Mi decido. Devo proprio parlare di questo argomento che mi appassiona: J.K. Rowling e l’evoluzione che può essere percepita nei suoi ultimi libri. E forse nemmeno si può parlare di evoluzione, perché magari il suo genio è sempre stato lì e doveva solo svelarsi ai miopi.

the casual vacancyI più la conoscono come autrice per ragazzi e con pervicacia ritengono che Harry Potter sia un fantasy per preadolescenti: il che è vero e falso. È vero perché il piccolo Harry undicenne, alle prese con la pietra fiolosofale – quello che abbiamo rivisto di recente in tv, insieme ai suoi amici e alle sue vicende – si rivolgeva davvero ai ragazzini, sebbene fosse perfettamente in grado di stregare qualunque adulto con una buona dose di fanciullino pascoliano rinchiusa in se stesso, però la cosa non si ferma lì. Infatti Harry Potter, il mago dalla vita difficile, reietto e glorificato da un mondo volubile quanto il nostro, cresce. E la crescita è la sua vera cifra. Un’autrice francese, Isabelle Cani, ha scritto che se Peter Pan nel diciannovesimo secolo era l’archetipo del fanciullo che non voleva crescere – bandiera dell’epoca successiva – Harry Potter al contrario è stato per il ventesimo secolo il simbolo della necessità di quella crescita. Nel corso di sette libri il protagonista perde più di quello che trova, ma diventa uomo dolorosamente, mettendo in discussione i suoi padri (James Potter e Albus Silente) per poi recuperarli con i loro pregi e difetti; lasciando Hogwarts, il rifugio perfetto da un mondo desolante, e abbandonando infine la bacchetta, e cioè la magia, per affrontare il suo nemico e la morte, per la salvezza del mondo. Insomma Joanne Rowling ha raccontato nel tempo seriale di sette romanzi una storia di formazione, un bildungsroman vero e proprio, in un percorso lento, pensato, complesso e ricchissimo.

JK-Rowling-Robert-GalbraithTuttavia non è di questo che volevo parlare, sebbene ricordare l’Harry Potter che Italia1 sta riproponendo il sabato sia una premessa necessaria. Il punto è che, chiusa la saga (che poi proprio chiusa non è, ma questa è un’altra storia), la Rowling ha continuato a scrivere e ha pubblicato nel 2012 Il seggio vacante e, sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith, nel 2013 e nel 2014 due gialli: Il richiamo del cuculo e Il baco da seta. Di questi ultimi due romanzi parlerò brevemente, dicendo che sono deliziosi, scorrevoli, intelligenti e immettono nel sistema del lettore lo stesso virus di HP: letto il primo non vedi l’ora di leggere il seguente. Lo pseudonimo ha creato un noto caso letterario, poiché la Rowling lo ha scelto per vedere quanto avrebbe avuto successo un libro che non fruisse del normale battage pubblicitario riservato alla dea milionaria di Harry Potter, ma la finzione è durata poco.

the-casual-vacancy-cover-fullParliamo invece de Il seggio vacante (già recensito QUI su Diario dall’ottima Gabriella Parisi), che ho finito di leggere circa una settimana fa, e che è di recente divenuto una miniserie di tre episodi per l’inglese BBC. Togliamoci di mente, per farla breve, tutta l’inutile fuffa del confronto con la saga potteriana. Chi si aspettava una similarità e si è impegolato in un deluso confronto ha sprecato la sua energia emotiva e intellettiva. Questa è un’altra J.K. Rowling, oppure è sempre lei, che però si cala in quella dura realtà che aveva rappresentato trasfigurata nella metafora con la storia di Harry Potter. Il romanzo letteralmente sciocca, ferisce, schianta. Lo leggi e poi devi riuscire a sopravvivere. Questo accade se per te la lettura è una cosa seria, altrimenti, ok, ti mantieni in superficie.

