Sebbene lo sport più diffuso sia impalettarli o proclamarne la definitiva uscita dalle mode del momento, la verità è che dei vampiri non ci si libera: non così facilmente. Al momento all’interno del panorama televisivo, infatti, ci sono ben quattro serie vampiresche che sanciscono la sopraddetta apparente immortalità del genere, del quale certi guru ben informati avevano predetto la morte già parecchio tempo fa.

Sarà un genere di nicchia, ma nella sua nicchia resiste, e anche bene. Infatti The Vampire Diaries, la serie della CW, non solo procede con ascolti sostanzialmente stabili, ma ha anche generato uno spin off, The Originals, che va quasi meglio della serie madre e che è stato anche confermato per i canonici 22 episodi. Non dimentichiamoci poi di True Blood, serie cult della HBO, basata sui romanzi del Ciclo di Sookie Stackhouse della scrittrice Charlaine Harris, di cui è in incubazione la settima stagione, sugli schermi americani la prossima estate, con le torride atmosfere della Louisiana. Dracula invece, serie angloamericana della NBC in onda dal 25 ottobre, è di un’altra natura e ci delizierà per dieci episodi.

best-vampire-tv-series-ever-list-vampire-diariesThe Vampire Diaries dovrebbe essere un teen drama. Dico dovrebbe perché, come spesso accade, le definizioni sono eccessivamente restrittive e difficilmente riesce di catalogare questa serie entro il consueto genere. Lo show, infatti, si incentra soprattutto sull’evoluzione personale dei protagonisti e sul dramma della crescita. Il triangolo amoroso resiste: una ragazza, Elena Gilbert, è contesa fra due fratelli vampiri, Stefan e Damon Salvatore. Ma le vicende si interscambiano e si alternano insieme alle shipping – è il termine inglese, derivato dalla parola relationship (relazione), con cui s’intende il coinvolgimento emotivo e/o intellettuale dei fan nel crescente sviluppo della relazione tra una coppia di personaggi di un’opera fittizia, solitamente nelle saghe letterarie e nelle serie cinematografiche e televisive (Wikipedia). Certo l’ambientazione era inizialmente quella scolastica – sebbene sti ragazzi a scuola non ci stessero mai e non ci si raccapezza di come abbiano potuto effettuare gli esami e diplomarsi, impegnati com’erano a sopravvivere alle varie minacce (senza troppo successo, in generale). Alla fine della quarta stagione i protagonisti sono riusciti a concludere gli (scarsi) studi e quest’anno le loro avventure continuano al college, e la storia si ripete.

Con alti e bassi, con una qualità altalenante nel ritmo e nello sviluppo dei personaggi, la serie in definitiva conferma il suo successo, dovuto a uno svolgimento serrato ed essenzialmente orizzontale della trama. Tenendo conto che la sospensione dell’incredulità è il pane quotidiano delle serie fantastiche, i tratti più interessanti finora sono stati gli sviluppi di alcuni personaggi che hanno conquistato i fan, come Damon Salvatore, il vampiro pazzo e impulsivo che ha compiuto un percorso di cambiamento innamorandosi – un must – della suddetta Elena Gilbert, la quale, anche lei, ha attraversato diverse valli oscure. L’altro lato del triangolo, Stefan Salvatore, ha vissuto l’altalena connessa con la propria dualità interiore, vampiro “morale” e vegetariano oppure ripper drogato di sangue umano, che lo trasforma in un killer sanguinario. In questo personaggio c’è ancora un’incompletezza e una situazione di stasi che se gli ha permesso l’andirivieni emotivo dal lato oscuro, però ha provocato l’insoddisfazione dei fan che pretendono un’evoluzione coerente.

