Lo scorso fine settimana le sale cinematografiche italiane hanno accolto Jobs, la biopic sulla vita di Steve Jobs, diretta da Joshua Michael Stern e interpretata da Ashton Kutcher. La pellicola è incentrata sul rapporto tra l’imprenditore americano e la sua Apple: dagli esordi nel garage di famiglia (1971), fino alla prima presentazione dell’iPod (2000).

jobs__il_film_8586Il binomio Hollywood/film biografici affonda le radici nella storia del cinema, annoverando tra i suoi frutti tanti successi quanti fallimenti. Trasformare la vita di una persona in un buon film è tutto fuorché facile, e le difficoltà aumentano quando si vuole sfruttare l’ondata emotiva creata dalla morte del personaggio. La fretta imposta dalle esigenze del mercato non è mai alleata della qualità. A dimostrazione di questo fatto abbiamo proprio Jobs, un film superficiale e beatificante, che analizza in maniera pressapochista e incensante la carriera di Steve Jobs.

La sceneggiatura, scritta dall’esordiente Matt Whiteley, concentra l’attenzione sull’ascesa imprenditoriale del fondatore della Apple, dedicando ampio spazio all’idea rivoluzionaria di trasformare la tecnologia in status sociale, e accennando soltanto (o addirittura tralasciando del tutto) gli aspetti meno scintillanti della vita di Steve Jobs. La complessità del personaggio, tanto geniale quanto incapace di instaurare rapporti sociali, viene trascurata in favore di un processo di santificazione dove Bill Gates, John Sculley e tutto il resto del C.d.A. della Apple vengono dipinti come “nemici del progresso”. Le responsabilità di tutti i fallimenti di Steve Jobs vengono attribuite ad altri, in una visione miope e di parte che non tenta nemmeno di considerare i pro e i contro di una rivoluzione che ha trasformato il consumismo tecnologico in una necessità sociale.

Dal punto di vista più tecnico, basta guardare la prima scena (la barba bianca appiccicata al volto di Kutcher è imbarazzante) per comprendere la scarsa qualità dell’intera pellicola. La buona fotografia di Russell Carpenter (premio Oscar per Titanic) non riesce a tenere a galla un prodotto che per regia, interpretazione e ritmo narrativo sembrerebbe molto più adatto alla televisione piuttosto che al grande schermo.

Vista l’attenzione maniacale con cui Steve Jobs ha sempre confezionato i suoi prodotti, è piuttosto ironico (nonché paradossale) constatare con quanta goffaggine è stato realizzato il film dedicato alla sua vita.

Invece di spendere tempo e soldi per vedere questo film, è sicuramente meglio recuperare I pirati di Silicon Valley (1999), film per la tv che offre un quadro molto più oggettivo della carriera di Steve Jobs e degli esordi della Apple.

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