Open Culture Atlas: la cultura ovunque

Nella mezzanotte del 29 ottobre 2013 nasce Open Culture Atlas, uno strumento di difesa culturale accessibile a tutti e da ogni luogo. Si tratta di una piattaforma di geolocalizzazione ideata da Tropico del Libro, un progetto libero e indipendente il cui obiettivo comprende la promozione, la valorizzazione e la connessione delle corrette attività che si svolgono in campo editoriale.

Tropico del libro è una realtà giovane e dinamica che opera dal 2011, offrendo approfondimenti e riflessioni a tutto tondo sul settore editoriale attraverso i social; ogni anno vanta una media di 200 000 visitatori. L’Open Culture Atlas è una marcia in più poiché inserisce, trova e divulga i luoghi e gli eventi di interesse letterario. Si impegna a mettere a disposizione un elenco aggiornato e aggiornabile sui professionisti del settore e sulle eventuali possibilità lavorative come se fosse un’agenda virtuale per facilitare l’incontro e la condivisione.

Tutti possono avvalersi dell’Open Culture Atlas e senza alcun dispendio economico. Sì, la piattaforma è completamente gratuita e questo è reso possibile dalla fortunata integrazione di WordPress e OpenStreetMap, la wiki-mappa libera del mondo. L’unico impegno richiesto è di partecipare attivamente alla proposta di Tropico del Libro in quanto vuole sostenere le iniziative che veramente offrono cultura con la C maiuscola, ma che rischiano la frammentazione e l’isolamento. L’intento non è solo quello di promuovere la lettura, ma anche di difendere la libertà di pensiero avvalendosi sia delle nuove tecnologie sia dell’impegno di chi, in questo progetto, ci crede davvero.

È in questa occasione, inoltre, che ho deciso di porre alcune domande a uno dei fondatori di Tropico del Libro, Francesca Santarelli. Francesca mi gentilmente offerto risposte nelle quali traspare, senza ombra di dubbio, il senso del suo progetto e che per questo merita di essere sostenuto.

Nel 2011, con Sergio Calderale, fondi Tropico del Libro. Cosa ti ha portato a creare questo sito, puoi spiegare gli obiettivi e la filosofia su cui si struttura?

«Dai diamanti non nasce niente…»: Tropico del Libro esiste a causa dei troppi datori di lavoro incompetenti incontrati e dalla voglia di perseguire fini più filosofici invece di accontentarsi del rancio a fine mese. Più che obiettivi, posso dirti che abbiamo una direzione chiara e precisa: cambiare il comune modo di pensare il lavoro, la famiglia, la politica, l’editoria nell’intento di realizzare stili di vita e di lavoro più sostenibili dalla collettività. È un piccolo contributo che vogliamo dare a un movimento frammentato ma più ampio di quel che appare. I migliori non stanno sotto i riflettori, sono persone oneste che rifiutano lavori fondati sul turlupinaggio a danni di scrittori creduloni o che propongono stage senza rimborso spese. I migliori sono quelle persone che conoscono bene la differenza tra un giornalista e un ufficio stampa e che, su questa consapevolezza, scelgono una strada più faticosa ma finalizzata al benessere di tutti.

Il nome ricorda molto la trilogia di Henry Miller, è una coincidenza o una scelta voluta?

Eh già, galeotti furono i due Tropico di Miller, letti nella settimana in cui stavamo impazzendo dietro alla denominazione del progetto. Mi imbarazza un po’ dirlo, ma l’intuizione che mi ha portato a questo nome non la ricordo più, ricordo la ragione “logica”: creare uno spazio dove prima ci sembrava ci fosse un vuoto, ovvero, come dice Calvino ne Le città invisibili, la frase più “religiosa” che abbia mai letto: “dare spazio a ciò che non è inferno”. Noi volevamo questo, dare possibilità alle buone pratiche, specie quelle nate dal basso, di fare notizia innestando rigorosi principi giornalistici, un po’ “british”, in un ambito infestato dall’ ufficiostampismo.

A distanza di 2 anni dalla sua nascita quali problematiche/tematiche ti sei trovata ad affrontare? Visto il numero di visitatori, ti aspettavi un simile feedback?

Comincio dalla fine: sì, posso dirlo?, me l’aspettavo! Anzi, se mai è il contrario: un sacco di nostre aspettative sono ancora da soddisfare. Questo perché quando fai le cose per una ragione che ti trascende ti aspetti che il mondo concorra tutto ad aiutarti. In ogni caso i problemi più grandi sono legati alla quantità di tempo a nostra disposizione per realizzare tutto quello che andiamo progettando. Davvero troppo poco per una persona e mezza come siamo al momento in redazione. Ma stiamo lavorando sodo per superare questo intoppo.

Al suo interno avete lanciato un nuovo progetto, Open Culture Atlas, puoi spiegarmi i suoi elementi fondanti e gli obiettivi che intendete raggiungere?

È una piattaforma di geolocalizzazione culturale partecipata e libera basata su OpenStreetMap. Volevamo che gli eventi, i luoghi e i protagonisti dell’editoria fossero lì, trovabili e osservabili in una visione d’insieme. Quel che Open Culture Atlas si impegnerà a fare strada facendo sarà quello di creare opportunità per quanti la useranno.