TO_castNelle ultime stagioni di TVD si sono imposti alcuni personaggi introdotti inizialmente come i cattivi stagionali, che invece hanno talmente fatto impennare l’audience da convincere Julie Plec, la show-runner di TVD, a corrispondere ai desideri di molti concependo una serie tutta loro: stiamo parlando degli Originari, The Originals. Nella mitologia di The Vampire Diaries l’intera stirpe dei vampiri comincia con questa famiglia di vichinghi che vengono trasformati, con la magia della propria madre e per la volontà del proprio padre di renderli invincibili, in esseri immortali e voraci di sangue. Tutti i vampiri sono stati trasformati da loro e da loro discendono. Klaus, Elijah e Rebekah Mikaelson, i figli rimasti da cinque che erano prima, dopo aver interagito in modo molto interessante con la gang di Mystic Falls si sono trasferiti a New Orleans, richiamati lì apparentemente da una faida fra i vampiri del luogo e la comunità numerosa delle streghe. La fascinosa cittadina della Louisiana era stata in realtà fondata proprio dalla nostra famiglia originaria, che dopo essere fuggita a causa del padre, divenuto uno spietato cacciatore di vampiri, aveva lasciato il dominio a Marcel, un ex schiavo che lo stesso Klaus aveva liberato quando questi era solo un ragazzino. Marcel ora si considera il re della città che sopravvive mantenendo in equilibrio le varie comunità soprannaturali presenti. Ma Klaus, il potentissimo ibrido vampiro-licantropo, non può concepire che altri sia re, se non lui, nonostante l’antica amicizia con Marcel. In tutto ciò quest’ultimo mantiene il legame con Davina, una giovanissima strega sedicenne che pare assommare in sé la potenza di tutta la comunità stregonesca di New Orleans. Elijah d’altro canto, il compassato e onorevole fratello maggiore, vuole che il bambino inopinatamente concepito da Klaus con la licantropa Hayley possa essere finalmente il motivo di rinascita dell’amore familiare fra gli originari, intaccato in profondità da dinamiche antiche di secoli che vedono Klaus inseguire perennemente il potere pur in fondo desiderando quell’amore e quell’appartenenza che gli mancano da sempre.

Le atmosfere sono più adulte, oscure e affascinanti di quelle della serie madre. Non più scuola, università o le maestose dimore della Virginia sono gli ambienti che ospitano l’azione, ma l’antico fatalismo e l’allegria sfrenata del quartiere francese di New Orleans, con le abitazioni decadute e così caratteristiche, la musica evocativa e le inquietanti paludi del Mississippi. Anche in questa serie non è l’aspetto horror a dominare, bensì le dinamiche nei rapporti e le declinazioni del potere e dell’amore, fra loro di difficile conciliazione. La recitazione di Josef Morgan (Klaus), di Daniel Gillies (Elijah) e della bella australiana Claire Holt (Rebekah) è suggestiva e conferisce spessore a questi personaggi intriganti.

Fin qui abbiamo parlato delle serie televisive americane della CW. Chi conosce il mondo USA sa che la nazionalità e la casa di produzione definiscono già il contesto: dato il target, l’orario, il tipo di pubblicità che la serie rende possibile quello può essere il prodotto, cioè niente scene sessualmente esplicite, niente splatter fuori norma e, sostanzialmente, le dinamiche dei rapporti umani sono il tema principale. Tuttavia e nonostante il fatto che i premi più noti della televisione USA, notoriamente snob, continuino a ignorare queste serie, nella maggior parte dei casi il livello qualitativo raggiunto è piuttosto alto. Il pretesto delle storie sentimentali, delle problematiche familiari, del fascino oscuro dei vampiri e dei superumani correlati (licantropi e streghe) nasconde una centratura profonda, una indagine per nulla scontata sulla moralità e sulle scelte individuali alla luce di essa. Il dolore, il male, il perdono, la morte e le convulsioni della crescita sono il vero focus. Insomma, chi cerca qualcosa di più lo trova, chi vuole il sangue può accontentarsene, chi brama la bellezza dei protagonisti e le shipping non smetterà di avere pane per i propri denti. Nondimeno non vederci altro parla di un caso grave di miopia, male di cui molti sono afflitti.

