Un romanzo dolce e tranquillo che educa ai ritmi lenti della provincia e della campagna chi sguazza a suo agio fra la vita frenetica e i sentimenti aspri della città. Una storia sui cambiamenti che arrivano diversi da come ce li siamo aspettati, ma forse più rispondenti ai nostri più profondi desideri.
Rachel è una donna in carriera: ha un lavoro da p.r., una relazione con un uomo che la vuole solo a metà, dato che rimane, da dieci anni a questa parte, con la legittima moglie, e una vita che rimane in bilico quando, in un’impennata d’orgoglio, molla tutto e si rifugia nel luogo sperduto nella provincia inglese, dove non molto tempo prima era morta la solitaria ed enigmatica zia Dot. Rachel ha paura di finire come lei, ferita com’è nel profondo dalla storia con Oliver. Una vecchia zitella, appagata dal fornire amore e assistenza ai cani. Eppure… C’è altro che pian piano affiora: quello che appare un ripiego diventa una sfida, un occasione per scoprire se stessi in azione e per stupirsene.

Lentamente Rachel conosce persone nuove, come Megan e i volontari che danno il loro tempo per i cani; scopre gli scheletri nell’armadio di zia Dot, anzi non scheletri, ma bellissimi vestiti estremamente alla moda negli anni settanta; la scelta di quella che era una giovane donna dalla bellezza particolare e dal forte carattere comincia ad apparire molto meno scontata agli occhi della dolorante nipote. Così anche l’apparenza di eremita deve lasciare il posto a una figura di donna che sarebbe valsa la pena di scoprire e da cui imparare. Forse per questo Dot ha lasciato proprio a Rachel il rifugio per quadrupedi abbandonati.
Quando il mondo dei cani e dei loro padroni si mostra alla protagonista al di là degli schemi che si era costruita in mente scopre persone che hanno trovato, grazie al canile e a zia Dot, una compagnia e a volte un balsamo per le ferite della vita. Rachel “non un tipo da cani”, secondo la sua stessa definizione, guarda gli esseri umani e guarda i trovatelli che il destino le ha affidato e scopre in se stessa un cuore aperto e un desiderio di lasciare il segno in modo ben più profondo di quanto la sua esistenza precedente, brillante ma vuota, le permetteva. In campagna è tutto più essenziale e la fatica di prendersi cura degli altri, cani così indifesi davanti al disamore di chi li ha abbandonati, è un più reale prendersi cura di se stessi. E quando il rustico veterinario del luogo, scapolo impenitente, le riserva sorprese che non si sarebbe aspettata, Rachel capisce che l’eredità di zia Dot era l’occasione di un cambiamento profondo e bellissimo.
Lucy Dillon sa scrivere, è indubbio. Ci trasporta in questa provincia inglese che sa di abitudini e di bontà d’animo, ma anche di storie molto normali al giorno d’oggi. Johnny e Natalie non riescono ad avere un bambino e il loro sereno matrimonio è duramente messo alla prova. Che fai quando la cosa che più desideri non si avvera? E quando le certezze che hai diventano cenere sotto i tuoi piedi? La Dillon ha il coraggio di sfiorare temi caldi all’interno di una storia che si potrebbe considerare un romance con risvolti canini. E Zoe si ritrova sola con due bambini e un mantenimento insufficiente, mentre il giovane marito, con cui aveva immaginato di vivere la sua vita, vizia irrimediabilmente i figli e piuttosto si autoconcede un enorme e dispendioso SUV e una compagna fresca di giornata. Un cane in entrambe le situazioni cambia le carte in tavola, così come Gem le cambia per Rachel. In effetti all’inizio aggrava i problemi, ma, in ultimo, aiuta a collocarli nella loro giusta posizione. La responsabilità, la cura degli altri, di quelli che il destino ci affida, sono un peso o un dono? Se in città era un peso, qui in questo decoroso limbo dai tempi a misura umana che è la campagna inglese, le cose cambiano e cambiano lo sguardo di chi le osserva. La provincia e la campagna, del resto, possono essere vissute da donne moderne, se le suddette donne, insieme, decidono di mettere mano alle loro risorse umane e professionali per trasformare in un entusiasmante e proficuo lavoro la strana interruzione dei loro progetti che la vita ha destinato loro, proprio per mezzo di un cane.
Il rifugio dei cuori solitari è un libro scorrevole e positivo. Due appunti però potrebbero essere fatti: perché quasi cinquecento pagine per raccontare questa pur gradevole storia? Gli anglosassoni conoscono le tecniche della scrittura e sanno come “allungare il brodo” quando serve, aggiungendo diramazioni e complicazioni o elementi di quadro che, forse però, non aggiungono nulla alla freschezza dell’intuizione narrativa. Secondo appunto, la cui origine è il Women Fiction Festival di Matera, tratto dalle dritte che gli editor delle case editrici hanno indirizzato agli scrittori: un libro dovrebbe brillare per una sua propria “urgenza”. Qualcosa deve premere nell’anima dello scrittore per poter essere comunicata ai lettori. Al di là della tecnica e della capacità narrativa. Lucy Dillon ha saputo scrivere una bella storia, toccando qua e là qualche nervo scoperto; ha voluto scoprire il mondo di chi convive con un cane e, adattandosi alle sue esigenze, si trova il cuore arricchito, ma forse una maggiore urgenza la spingerà a narrare un’altra storia nel suo libro successivo, e questa stessa urgenza guiderà la tecnica narrativa, tranciando così molte parti che fanno numero di pagine, ma non punti essenziali della vicenda.
Autore: Dillon Lucy
Titolo: Il rifugio dei cuori solitari
Editore: Garzanti
Pagine: 488
Prezzo: 18,60
Data pubblicazione: 2011
Collana: Narratori Moderni
Traduzione dall’inglese di Sara Caraffini

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