Oggi non parliamo di un libro, bensì di due: Io prima di te di Jojo Moyes e Sia fatta la tua volontà di Stefano Baldi. L’accoppiata è ben strana, in verità, un libro di un’affermata autrice anglosassone e l’opera prima di un italiano, ma le somiglianze ci sono: due giovani che a ventisei anni hanno paura di affrontare la vita e poi, imprevista e sconvolgente, la malattia, un mostro che avvinghia le speranze e schianta quella inossidabile sensazione di avere tutto il tempo del mondo. Eppure questi due romanzi sono estremamente diversi e per analizzare questa profonda differenza ho scelto di proporveli insieme.

moyesHo letto per primo il libro di Jojo Moyes e devo dire che mi ha spinto a fare notte per finirlo: la scrittura lineare e sensibile e i personaggi convincenti mi hanno incatenato. Gli argomenti non sono facili, perché Will, l’uomo che la protagonista, Louisa, incontra e di cui diviene una sorta di badante, non è un uomo facile: un giovane poco più che trentenne, abituato fino a circa un anno prima a prendere la vita di slancio, dedito agli affari, agli sport estremi, all’amore anche, ora si trova incatenato in una situazione estremamente dura di dipendenza penosa dagli altri. A causa di un incidente, diviene tetraplegico, con la possibilità di parlare, di muovere la testa e a malapena una mano. La rabbia trattenuta e una comprensibilissima depressione lo rendono acido e duro con Lou.

Il lettore è accompagnato con arte a esplorare questi personaggi nel procedere del rapporto, che nasce in mezzo ai particolari narrati e sviscerati della malattia, di cosa voglia dire essere in quella condizione, non solo dal punto di vista psicologico, ma anche medico. Infatti con Louisa, che gli tiene compagnia per lavoro, siamo condotti attraverso i ricoveri, le necessità fisiologiche, le medicine, i rischi continui di peggioramenti. Inoltre conosciamo anche le dinamiche familiari, interrotte e traumatizzate, della benestante famiglia Traynor e quelle più vivaci e genuine della famiglia di Lou, in cui le difficoltà economiche di ogni giorno sono affrontate con coraggio e capacità di sopportazione.

E poi ― e sono costretta qui ad avvertire che quel che segue costituisce SPOILER ― scopriamo che i sei mesi di contratto con cui la madre di Will ha vincolato Lou hanno anche un altro significato, ben più terribile del previsto, poiché Will ha avvertito la famiglia che intende ricorrere al suicidio assistito, in Svizzera, e quei sei mesi sono il tempo che l’uomo concede affinché i suoi lo convincano a desistere dal suo proposito. Lou è stata assunta per riavvicinarlo in qualche modo alla vita e di fatto ci riesce, in un cammino che comincia da prima di scoprire l’orribile e castrante significato di quei sei mesi.

Eppure un percorso di cambiamento viene intrapreso anche da Lou: insieme a Will scopriamo quale trauma la blocchi, perché rimane in quel paesino inglese, senza desiderio di vedere e assaggiare davvero il mondo fuori, perché rimane con quel ragazzo, fissato con il fitness, che le chiede e le dà così poco. Sarà proprio Will a tirarla fuori dal buco in cui lei si è nascosta, a farle da pigmalione, a farle scoprire il mondo e se stessa, con i suoi desideri e il suo coraggio. I sei mesi passano e Lou è riuscita a far sì che Will si renda conto che può interagire col mondo circostante anche nella sua condizione con le sue leggi tiranniche. Con grande pudore si rivela la natura del legame fra queste due persone: è amore infatti questo, non pietà, né commiserazione. Lou ha tirato fuori l’io di Will dalle brume della sua disperazione e Will ha restituito a Lou il coraggio di essere se stessa.

Dunque alla fine dei sei mesi ci sarà il lieto fine? Ormai, cari lettori, avrete capito che Will non torna sulla sua decisione: non vuole vivere quella vita in quelle precise condizioni, nemmeno se ora ha incontrato l’amore. Per lui amare Lou vuol dire non condannarla alla sua stessa sedia a rotelle. E la sua famiglia, insieme alla disperata e recalcitrante Lou, è chiamata a rispettare la sua libertà di voler morire, la sua scelta, quella di avere un controllo finale sulla sua vita. Nel libro è raccontato il dramma della madre, che si sente strappare l’anima da questa decisione del figlio e che non riesce a esternare quanto questa volontà la uccida, ma che dice sì, perché è l’unica cosa che sente di poter fare. Lou, solo dopo lunghi giorni di impietrito isolamento, comprende di voler essere al capezzale di Will quando lui andrà incontro alla morte che ha scelto. La solare e semplice mamma di Lou non comprende e non approva la scelta di Will e nemmeno quella della figlia.

