Lo scorso 9 settembre è morto Alberto Bevilacqua, uno dei più celebri scrittori italiani del secondo Novecento. I mass media hanno ricamato ampiamente sulle circostanze del decesso nella clinica dove ormai stava da tempo, e la maggioranza della gente si è accorta di questa perdita solo per le accuse mosse dagli eredi del suo ingente patrimonio verso la direzione della casa di cura.

La Mondadori, invece, ha voluto ricordarlo per quanto ha scritto, ritirando subito le copie vecchie delle sue opere dalle librerie, ristampandole e rimettendole in vendita a prezzo maggiorato; transeat. Almeno la qualità di carta e stampa è buona, il prezzo ragionevole, se non proprio basso (fra i 10 e i 12 euro). Vorrei dire qualche parola su questo singolare personaggio, che ai tempi della mia fanciullezza, correva forse il 1980 o poco più, era ritenuto il miglior narratore italiano. Un autore che ha raggiunto il grande successo di pubblico con libri complessi, come I sensi incantati (Premio bancarella 1992) o L’occhio del gatto (Premio Strega 1968) che sono una poderosa scuola di scrittura, nonostante non sia affatto semplice seguire il filo della storia: la prosa è superba e lussureggiante come una foresta di orchidee tropicali, e proprio la complessità dell’espressione affatica il ritmo.

Poi c’è un altro Bevilacqua. Uno diverso, diretto, brachilogico. Che arriva subito al punto con una schiettezza impressionante, e colpisce duro al cuore del lettore senza nessuna pietà, senza concessioni al gusto per la parola rara e forbita. Si può usare il pennello con la virtuosità stucchevole di un pittore Rococò e l’incisività graffiante di Van Gogh, se il pittore è uno solo? Pare proprio di sì. Schizofrenia autoriale? Può essere; il genio autentico, del resto, è matto e scombinato per definizione.

cop.aspxIl libro di cui vorrei parlare è La Califfa, uno dei primi romanzi di Bevilacqua (1964). Il titolo è il soprannome di Irene Corsini, una donna con la duplice disgrazia di nascere molto bella e popolana: due circostanze che nell’Italia dei primi anni Sessanta, segnata dal boom industriale che traccia un confine invalicabile fra poveri e ricchi, sono condanne capaci di coalizzarsi fra loro. Sposata a un uomo che ama benché sia un individuo scialbo, logorato nell’anima da una vita che disprezza, Irene vede morire il suo unico figlio perché semplicemente suo marito non riesce a mantenere un lavoro stabile, e non hanno i soldi per pagare le cure. Si adatta a tutto, compresa la maledizione di un’esistenza grigia fra lavori saltuari e l’indifferenza del compagno, compresa la relazione con un uomo avvenente ma superficiale, cominciata quasi per caso, solo perché lei ha bisogno di una spalla su cui piangere. Poi, la disgrazia. Una sommossa operaia, e il marito della Califfa viene ucciso dalla polizia, non prima però di aver reso pubblico quell’adulterio che fa di lei una reietta dinanzi alla società. Una puttana.

Rimasta sola, segnata pubblicamente con le stimmate della colpa, Irene diventa l’amante di Annibale Doberdò, l’uomo più odiato e maledetto della città, il magnate dell’industria che schiavizza la classe operaia. Non è sesso e meno che mai amore, ma una sorta di brutale vendetta, quella relazione stretta soprattutto per disprezzo, oltre che per sfuggire alla miseria più nera. Ma l’amore, come sempre, non si lascia imbrigliare dalla piccolezza dei calcoli umani. Come una potenza divina, e per ciò stesso superiore e imprendibile, detterà le sue leggi, imporrà le sue condizioni. E i personaggi si ritroveranno molto lontani dalla mèta meschina e futile che si erano prefissi al momento d’intraprendere il loro viaggio.

Non vi aspettate la storia di una Cenerentola vintage edulcorata e patinata: è un libro duro e spietato per il realismo dei suoi ambienti, dei rapporti umani, che non fa sconti a nessuno e non è politicamente corretto. Vi darà qualche pugno nello stomaco, in certi momenti; ma vi lascerà dentro emozioni fortissime, vive, indimenticabili. Consigliato a chi è stufo della mondezza corriva propagandata a tutta vetrina nelle librerie commerciali, spinta con la propulsione dello Shuttle fin dentro i maggiori premi letterari degli ultimi anni. E a chi cerca nei libri un ritratto umano autentico, descritto con inimitabile maestria.

the author

Barbara Frale è nata a Viterbo il 24 febbraio 1970, Pesci della prima decade, benché non si conosca l’ascendente (fra Bilancia e Scorpione, la retta cade esattamente sul confine). Laureata in Conservazione dei Beni Culturali a Viterbo, Dottorato all’università “Ca’ Foscari di Venezia”, un triennio di specializzazione sui documenti antichi presso la Scuola dell’Archivio Segreto Vaticano dove è rimasta in qualità di Ufficiale (si dice proprio così!), e una certa passione per i simboli. Amava la storia e ne ha fatto un mestiere; amava la narrativa, e ne ha ricavato il suo hobby principale; adesso si ritrova sospesa fra questi due amori, scrivendo in treno durante i viaggi da pendolare, e subendo i giusti rimbrotti del marito seccato di vedere gli scaffali di casa ingombri di libri parcheggiati in terza fila. Altre passioni? Coltivare rose di razze antiche, e cercare rifugio dallo stress quotidiano nell’incredibile libreria Il Gorilla e l’Alligatore.

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