Come è nata l’idea di questo progetto?

Cerchiamo di progettare cose che mancano e che secondo noi servono. Un’agenda degli eventi dell’editoria non c’era e ci sarebbe spesso servita. A quel punto perché non integrare ciò che accade con il territorio in cui si svolge con le persone che lo fanno accadere? Più di un anno e mezzo fa abbiamo progettato quella che inizialmente chiamavamo “mappagenda”. Dopo un paio di pessime esperienze con “esperti” di sviluppo web, l’investimento di tutti i nostri risparmi e un sacco di lavoro di codificazione e di redazione, siamo riusciti, con grande fierezza, a offrire a tutti questo meraviglioso progetto.

Punti deboli e punti forti del mondo librario e della realtà editoriale…

Esiste etimo.it ed è gratuito. Usiamolo nelle pause pranzo, al posto del tetris! A parte gli scherzi, prima ho usato il termine “religione”. Sono andata a controllare se potevo intenderlo a modo mio, e in effetti sì, poiché con tale termine si intende una qualità dell’animo che consiste nell’avere cura e nell’esercitare con frequenza la capacità di scelta, religere, piuttosto che quella cosa collosa che tiene attaccati sotto una stessa cupola chi la pensa allo stesso modo, re-ligare. Davvero, non c’è abbastanza ricerca etimologica nel mondo. Mettiamola così, quel che mi piace dell’editoria in Italia è che c’è un mare di cose che si possono fare e che vanno fatte, un sacco di spazio per chi è intraprendente e capace. Non tutto sta nell’aprire una nuova casa editrice, una nuova agenzia letteraria o mandare cv per fare il correttore di bozze/editor. Si devono inventare nuovi modi per far funzionare le realtà già operanti, sono tante, a volte troppe per poterle anche conoscere tutte in una vita, il più delle volte valide ma senza gli strumenti adatti a superare quei deserti che le separano le une dalle altre. A noi piacciono i progetti magnanimi, quelli che hanno una ricaduta positiva anche sugli altri. Qualcuno ce n’è, e noi vogliamo aiutarli come possiamo.

Editoria e commercio librario, dove secondo te è necessario rimboccarsi le maniche per potenziare i loro campi di appartenenza?

Secondo me è necessario partire da una rivoluzione totale del concetto di biblioteca. Senza le biblioteche, siamo persi. Usciti dalla scuola, istituzione in cui siamo stati imprigionati durante i fondamentali anni del nostro sviluppo (leggete Descolarizzare la società di Illich), non troviamo, lungo le strade che percorriamo quotidianamente, alcun punto dove sederci, riprendere fiato tra un lavoro che non ci piace e il consumo di cibo, vestiti, spettacoli. Gli esseri umani hanno bisogno di sapere di poter leggere, pensare, accolti e indisturbati. L’unico posto in cui si può stare in pace sono le chiese, ma a noi piace un altro tipo di religione. Se non si slega la lettura dal commercio di libri non se ne esce. Lavoriamo per avere lettori felici, non compratori compulsivi di libri. Rispettiamo i lettori e rendiamoli così felici da poterci permettere di chiedergli di sostenere il nostro lavoro, non facciamone polli in batteria da spennare con sconti finti e trovatine di marketing. Io non compro più i libri, per quanto belli, di quegli editori che mi trattano da scema.

Cosa diresti a chi aspira a svolgere un ruolo professionale nell’ambito della scrittura o dell’editoria? Consigli pratici?

Mi rivolgo solo al tipo onesto, tendenzialmente asociale, sinceramente curioso: sono certa che hai un’idea bella, utile agli altri. Realizzala con i pochi mezzi che hai a disposizione, senza aspettare i tempi di nessuno, tranne quelli dell’idea – ovvero dalle tempo e spazio per maturare, mentre tu corri a destra e manca per fare in modo che non trovi ostacoli sul suo cammino. Se per caso pensi di non avere idee, vuol dire che ancora non le vedi, ma ci sono. Non è un problema: trova un lavoro qualsiasi per vivere e leggi libri belli, tantissimi, leggi le notizie sul settore, nutriti così e mentre lo fai domandati: “cosa servirebbe per far funzionare meglio questo sistema?”.

Il lettore ideale di Tropico del Libro?

Chi ci legge con interesse è già una persona a cui voglio bene a priori. Perché se lo fa capisce che scriviamo per dire e scoprire contenuti, non per scrivere. Quindi c’è una relazione di forte simpatia. Il nostro lettore è una persona attenta, curiosa ed è capace di organizzare abbastanza bene il suo tempo per trovare uno spazio da dedicare alla lettura dei nostri, spesso spropositatamente lunghi, articoli.

the author

Laureata in Lettere e Filosofia con magistrale in Scienze del Testo e del Libro presso la Facoltà di Udine. Ex libraria, articolista, scrittrice di brevi racconti per hobby, Rita recensisce seguendo le sue inclinazioni. Curiosa e portata al dialogo intravede nella lettura l'opportunità di una continua crescita intellettuale mentre la scrittura è, a suo parere, un dono attraverso il quale esprimere e condividere idee, emozioni e intuizioni.

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