L’odore dolce dei ricordi – Jess Walter

Partendo dal presupposto che il romanzo che vado or ora a recensire non proviene dalla mia personale lista dei desideri, ma mi è stato proposto da una cara amica la quale, pur avendo gusti diametralmente opposti ai miei, sa bene come solleticarmi, ho deciso di imbarcarmi nella lettura de L’odore dolce dei ricordi di Jess Walter.

Ammetto che, appena trovai il testo in questione, non mi piacque né la copertina, piatta, sfocata e insignificante, né l’odore delle sue pagine che, pur essendo nuove, sapevano di vecchio. Insomma, materialmente non mi attirava proprio. Cominciai a leggerlo distrattamente, seguendo comunque la regola in base alla quale se un romanzo non ti colpisce passate le prime venti pagine, allora non vale la pena di leggerlo, a meno che non sia scritto da un Tolstoj o un Dostoevskij. Me ne mancavano tre per giungere alla fatidica ventina quando la mia attenzione fu inaspettatamente attivata dal seguente passo:

“Questa era la vita di Pasquale Tursi. Non era felice, ma non era neanche infelice. Piuttosto si trovava in quel vasto spazio vuoto dove vive la maggior parte della gente, tra la noia e l’appagamento.”

Trovai il motivo per continuare e, man mano che le storie, le frasi ad effetto dosate con cura nei pensieri e nei dialoghi dei personaggi si delineavano, cominciai a realizzare che questo romanzo mi era letteralmente e piacevolmente piombato addosso. La trama ruota attorno a un’attrice e al dietro le quinte dello sfavillante mondo cinematografico da cui lo scrittore trae diversi schemi linguistici che inducono il lettore a sentirsi all’interno di un film. Lo stile e la scrittura di Jess Walter mi hanno trasmesso l’impressione di vivere la magia generata dalla visione passiva di un susseguirsi di scene visive. Insomma, qui l’arte linguistica letteraria e l’arte cinematografica si fondono nel comune obiettivo di coinvolgere il lettore/spettatore. A questi due registri artistici si affianca un uso di strutture stilistiche e semantiche che ricordano molto il mondo della droga e della tossicodipendenza, pur non essendo questa la tematica principale.

Tutti i personaggi, di generazioni diverse, dipendono da un veleno a cui non riescono a rinunciare. Da una parte, quella del passato, sembra di essere travolti da questo morboso desiderio di Essere, al di là della perdita delle convinzioni e dei punti di riferimento che ha fortemente segnato, oltre che traumatizzato, la generazione del Dopoguerra. La sensazione trasmessa era che la dipendenza nella quale erano imprigionati si fondasse sull’intenso bisogno di Essere nonostante tutto, di brillare, di gridare al mondo che in fondo erano ancora vivi. La droga del passato sembra essere una possibilità di mostrare all’esterno la propria essenza, per poter essere ammirati, per sentirsi completi, per dimenticare la propria impotenza di fronte alla tragicità della vita stessa. E questo sembrava tradursi nelle luci della ribalta accese dalla nascente settima arte.

Di converso, la dipendenza tutta contemporanea ha una prospettiva completamente ribaltata. L’Essere si confonde con l’Apparire, vince chi più di tutti riesce a rendersi appetibile sul mercato globale, sembra di essere prigionieri di un illimitato esibizionismo. Il tutto viene mascherato come libera espressione della propria personalità che svilisce i sentimenti e i moti dell’animo umano abbassandoli a un niente di più che un prodotto commerciale, emozioni da grandi magazzini in super offerta. Nonostante ciò i livelli sono molteplici e le tematiche vanno al di là della narrazione di vite umane, anche se belle, tristi, intense, che si intersecano in un contesto contemporaneo effimero, come i ricordi.

Un mio vezzo personale è disegnare occhi, lo faccio, inconsciamente, fin da quando ero ragazzina. In questo romanzo ho più volte riscontrato che la personalità dei personaggi migliori si delinea non solo attraverso quello che dicono, ma si coglie attraverso la breve descrizione dei loro occhi perché questi ultimi, come diceva Platone, sono lo specchio dell’anima. Nasce il fascino di questi cartacei attori che, nel corso delle loro vicende, si interrogano sul contrasto che si genera quando il desiderio e la cosa giusta da fare non combaciano fra loro, andando a infliggere delle lacerazioni interne che, una volta cicatrizzate, misurano il grado di completezza della ricerca intrapresa.

Infine, un gioiello anticipa la chiusura finale. Si tratta di una citazione di Milan Kundera, che non voglio qui riportare, ma che mi conferma la ricerca di Jess Walter di scrivere un romanzo che odori di anima.

Autore: Jess Walter
Titolo: L’odore dolce dei ricordi
Titolo originale: Beautiful Ruins
Traduttore: Benedetta Tavali, Michela Candi
Casa editrice: Cavallo di ferro
Pagine: 413
Prezzo: € 18
Data di pubblicazione: ottobre 2013

the author

Laureata in Lettere e Filosofia con magistrale in Scienze del Testo e del Libro presso la Facoltà di Udine. Ex libraria, articolista, scrittrice di brevi racconti per hobby, Rita recensisce seguendo le sue inclinazioni. Curiosa e portata al dialogo intravede nella lettura l'opportunità di una continua crescita intellettuale mentre la scrittura è, a suo parere, un dono attraverso il quale esprimere e condividere idee, emozioni e intuizioni.

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