Che cosa è successo, dunque? Che operazione narrativa ha compiuto Jojo Moyes? La storia in effetti è semplice: si prende un po’ di Il giardino segreto, un po’ di Quasi amici e un po’ di Pigmalione; si aggiunge una buona dose di romance molto delicato, si fa un buco al centro di questi ingredienti e si aggiunge il tema scottante dell’eutanasia. In più un’abbondante spruzzata di psicologia. Poi il composto si lavora e si tende, con allungamenti narrativi forzati e a volte inutili, perché copra una teglia più grande del previsto e si inforna: la pietanza è pronta. Come in molti libri anglosassoni la semplicità della lingua e la linearità della narrazione aiutano; aiutano anche a assorbire tutta la malattia, raccontata con sufficiente realismo, e i termini medici. Un poco indigesti risultano certi innesti in cui il punto di vista della narrazione si sposta alla madre, o al giovane fisioterapista di Will, o al padre, perché in fondo risultano quasi solo informativi.

Ma soprattutto risulta scioccante, nonostante tutto, la scelta finale di Will: non è l’amore a vincere, non quello che noi tutti tendiamo a classificare come amore, cioè accettare e vivere tutto per il bene di chi ami. E anche questo punto di vista la Moyes sceglie di portare in palmo di mano. Viene narrata infatti, attraverso appunto questo spostamento del punto di vista, la difficoltà della madre di Will di capire cosa il figlio voglia da lei e come possa volerlo. Lou deve fare buon viso a cattivo gioco, e, nonostante il rifiuto iniziale, raggiunge Will in Svizzera. Infine anche la madre di Lou viene accolta e compresa, nel suo rifiuto: Jojo Moyes sembra dirci: “Poverina, è giusto che non capisca, perfettamente comprensibile”. Ma. Will vuole scegliere e la sua libertà di scelta merita di essere rispettata, questo è sostanzialmente il messaggio del libro. Il prodotto editoriale “Io prima di te” comunica, alla fine, al di là dell’amore e più che l’amore, questo.

In altre parole, come per molti romanzi anglosassoni, si constata una consumata capacità di narrare, che usa escamotage tecnici riconoscibili. Alla fine, dopo aver superato la tentazione di pensare che la fine triste e spiazzante sia appiccicata ad arte a una storia che sarebbe dovuta terminare diversamente, si può agevolmente riconoscere la natura dell’operazione: parlare dell’eutanasia e della scelta come controllo ultimo sulla propria vita.

SIA-FATTA-VOLONTAÈ stato dunque quando ho finito di leggere Io prima di te che mi sono ricordata di quest’altro libro, di cui avevo letto la sinossi: Sia fatta la tua volontà di Stefano Baldi. Sono stata probabilmente spinta dalla comunanza di tema riguardante la malattia: non è frequente che dei romanzi si applichino a narrare condizioni così dure e difficili da vivere. Ed ecco che leggendo di Luca Lazzarini, Lazzaro per gli amici, ho trovato molte similarità, come dicevo all’inizio, e alcune fondamentali differenze. Luca, come l’altra protagonista Lou, guarda caso ha ventisei anni ed è bloccato anche lui nella palude vischiosa della sua vita. Entrambi cercano di farsi accettare con grande fatica in una cerchia di persone le cui priorità non assomigliano alle loro, come se non ci fosse altra chance. Lou con il suo fidanzato e i suoi amici fissati per lo sport, Luca con i suoi compaesani maschi concentrati al massimo sullo sport maschile principale: rimorchiare di più e meglio. Come Lou sentiva un forte complesso di inferiorità rispetto alla sorella, più brava e spigliata di lei, così Luca vorrebbe infilarsi l’abito di successo di quello che ha una bella macchina, ha successo con le donne e, insomma, “non deve chiedere mai”. Lou è ricattata dalle difficoltà economiche della sua famiglia, Luca cerca di evadere dal piccolo ambiente familiare della mamma e del fratello con un grave ritardo mentale, andandosene a vivere da solo.

