John Edward Williams, classe 1922, (morto nel 1994) romanziere, poeta e accademico statunitense, vincitore di un National Book Award per la narrativa nel 1973, è molto chiaro all’inizio del suo romanzo: Stoner, il protagonista che dà il nome al libro, muore misconosciuto, il ricordo che resterà della sua vita è una dedica su un manoscritto antico, donato dai suoi colleghi alla biblioteca dell’università dove ha insegnato discretamente tutta la vita. Inoltre, precisa l’autore, solo alcuni alunni serbarono un ricordo di lui.

Stoner-copertinaConfesso che questo incipit mi ha ricordato due famose elegie, elevate per così dire in memoriam: l’Antologia di Spoon River di Edgar G. Masters del 1914 e, ancora più indietro nel tempo, Elegia scritta in un cimitero campestre di Thomas Gray del 1750. Sulle ceneri di chi non è più, si canta ciò che di grande pure è stato. È un’operazione notevolmente onesta quella che ricorda a tutti la caducità della vita e dunque i termini reali della questione.

In Stoner, dopo questa premessa, comincia la narrazione dall’anno di nascita e dai dati basilari della vita del protagonista. È come se Williams avesse già ristretto l’ambito, delimitato il campo: questa è la vita di S. e questi tutti i segni che ha lasciato. Queste premesse, molto dure, apparentemente tristi, essenziali, aprono però una grande attesa: perché mai dovrebbe essere interessante narrare di questa persona? Cosa cela Stoner nella sua piccola vita perché ci si debba scrivere un libro?

La dinamica che un sistema narrativo così scatena è piuttosto simile a quello che è successo in questo periodo, quando il tam tam del mondo editoriale ci ha diligentemente avvertito che Ian MacEwan, autore molto apprezzato, ha lodato questo libro, pubblicato, tra l’altro, già nel 1965, e rimasto abbastanza misconosciuto finora. Le domande che nascono sono: che cosa mai è nascosto di così prezioso sotto una apparenza così grigia? Stoner è grigio, la trama appare grigia, eppure… Cosa ha spinto Williams a narrare la storia di questo personaggio? E non lasciamoci fuorviare dal fatto che la materia sia autobiografica, perché se fosse solo questo il punto, forse nemmeno nel 1965 il libro sarebbe stato accolto nell’alveo di una casa editrice. Perché McEwan e altri gli stanno attribuendo la natura di un classico? Quale brillante si nasconde nella sabbia grigia? Nelle pagine di un vecchio libro, nella vita di un grigio professore universitario che è stato classificato come una nuova versione dell’inetto sveviano?

Cominciando a leggere della vita più che semplice di questo figlio di agricoltori della poverissima provincia americana, oltre alla premessa straniante che ci menziona già all’inizio la sua silenziosa e quasi irrilevante dipartita, troviamo per primo un istante sospeso nel tempo e nello spazio, che viene descritto con grande efficacia.

Stoner a diciannove anni viene mandato all’università a studiare agraria da un padre triste e stanco che vede nel figlio la possibilità di fare qualcosa in più per la famiglia e per quella terra povera e dura il cui lavoro quotidiano sfibra il corpo e l’anima. Ma il ragazzo, che accetta di studiare semplicemente e senza passioni, ribellioni o drammi, mentre assiste a una lezione di letteratura inglese, obbligatoria anche per il corso di agraria, all’improvviso ha un’illuminazione. Dopo che l’allievo diligente ha faticato assurdamente sulla letteratura, un giorno lo scialbo professore che parla e insegna in maniera assolutamente piatta, legge un sonetto di Shakespeare con un’altra voce.

«Guardò Stoner ancora per un momento, poi i suoi occhi divennero come ciechi, mentre fissavano un punto invisibile oltre la classe. Senza leggere dal libro ripeté di nuovo la poesia; e la sua voce si fece più profonda e più dolce, come se le parole, i suoni e la metrica si fossero per un istante incarnate in lui:

In me tu vedi quel periodo dell’anno
Quando nessuna o poche foglie gialle ancor resistono
su quei rami che fremon contro il freddo,
nudi archi in rovina ove briosi cantarono gli uccelli.

