Torniamo a parlare della situazione remunerativa e lavorativa dei traduttori. Stavolta vogliamo farlo mettendovi a conoscenza dei dati principali che un’inchiesta del CEATL ha portato alla luce, perché crediamo sia importante conoscere la verità sulle condizioni di vita non solo dei traduttori italiani ma anche di quelli europei. Il CEATL (Conseil Européen des Association de Traducteurs Littéraires) è un’associazione internazionale non-profit creata nel 1993 allo scopo di istituire uno spazio in cui i traduttori letterari di tutta Europa potessero scambiarsi opinioni e informazioni, e soprattutto potessero unire le forze nel tentativo di migliorare le condizioni lavorative dei traduttori editoriali.

Nel 2008 il CEATL ha pubblicato un’inchiesta sulle condizioni economiche e lavorative dei traduttori editoriali in Europa. L’inchiesta conferma, purtroppo, quello che molti di noi già sospettavano: in nessuno dei Paesi membri dell’Unione un traduttore editoriale riesce a vivere del suo mestiere, persino in quei Paesi in cui le condizioni lavorative dei traduttori sono migliori rispetto ad altri. Senza ombra di dubbio possiamo affermare che una situazione del genere è, non solo, catastrofica ma vergognosa soprattutto se si considera il fatto che l’Unione Europea si vanta da sempre di essere un’entità basata proprio sulla multiculturalità e il multilinguismo dei Paesi membri. Ma quale tipo di multiculturalità e di multilinguismo sono possibili se chi ha scelto di studiare per diventare un traduttore è spesso costretto ad abbandonare questa attività professionale perché non riesce a viverne?

L’arco temporale dei dati raccolti per questa inchiesta copre l’anno 2005/2006. Sono stati presi in esame 23 Paesi membri e regioni dell’Unione: Austria, Belgio, Catalogna, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Lituania, Norvegia, Paese Basco, Paesi Bassi, Portogallo, Rep. Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Svizzera. È stata fatta una distinzione tra i traduttori letterari attivi, quelli cioè che pubblicano almeno una traduzione letteraria ogni 2-3 anni, e i traduttori letterari professionisti, quelli per cui la traduzione letteraria costituisce la principale fonte di reddito. Sulla prima categoria di traduttori non si hanno dati certi. Tuttavia, si stima che in Italia i traduttori letterari professionisti siano meno della metà dei traduttori letterari attivi. Invece, in Paesi come la Francia, la Germania, la Spagna e il nord Europa questa situazione è completamente ribaltata.

In Italia vengono pubblicati circa 59.000 nuovi titoli all’anno e il 22% di questa cifra è costituito da traduzioni. In Germania la percentuale di traduzioni sul totale annuo di nuovi titoli pubblicati è del 7,20%, in Francia è del 14,30%, in Spagna è del 35% mentre in Paesi come la Danimarca, la Finlandia, i Paesi Bassi, la Repubblica Ceca e la Slovacchia questa percentuale sale a oltre il 60%. A differenza di quanto accade in Francia, Germania, Spagna e nord Europa, in Italia non esiste un contratto-tipo stabilito con gli editori così come non esistono accordi con gli editori riguardanti la remunerazione o l’eventuale percentuale sulle vendite.

In tutti i Paesi membri presi in esame, il contratto di edizione di traduzione viene concluso direttamente con l’editore, a differenza di quanto accade invece in Germania, che è l’unico Paese ad aver istituito un’agenzia specializzata per i traduttori letterari. In ben 13 dei Paesi presi in esame, tra cui Francia, Gran Bretagna e Spagna, esiste l’obbligo per l’editore di pubblicare la traduzione. In Italia questo obbligo non esiste. Inoltre, nel nostro Paese, la durata della cessione dei diritti da parte del traduttore è la più alta d’Europa: i traduttori italiani, infatti, si impegnano a cedere all’editore i diritti sulla traduzione per un periodo di 20 anni. Per chi non capisse cosa significa questo punto, è presto detto: se nell’arco di 20 anni l’editore decidesse di ripubblicare la traduzione, al traduttore non verrebbe corrisposto nemmeno un centesimo.

Notevoli differenze tra uno Stato e l’altro esistono anche in materia di numero di copie della traduzione che il traduttore riceve per contratto. In Italia si va da un minimo di 1 a un massimo di 5, come in Spagna. In Francia i traduttori ricevono in media dalle 5 alle 10 copie; in Germania e Svizzera 10 mentre sono ben 15 in Svezia e Norvegia.

