali per vendere, bastavano l’intuizione e il sudore.

Con la ferma decisione di non distribuire – inizialmente – Joyland in formato digitale, King svela il vero obiettivo di questo romanzo solo all’apparenza innocente: farci fermare un secondo a riflettere se la direzione che ha preso l’industria dell’intrattenimento, editoria compresa, è quella giusta, oppure, senza rendercene conto, sta perdendo qualcosa per strada, fosse anche il semplice piacere del lettore di andare in libreria a comprare i libri, e leggerli con la carta. Non credo che in Italia questo aspetto reazionario sia così dirompente, visto che le vendite del digitale rispetto al cartaceo sono ancora basse, ma negli Stati Uniti, dove le librerie chiudono anche per effetto delle vendite degli e-book, costringere i propri lettori a rivolgersi a un libraio è un atto che ha un grande valore simbolico sul piano sentimentale, più che su quello economico; come tributo, Joyland infatti non risolleverà le sorti delle librerie e, anzi, paradossalmente ne decreterà la morte, relegandole a un passato prossimo che sembra già appartenere alla leggenda, esattamente come il luna park e le attrazioni divorate dalla ruggine. Alla fine del giro, Stephen King sembra stare sempre un passo avanti: come quindici anni fa si lanciava spavaldo nelle pubblicazioni digitali, ora si dimostra già pronto a dare l’estremo saluto ai libri cartacei attraverso un libro, coinvolgendo tutti i lettori in una veglia in cui, pare, saranno versate parecchie lacrime in ricordo di quei libri che più invecchiano e più sono simpatici.

4 Readers Commented

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  1. apinaperniciosa on 2 Agosto 2013

    Mi piace questa tua lettura di Joyland, mi ci ritrovo appieno (considerando che poi io c’ho aggiunto il fatto che non leggevo SK da tantissimi [troppi?] anni, ho fatto la fiera della nostalgia al mare).

  2. Andrea Marzella on 2 Agosto 2013

    Ne sono lusingato

  3. Sofia on 29 Agosto 2013

    Ho letto il libro e non mi ha lasciata troppo convinta… e sta parlando “la sua lettrice nr. 1” per parafrasare uno dei suoi romanzi…L’intento cui fa riferimento la recensione mi era chiaro, ma non sono troppo sicura che questa volta al nostro SK la ciambella sia uscita con il buco. Cosa che invece ha fatto alla grande con 22/11/’63 libro su cui ho versato più di una lacrima.
    Comunque ho apprezzato la recensione, proverò a rileggerlo, magari ero poco predisposta all’amarcord quando l’ho letto.
    Grazie a tutti e saluti.
    Sofia

  4. Andrea Marzella on 29 Agosto 2013

    Grazie a te. 22/11/’63 è un lavoro epico, sia come contenuti che come dimensioni. Joyland è un divertimento, un piccolo racconto che però nasconde un animo nobile: per prenderlo nel verso giusto penso che vada considerato in quanto libro (racconto su carta) e non semplicemente come romanzo; se lo consideri da questo punto di vista credo sia chiaro che è una sorta di atto d’amore e la storia è costruita in modo da essere funzionale alla comprensione del messaggio. Se lo rileggi facci sapere!

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