In me tu vedi il crepuscolo di un giorno
che dopo il tramonto svanisce all’occidente
e a poco a poco viene inghiottito dalla notte buia,
ombra di quella vita che tutto confina in pace.

In me tu vedi lo svigorire di quel fuoco
che si estingue fra le ceneri della sua gioventù
come in un letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che fu il suo nutrimento.

Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce
per farti meglio amare chi dovrai lasciar fra breve».

Questa poesia, a ben vedere, rilancia i termini della questione iniziale: nel passato, il presente, in quel che appare, ciò che è nascosto e che può essere svelato. Nella grigia vita quotidiana: ben altro.

Stoner è folgorato e, dopo quel momento, comincia a vedere davvero, a considerare se stesso, le sue mani brune, i suoi vestiti logori, e la realtà stessa intorno a sé, come se le luci e le ombre avessero all’improvviso trovato una loro consistenza, intessuta del passato di tutti coloro che avevano vissuto prima.

«Il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un’unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e il radioso Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni, che si spostavano da una classe all’altra, alloggiando presso una grande università a Columbia, nel Missouri, e che camminavano distratti nell’aria del Midwest».

Questa illuminazione che rende Stoner cosciente di se stesso è paragonata chiaramente da Williams all’assaggio del frutto dell’Albero della conoscenza del Bene e del Male, dopo del quale Adamo ed Eva, nella Bibbia, si rendono conto di essere nudi.

Author John WilliamsInsomma, la scoperta della letteratura per Stoner è la presa di coscienza dell’esistenza di un mistero, che rende la realtà degna di essere investigata. Il professor Sloane percepisce questo cambiamento in lui e, dopo quasi tre anni in cui Stoner, senza dir nulla a nessuno, ha abbandonato agraria per dedicarsi allo studio della letteratura, gli propone di continuare in università con un dottorato di ricerca. Così cambia la vita del protagonista che studia con precisione e silenziosa passione, nella più assoluta solitudine. Quando comincerà a tenere i primi corsi si accorge però che la passione non traspare e che, pur insegnando la grammatica convinto della sua armoniosa e logica utilità, la sua voce rimane piatta, proprio come quella del suo insegnante.

«Trovava sollievo e appagamento solo durante le lezioni che frequentava come studente. Lì era ancora in grado di cogliere l’emozione che aveva provato il primo giorno, quando Archer Sloane gli aveva rivolto la parola e, in un solo istante, si era trasformato in un uomo nuovo. Mentre la sua mente era impegnata in quegli argomenti e si confrontava con il potere della letteratura cercando di comprenderne la vera natura, avvertiva un continuo cambiamento: e come se ne fosse consapevole, usciva da se stesso entrando nel mondo che lo conteneva e comprendeva così che la poesia di Milton, o il saggio di Bacon, o la commedia di Ben Jonson che stava leggendo cambiavano il mondo che avevano per oggetto, e lo cambiavano in virtù della loro dipendenza da esso».

Questa interdipendenza della realtà e della letteratura risuona nella lettura come una bomba luminosa. Leggendo questo libro, chi ha anche solo una volta subito questa fascinazione, non può non riconoscerne il valore dirompente. Una atomica silenziosa e non vista dagli altri, che può rimanere nelle pagine polverose, o rispolverate molto efficacemente da MacEwan, ma che si riverbera nella memoria di chi si è innamorato del potere dei libri, della lettura, della letteratura: restituire alle cose la loro luce e il loro sapore. Insomma l’amore è forse più amore dopo aver letto Giulietta e Romeo.

Io non sono esattamente una fan sfegatata di MacEwan, ho letto ancora troppo poco di lui, però anche dopo aver letto poche pagine di Stoner, comincio a capire cosa possa averlo mosso a elogiarlo e gli altri a parlarne come di un classico.