true-blood-season-7-key-artTrue Blood si può definire un caso particolare, sia perché la HBO è una casa di produzione che sull’autorialità dei suoi prodotti telefilmici ci lavora non poco, sia perché dopo un inizio folgorante la serie, che vanta nel cast attori del calibro del premio Oscar Anna Paquin, ha mostrato sì un andamento oscillante quanto a qualità, ma non tanto da non vantare un vasto seguito di appassionati. Senza la preoccupazione di limitazioni dovute a un target giovanile, nascendo nell’ambito della tv a pagamento, True Blood spazia liberamente col contenuto spinto e con le scene splatter, ma rivendica la vocazione di indagare sulla convivenza fra diversi, sulla natura del potere, sul significato della famiglia, sul ruolo della religione, tutto attraverso le metafore legate a vampiri, licantropi, fate e mondo fantastico allargato. Il creatore, Alan Ball, già molto apprezzato per Six Feet Under, ha impresso svolte narrative diverse alle vicende dei vampiri della Louisiana, divergendo volutamente dai romanzi della Harris; nonostante il suo abbandono alla fine della quinta stagione, la serie non ha deluso i fan, che in gran numero le restano fedeli. I vampiri qui bruciano al sole, tranne eventi eccezionali, sono reietti, lottano per la sopravvivenza e fanno politica, disturbano insomma, come le minoranze che allegoricamente rappresentano. Se si necessita del triangolo amoroso, lo si trova anche qui, servito molto freddo, o molto caldo, a seconda dei punti di vista, ma come in tutti i casi qui descritti la semplice geometria è solo questione di superficie.

Dracula_Serie_de_TV-101739749-large-290x386E veniamo alla seconda novità della stagione, dopo The Originals, e cioè Dracula della NBC.

Il battage pubblicitario è stato precoce e ben orchestrato e uno dei motivi principali di appeal è stato sicuramente Jonathan Rhys-Meyers, attore cinematografico irlandese carismatico e piuttosto amato, che già con I Tudors aveva optato per serie televisive di una certa levatura. La componente inglese si nota molto, la storia di Dracula è rivista e corretta in modo creativo, consentendo al principe Vlad di riciclarsi nei panni di una sorta di agente segreto, di un novello Conte di Montecristo che vuole vendetta da nemici particolari e abbastanza inusuali. I cattivi sono, infatti, una congrega segreta, l’Ordine del Drago, che gestisce il potere da secoli e che, alla soglia nel XX secolo, sta imponendo al mondo il petrolio come risorsa energetica, mentre il nostro vampiro vorrebbe impedirglielo, ottenendo in sovrappiù la ritorsione per la perdita di ciò che aveva di più caro insieme al suo onore e cioè la bella moglie Ilona. Ed ecco dunque il personaggio femminile, anche questo riveduto e corretto in modo abbastanza geniale, poiché Mina Murray, ovvia reincarnazione della defunta consorte, è una giovane scienziata che, in tempi non certo favorevoli, vuole a tutti i costi fare il medico.

Anche Jonathan Harker e persino l’ex acerrimo nemico Van Helsing vengono reinterpretati con un certo gusto per la contraddizione, che appare dichiarata quando Renfield diventa, da servo mellifluo e strisciante della tradizione cinematografica, un segretario efficiente e colto, ma soprattutto di colore. Quanto storicamente questo sia probabile non sappiamo, ma di certo la metafora è voluta: il vampiro, reietto e oppresso, sceglie come fidato collaboratore un’altra vittima di pregiudizio e intolleranza, spiccando così nella Londra perbenista per l’eroico quanto polemico anticonformismo.