Entrambi, in definitiva, quando meno se lo aspettano sono travolti da quel fattore insondabile che è la malattia. Anche se nel romanzo della Moyes è Will a rimanere confinato su una sedia a rotelle, comunque il punto di vista è quello della ragazza, che non sceglie semplicemente di declinare l’offerta di lavoro, ma lo accetta, perché non può far altro, in quel momento: le circostanze la portano lì, poiché è stata licenziata dal suo vecchio lavoro. In Sia fatta la tua volontà Luca comincia a tossire stranamente e ad avere crisi di mancanza d’aria; gli esami medici sono implacabili: è un tumore che non gli concede possibilità, se non un eventuale trapianto. Nell’urgenza della vita, davanti a una fatica così dura e a una concezione del tempo forzatamente sovvertita, le priorità cambiano e tutto viene guardato da un’altra prospettiva. Stranamente la percezione delle cose si modifica e questo stravolgimento rende tutto incredibilmente prezioso.

Eppure non è indifferente che Luca sia protagonista della malattia e Lou no. Lo scorrere degli attimi, i piccoli cedimenti davanti al corpo che comincia lentamente a non funzionare più, nel romanzo di Stefano Baldi, sono vissuti, guardati, sofferti ben diversamente. Anche qui a volte il punto di vista della narrazione cambia e leggiamo gli eventi dal punto di vista dei comprimari, della madre, del fratello Giorgio, degli amici, ma qui, contrariamente al romanzo della Moyes, l’escamotage narrativo è perfettamente funzionale a rendere come sia più libero e umano l’atteggiamento verso la realtà della mamma di Luca e perfino quello “vergine” di Giorgio, che è poi quello che Luca impara da questa liberazione dagli schemi in cui la sua vita rinasce. Anche i momenti in cui il POV si sposta agli amici sono utili a capire come un avvenimento come quello che accade al timido Lazzaro sia così “forte” da provocare uno smottamento, un lieve ma sensibile sisma che fa crescere tutti, perché li costringe a guardare che cosa è davvero importante e a desiderare una vita vera, in cui si rischi davvero e si ami.

E poi anche qui c’è l’amore. Qualcuno potrebbe dirlo “platonico”, con un’accezione frusta di quest’aggettivo. Perché in questi due romanzi non si consuma il sesso: le situazioni costringono a sublimare e dunque anche a chiedersi cosa voglia dire amare. Qui c’è un viso, che quasi inavvertitamente conquista Luca, un viso d’angelo che lui non accomuna con le ragazze alle quali, se avesse coraggio, dovrebbe chiedere di uscire e per le quali si esercita davanti allo specchio. E parallelamente il lettore, all’insaputa del protagonista, scopre le vicende di questa donna che scombinano, con una violenza spiazzante, la prima parte di questo romanzo, apparentemente incentrata sulle miopi problematiche post adolescenziali del pavido Luca. Anna, ma il suo nome lo scopriremo solo alla fine, è una prostituta, una donna slava comprata e ora venduta sulla strada al più laido mercimonio, usata, umiliata, brutalmente picchiata e stuprata se non porta al suo “protettore” la quota dovuta.

Ultimo parallelo prima delle conclusioni: le dinamiche famigliari. La madre di Will non riesce a parlare col figlio; secondo quest’ultimo lei non gli perdona di aver accettato che il padre la tradisse con un’altra donna. L’amore di questa madre si consuma in un dramma duro e senza fecondità, simbolo della quale è il giardino che lei si ostina a coltivare e poi lascia andare alla sopraggiunta disgrazia del figlio. Il dramma di quest’amore è l’accettazione inumana della scelta di morte del figlio.

La mamma di Luca Lazzarini è una mamma italiana, una donna semplice, eppure anche lei, a un certo punto lascia libero il figlio: quando Luca vede la possibilità di andarsene di casa la coglie subito, come se così potesse porre un passo nel diventare la persona rampante e vincente che vorrebbe essere. La verità è che vuole prendere le distanze da quella famiglia scomoda. Giorgio, grande e grosso e con un cervello da bambino, è come un’appendice che, prima della malattia, lo fa vergognare ancora di più della sua esistenza. Nella parte che assume il punto di vista della madre vediamo come soltanto lei abbia lottato per rendere Giorgio una persona responsabile e autosufficiente, e anche perché il marito e il secondo figlio lo vedessero con i suoi stessi occhi, vedessero la sua unicità e preziosità. Perché tale unicità e preziosità non si misura dall’efficacia (leggi: successo) o dall’efficienza di una persona, ma da ben altro. Questa donna semplice a cui i dolori non sono stati risparmiati ha atteso e pregato che Luca volesse guardare la propria vita come un dono, così come lei, grazie alla sua fede, ha potuto fare. La madre di Will è ritratta dalla Moyes mentre tormenta nella mano una croce che porta al collo, ma è sostanzialmente sola nelle sue decisioni. La madre di Luca non si risparmia dai tormenti che la vita le ha riservato, continuando a sperare e a pregare un Bene di cui è certa, ma si affida concretamente a qualcuno.