La remunerazione di base dei traduttori editoriali varia notevolmente da Paese a Paese. In Gran Bretagna, Spagna e Norvegia, ad esempio, la remunerazione è calcolata sul numero di battute o sul numero di parole del testo originale. In Italia, di solito, il calcolo avviene sulla base di una cartella convenzionale di 2000 battute. Se si convertono i dati in cartelle da 1800 battute si ottiene quanto segue: la tariffa minima in Italia è di 5,40 euro a cartella (ma vi posso assicurare che ci sono editori che pagano anche meno), la tariffa media è di circa 11,35 euro a cartella mentre quella massima si aggira sui 22,70 euro a cartella. Dall’inchiesta emerge che la tariffa minima italiana è tra le più basse d’Europa. Solo i traduttori editoriali slovacchi, cechi, lituani e croati guadagnano ancor meno dei loro colleghi italiani. A parte gli Stati appena citati, in tutti gli altri Paesi la remunerazione media dei traduttori è più alta. Si va dai 13,50 euro a cartella per i traduttori spagnoli, ai 31,08 euro a cartella per quelli norvegesi. I tedeschi guadagnano circa 21,90 euro a cartella mentre i colleghi inglesi ne guadagnano 28,80. I francesi guadagnano poco meno dei fortunati colleghi norvegesi: 30,96 euro a cartella. Per quanto riguarda le modalità di remunerazione, sappiamo che in Italia così come in Danimarca, Portogallo, Spagna, Grecia, Finlandia, Svizzera e Svezia, il 100% del pagamento avviene dopo la consegna della traduzione. In Paesi quali Austria, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda e Slovenia, una parte (il 50%) viene versato alla stipula del contratto. In altri Stati quali Norvegia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia una parte della remunerazione viene versata alla pubblicazione del libro. In Lituania il 100% della remunerazione avviene a libro pubblicato.

Soltanto in 8 dei 23 Paesi presi in esame, i traduttori ricevono tra lo 0,2 e il 2% sugli introiti per le prime edizioni (si tratta dei prezzi netti delle vendite). In 10 Stati tra cui Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna si hanno raccomandazioni o accordi con gli editori riguardanti le percentuali sulle vendite. In Italia (tranne rarissimi casi negoziati dal singolo traduttore) non sono previste precentuali sulle vendite. In alcuni degli Stati presi in esame per l’inchiesta del CEATL, i traduttori possono contare su borse di lavoro regolari che, in Paesi quali la Norvegia, la Finlandia, la Svezia, i Paesi Bassi e la Slovenia, variano da 1000 a 21000 euro l’anno. In altri Paesi le borse sono occasionali, mentre non sono affatto previste per l’Italia, il Belgio, la Grecia e il Portogallo. In sette Stati invece, tra cui Danimarca, Finlandia, Gran Bretagna e Spagna, i traduttori percepiscono una quota delle sovvenzioni elargite ai loro editori.

Anche la previdenza sociale varia enormemente da Stato a Stato, a seconda dei sistemi nazionali vigenti e lo stesso vale per l’IVA e l’imposta sul reddito. In alcuni Paesi, quali Grecia e Spagna, l’assistenza sanitaria e pensionistica ricade interamente sulle spalle dei traduttori. In Grecia, Portogallo e Danimarca i traduttori sono soggetti al pagamento dell’IVA normale, mentre in soli tre Paesi (Italia, Germania e Paesi Bassi) i traduttori godono di abbattimenti fiscali e in Irlanda sono del tutto esenti da tasse.

Per quanto riguarda la situazione italiana è bene fare una precisazione: i traduttori che traducono soltanto opere letterarie (narrativa e saggistica), e che quindi non si occupano anche di traduzioni tecniche, vedono la loro attività protetta dal diritto d’autore. Per sommi capi – perché si tratta di una discussione molto ampia e complessa – basterà dire che in base a questa legge, i traduttori editoriali puri non sono obbligati ad aprire partita IVA né tantomeno hanno l’obbligo di versare contributi all’INPS. Quindi, se è vero che da un lato il traduttore editoriale italiano gode di un regime fiscale agevolato, dall’altra parte non gode di nessun tipo di tutela per quanto riguarda la malattia, le ferie, la maternità né tantomeno la pensione.

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