Il libro di Francesca Marzia Esposito è la storia di un pezzo di vita fotografato in tutte le versioni possibili del panico.

Luce, la protagonista, vive sola nella casa di proprietà, nel medesimo immobile in cui si trova l’altro suo appartamento, purtroppo non più in fitto e quindi non più fonte di sostentamento per lei che ha perso il lavoro. All’origine di tutto, l’andamento ritmico di una crisi di panico infinita, di quelle che tolgono il respiro al sorgere del primo movimento sensato del corpo attanagliato dalla paura. Il movimento, ossessivamente reiterato, è quello che accende la tv sull’unico canale visibile, uno di quelli che ripetono senza soluzione di continuità la televendita di gioielli. Quella è la sola voce umanamente accettabile per Luce.

forma minima della felicitàFino a quando arriva suo fratello con la figlioletta: con sua moglie è finita e lui ha bisogno di quell’appartamento sfitto al terzo piano per starci con sua figlia, almeno fino a quando non si manifesti un’altra soluzione possibile. I due vanno a vivere al terzo piano, ma la cosa terribile è che la bimba rimarrà con Luce ogni volta che il padre deve andare al lavoro e sua moglie pure. Bene, la bimba, Bambina nel libro, ha scelto di non parlare più da quando ha vissuto il trauma dei litigi e della separazione dei suoi. Luce e Bambina saranno insieme, ma con evidenti e ovvi problemi di comunicazione: due crisi, due forme diverse di panico che si incontreranno forzosamente sulle note della televendita di gioielli.

Senza proseguire il racconto di una trama che va vissuta leggendo, diciamo ancora che altri personaggi significativi entrano in scena ad accompagnare il timido tentativo di risalita di Luce dalle profondità delle sue paure, non ultimi i protagonisti della televendita. Ma la figura chiave è Bambina, la quale ovviamente solidarizza con Luce perché con lei non ha bisogno mai di dimostrare nulla e soprattutto non ha bisogno di parlare, ma anche perché nel loro incontro si materializza la via della salvezza.

La singolarità del romanzo è nello stile, nella scrittura che è particolare e ha un ritmo narrativo tale da accompagnare esattamente l’immanenza e lo svolgersi degli stati e degli eventi. Dico che la scrittura è quasi onomatopeica. Quel ritmo sincopato con cui l’autrice ci fa sentire per esempio i dialoghi così come vengono rappresentati nella mente di Luce, ovvero nella mente di una persona sociopatica, attraverso una sintassi inesistente in qualsiasi manuale perché segue unicamente le leggi di una comunicazione manchevole, il voler distinguere il detto dal non detto soltanto per mezzo di una negazione dinanzi al verbo di dire (non disse, anziché pensò), rendendo così vero il solipsismo patologico della protagonista, ecco, tutto ciò ci fa sentire il malessere sulla pelle. Eppure si gode durante la lettura di un’ironia liberatoria per il lettore, tale cioè da eliminare qualsiasi senso di pesantezza che pure il racconto ingenera.

Davvero leggero e graduale, e perciò tanto più incisivo, il modo in cui l’autrice chiama in causa tutte le ragioni e le persone che sono all’origine del problema di Luce, quasi alla maniera di una auto psicoterapia attraverso la quale le parole, quelle parole mai dette, ma affollate e affastellate in un luogo diverso dalla realtà, dirompono a un tratto per diventare presenza ineludibile.

Probabilmente da una patologia che fa delle crisi di panico un ostacolo che blocca perfino il respiro non si esce mai del tutto, ma si può riprovare a vivere, questo sì!

Autrice: Francesca Marzia Esposito
Titolo: La forma minima della felicità
Editore: Baldini e Castoldi
Pagine: 259
Brossura
Anno pubblicazione: 2015

the author

Docente di Lingue Straniere nella scuola superiore, si dedica da diversi anni a collaborazioni editoriali e giornalistiche; svolge saltuariamente l’attività di traduttrice. Vorrebbe che fosse il contrario, che cioè le costanti e le variabili dei suoi impegni fossero invertite, senza nulla togliere a quanto le consente di vivere continuando ad amare e comprare libri. Intende rimanere nella redazione finché i suoi alunni lo consentono.

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