Veniamo dunque a Will e a Luca: entrambi sono davanti al bivio. La vita si fa breve, orribilmente difficile e i particolari non vengono risparmiati al lettore. Eppure Luca non rifiuta le mani che si tendono per aiutare a portare la croce; qualcuno gli fa intravedere un’altra possibilità, ora che i minuti che scorrono hanno tutto un altro peso e un altro significato. Quando una persona dal passato di Luca, don Edoardo, rispunta nel suo orizzonte, offrendogli un altro metro di giudizio per guardare tutto, lui non si tira indietro e ci sta. È così che comincia a guardare Giorgio con occhi nuovi – più simili a quelli con cui lo guarda la loro madre – e passare del tempo con lui non è più la forca caudina del Destino, ma una grande possibilità per imparare uno sguardo semplice. Gli schemi di successo in cui per tanti anni si era immaginato cadono come bucce vuote: ora che una passeggiata o un cappuccino caldo diventano piaceri assoluti da godere con tutta l’anima. Will invece non lascia che la realtà nuova, introdotta dalla malattia, prenda spazio dentro di lui.

È qui la chiave di tutto? Will baratta gli anni che potrebbe vivere incatenato a una sedia a rotelle sì, ma innamorato e riamato, per una scelta che dovrebbe richiamare al libero arbitrio. In realtà vuole il controllo sulla sua vita. Il simulacro di quel potere che ciascuno nemmeno si confessa di avere e volere. Luca accetta che il suo corpo, il controllo, la dignità vadano via, trascinati dalla fatica, dal dolore, dalla meschinità dei piccoli terribili particolari di chi non può nemmeno più andare in bagno da solo. Will pretendendo che gli altri che lo amano rispettino la sua scelta, la giustifica con il pretesto di starli liberando dalla sua scomoda presenza. Luca no, accetta l’amore che arriva. Lo può fare perché non è solo: una mano gliela tiene il Dio a cui ha abbandonato la sua volontà. È da questo coraggio che gli proviene l’unico gesto estremo e rischioso della sua breve vita. Non sta più a pensare e, quando vede Anna pestata e sanguinante, si ferma, lì sul solito angolo di marciapiede, e la porta via, salvandola dalla sua sorte. Non è solo un pigmalione: il suo è un amore attivo e del tutto gratuito, fecondo.

Tra due valori sta la differenza di questi due romanzi, simili per alcuni versi e diversissimi per altri: l’illusione del controllo sulla propria vita, anche se significa decidere di togliersela, e l’accettazione che la vita non sia di nostra proprietà. Luca infatti riflette a lungo sulla parabola dei talenti. Il talento che gli è stato dato non deve essere solo conservato e nascosto, ma deve essere fatto moltiplicare. La parola chiave è “donato”. Per Will la vita è sua, per Luca la vita gli è stata donata da un Altro, che gli tiene la mano fino alla fine. Il primo romanzo è una narrazione ben costruita e innegabilmente sincera nelle intenzioni, ma alla fine fondata su un artificio del pensiero. Il secondo è la vissuta esperienza di un abbandono confidente nelle mani di un Destino buono. Vissuta esperienza, sì, perché Stefano Baldi, l’autore, è morto, pochi giorni dopo aver finito il suo primo e ultimo romanzo, della stessa patologia del suo protagonista. La differenza fra questi due romanzi sta nell’urgenza che si trova alla base della scrittura e, alla fine, nell’evidenza che la vita può fiorire anche nel dolore, se vissuta nelle mani di un Altro.

Autore: Jojo Moyes
Titolo: Io prima di te
Titolo originale: Me before You
Traduzione di Maria Carla Dallavalle
Casa Editrice: Mondadori
Collana: Omnibus stranieri
Pagine: 391
Prezzo: € 14,90
Data di uscita: 01/02/2013

Autore: Stefano Baldi
Titolo: Sia fatta la tua volontà
Casa Editrice: Newton Compton
Collana: Newton 3.0
Pagine: 336
Prezzo: € 9,90
Data di uscita: 07/02/2013

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