A questo si aggiunge la suggestione tipica delle nebbie da Jack lo Squartatore, le ambientazioni raffinate al limite del preziosismo, una certa atmosfera steampunk, suggerita dal fatto che il nostro Dracula vorrebbe imporre invenzioni alla Tesla invece del petrolio, come forza trainante del futuro. In più qui l’essere un vampiro non è facile e redditizio in termini di successo, niente anelli diurni che con la forza del lapislazzulo e dell’incantesimo giusto consentono ai vampiri della CW di andare in giro di giorno; qui il caro conte Dracula, sotto le mentite spoglie del magnate americano Alexander Grayson, deve sudare sofferenza per conquistarsi pochi minuti di sole senza bruciare e la sua natura ferina non è sublimata, il sangue è sangue e scorre, e il legame arcano che lo vincola a Mina fa sospirare quanto più la differenza li allontana. Se qualsiasi personaggio delle serie della CW ha un livello estetico notevole e attentamente selezionato, il casting britannico consente quel quantum di bruttezza e corrispondenza alle ambientazioni che risulta morbosamente affascinante. I costumi non sono esattamente conformi alle immagini d’epoca: colori e modelli degli eleganti vestiti di Mina e della sua amica, la snob Lucy Westenra, sono chiaramente reinterpretati per il gusto di stupire. Sporco d’epoca, nebbia londinese, il sapore tipicamente vittoriano, la teoria del complotto e meno vincoli per il target giovanile costituiscono buona parte del fascino. La sigla, le musiche, la qualità della recitazione aiutano; certo la trama corre il rischio di disperdersi e non incanalare adeguatamente la tensione. Quattro episodi mancano ancora alla fine – siamo nell’interregno della pausa natalizia – e ancora non si sa se il rating degli episodi garantirà il rinnovamento della serie: che dire? Speriamo di sì. Non ha il fascino integralista di Ripper Street, altra serie inglese (BBC One) che specula sul gusto vittoriano delle nebbie londinesi con ben altro peso, ma alla fine Dracula non dispiace.

Nel frattempo che dire della mitologia del vampiro? Perché perdura e in che cosa convince? Continua a rappresentare la brama, il desiderio irrefrenabile, più che di sangue, di vita, di senso al dolore costante dell’esistenza. Il vampiro si gingilla con l’amore, se ne lascia attrarre e mette in discussione la propria ira vendicativa in nome suo. A volte inizia un percorso non facile di conversione (sì, oso questa parola fuori moda), come nel caso di Damon Salvatore di The Vampire Diaries, ma la giustizia non consente che il male compiuto sia lasciato cadere come un qualsiasi fardello lungo la strada. Così, in un contesto culturale nel quale i valori sono solo questione di opinioni, il vampiro va dritto al sodo, innamorandosi, e qui la pop philosophy dovrebbe speculare sull’amore come forza sorgiva della moralità. La natura del male, come brama di potere, come rivendicazione di un amore mai sufficiente a placare la sete, come nel caso di Klaus Michaelson di The Originals, si invischia con le dinamiche familiari, gioca a rimpiattino con la dedizione a qualcuno, che rompe gli schemi consueti della tirannia. La scelta esistenziale è sempre la medesima: volere l’amore o il potere? fare la cosa giusta o godere dell’applauso delle masse? Basta chiedere a Eric Northman o a Bill Compton. È opportuno però non lasciarsi fuorviare troppo dalle zanne, per vedere al di là dell’apparenza.

Il vampiro scavalca gli schemi e diventa la vittima degli uomini per Alexander Grayson, aka Dracula, i veri nemici sono le multinazionali, l’affarismo senza rimpianti che schiaccia qualsiasi valore, qualsiasi umanità. Il desiderio di un Bene vero sta dietro a tutto, la nostalgia del quale è la dannazione di un succhiasangue che, più che eroe romantico, è l’eroe di una elegante decadenza che è la nostra. Al di là dei canini finti e dell’abbondante succo di mirtillo, queste serie ci raccontano di amori, furori, misfatti atroci e disperate mancanze.

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