La vicenda della cittadina di Pagford dopo la morte di uno dei rappresentanti al consiglio comunale è di quelle che seguono le vite di una piccola miriade di personaggi. Ognuno di loro è mostrato in medias res, ognuno è in una rete di rapporti con tutti gli altri, e ognuno è spietatamente narrato per ciò che è, con i suoi limiti, i suoi dubbi, le sue scelte, i suoi pregressi. C’è una coralità che è degna – scusate se oso – di Giovanni Verga, c’è una crudezza di rappresentazione che risulta urticante. La Rowling riesce a regredire al punto di vista dei personaggi proprio come il nostro grande verista, eppure si sente la sua umanità addolorata che racconta l’indicibile ipocrisia, la mediocrità, l’egoismo, i dolori psichici della crescita quando la povertà morale degli adulti uccide la speranza dei ragazzi. Il suo è realismo? Sì, non si può definire in altro modo, eppure, di più, il suo realismo è un tributo all’umanità sofferente, un tributo ai reietti, quelli che si perdono come relitti sulle sponde del fiume, incapaci di sopportare la corrente, che siano ricchi, che siano poveri, si perdono quanto più il loro cuore non viene osservato.

A Pagford, nella prima scena del romanzo, pare sia morto, lasciando il seggio vacante, l’unico capace di guardare alle persone davvero, con semplicità. E lei invece, la narratrice, osserva, patisce, descrive e, sì, ama. Perché per raccontare la dura, orribile realtà, quella piccola e banale raccolta nei cuori ottusi di tutti, ci vuole il pelo sullo stomaco e il cuore grande. E ragazzine di buona famiglia si feriscono appena possono per sciogliere nel dolore autoinflitto quello più grande che le corrode, e ragazzine sopravvissute in ambienti in cui possono solo finire male lottano per una speranza sublime, talmente nascosta da essere invisibile, che invece sistematicamente le tradisce e le uccide. Donne quarantenni cercano vie d’uscita a una vita che le seppellisce vive, uomini incapaci di amare si innamorano di un’illusione, piccoli politici di spicco disegnano una cittadina a loro immagine e becera somiglianza, donne, mogli, madri provano, riprovano, sbagliano e pagano. A Pagford si rispecchia l’intera umanità e non c’è nessuna soluzione facile e a buon mercato al dramma umano. Che sia morto Barry Fairbrother cosa mai vorrà dire? Che, se viene mancare chi sa guardare alle persone con la simpatia umana e la tenerezza che ognuna meriterebbe, tutto è perduto? Chi rappresenta Barry? Il segno di una presenza buona senza della quale forse non c’è salvezza, come il quartiere/bassofondo che lui voleva salvare e che tutti gli altri vogliono abbandonare al suo destino, chiudendo oltretutto l’unico centro di disintossicazione del territorio. L’autrice sembra guardare con sguardo equanime le vittime e i carnefici, segnandone i passi verso il loro destino.

Alla fine c’è speranza, in questo romanzo? Si direbbe di sì, nonostante il dramma, anzi proprio attraverso di esso. E qui la differenza con la saga di HP non è così marcata, ma lì il chiaroscuro era deciso, qui, fra le infinite sfumature di luce e ombra, si può solo osservare il riemergere di alcuni personaggi e la possibilità che ognuno diventi un nuovo Barry Fairbrother, una sorta di “fratello caritatevole”, come il cognome suggerisce.

In definitiva, dicevo che Il seggio vacante è un tributo: e sì, così mi è parso, come se dopo il bagno simbolico di Harry Potter – che nessuno voglia appiattire la saga a un divertissement per ragazzi – forse la Rowling sentiva di dover lasciare spazio alla dura realtà, per quella che è, con i suoi suoni stridenti e le sue incomunicabili angosce, come se dicesse: “Non pensiate che io non veda quel che c’è, non pensiate che non sappia il dolore di vivere”. Eppure quel che c’è di simile è il dramma del libero arbitrio, la scelta dell’individuo davanti al bene o al male, uguale a se stessa, stimolata che sia da un cappello parlante o dall’impattarsi dell’io con le circostanze.

Poche parole – ed è terribilmente poco – per lo stile: è magnetico, semplice, essenziale e ricco. Produce dipendenza: si ha bisogno, un bisogno assoluto alla fine di sapere che sarà di quei personaggi che, così difficili da distinguere all’inizio, poi diventano di famiglia. E si spera, sempre e comunque, alla fine.

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