Cari lettori, io non ho finito questo libro e non ho voluto scriverne una recensione, che è già stata fatta su questo blog (potete leggerla QUI), ho però voluto cedere a una fortissima curiosità e spero di averne suscitata una uguale in voi; credo che il paradigma qui sia quello della cerca, sì, quella del Graal. Non quella facile e vittoriosa dei film scintillanti di armature inverosimili, ma quella aspra e dalla fine non scontata, se Artù muore e se il Graal non è di facile reperimento, né è una coppa preziosa, ma un boccale di legno che, comunque, contiene il Bene del mondo. Voglio dire: perché leggiamo? Che cerchiamo? Ma perché viviamo, allora? Cosa vale la pena di “durare” questa ricerca? «Se la vita è sventura, Perché da noi si dura?» si chiedeva Giacomo Leopardi.

Io continuerò a leggere questo libro, sapendo – come l’autore ha voluto dirci sin dall’inizio – quale sarà la fine, e vivrò nello stesso modo e con la stessa consapevolezza, ma qualunque cosa accada in questo libro e nelle nostre vite, gli indizi portano a qualcosa. C’è la possibilità di restare degli inetti? Forse sì. Io so, però, che Zeno Cosini era uno cosciente di quello che accadeva intorno a lui, più dei borghesi illuminati, progressisti e positivisti che erano sicuri di aver capito tutto. La letteratura, quella cosa strana che diventa una lente attraverso cui le cose possono, eventualmente, diventare lontane, irraggiungibili, le azioni diventare impraticabili e troppo impegnative per chi ne vede tutte le implicazioni, come fossero le svolte di un romanzo, la letteratura, dicevo, restituisce alla vita la ricchezza di chi ha già vissuto, il dolore di chi ha già perso, il desiderio di chi ha già provato l’avventura. E allarga il cuore, la mente, rinfocola la propria stessa passione.

Concludo con un’ultima citazione. Il protagonista stringe una specie di blanda amicizia con due colleghi, giovani ricercatori in università, come lui. Uno di questi, Masters, una sera al tavolo di un pub, con l’acume che lo contraddistingue radiografa Stoner, raccontando quello che a suo parere lo tiene, anzi, lo trattiene fra le mura protettive dell’università.

«Signori, avete mai riflettuto sulla vera natura dell’università? Mr Stoner? Mr Finch?». I due sorrisero e scossero la testa. «Scommetto di no. Il qui presente Stoner, immagino, la vede come un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o sullo scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato. Ma un giorno ci arriverai. E quando succederà… quando succederà…».

4 Readers Commented

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  1. Anonymous on 16 Agosto 2013

    Molto bello questo commento. Che futuro avrebbe la letteratura se la considerazione di ciò che essa può diventare per noi, come qui trasparè, di come può parlarci, aiutarci, sostenerci, e amarci, raggiungesse la consapevolezza di chi dovrebbe oggi salvarla dalla becera pornografia editoriale dell’intrattenimento editoriale facile e coatto! Privo di pensiero. Privo di stile. Privo di vita.
    Luisa Gasbarri

  2. Antonella Albano on 16 Agosto 2013

    I libri sono sempre un po’ una promessa, che a volte, è vero, rende molto poco. Ma la magia è sempre possibile, l’innamoramento per la letteratura del protagonista di questo romanzo mi ha colpito moltissimo perché mi ha ricordato questo. E, sì, il mondo editoriale dovrebbe ricordarsi di avere una responsabilità molto grande e molto bella. Dobbiamo continuare a rammentarglielo.

  3. Molto bello il tuo articolo e molto bello anche “Stoner” davvero un libro che merita di essere letto e approfondito. L’ho già consigliato a tantissime persone e continuerò a farlo, perché è davvero un libro sul quale riflettere

  4. Antonella Albano on 17 Agosto 2013

    Grazie Alessandra! 🙂

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