La Teresa di Fabrizio De Andrè ha gli occhi secchi e guarda verso il mare. Abita a Rimini, è figlia di pirati, nel suo caso è normale*. I genitori della Teresa di Elena Marinelli non sono pirati, e dalla casa dove vive con la nonna non vede il mare ma un lago. Eppure anche i suoi occhi sono secchi, perché sua madre e suo padre sono morti, e lei non li piange.

IlterzoincomodoNon le mancano nemmeno un po’, e questo la fa sentire in colpa. Se ne accorge un giorno, al cimitero, davanti alle foto in bianco e nero di due persone che stenta a riconoscere: “Davanti ai nomi e cognomi, alle date, cercavo i particolari, il tocco del solletico e l’odore di ciambella. Non li trovavo mai. Erano soffocati per sempre nel mio buco. Successe quel che non avevo preventivato: da quella volta non mi mancarono più.”

La sensazione di essere “vuota e bucata” la accompagna come un parassita. Mentre cresce, e il suo corpo sboccia perfetto, “ma totalmente indipendente da me”, si rende conto che “il bello, per tutti gli altri, aveva a che fare con l’eccitamento, il brivido di un bacio, e io invece non volevo niente: sarebbe finito nel mio buco, se solo mi avesse toccato.” Vorrebbe potersi nascondere per sempre dietro “l’immagine grigia di una bambina e sua nonna, quella che chiunque captava e nessuno metteva in dubbio”; non ha bisogno di conforto né di pietà, e quando qualcuno si preoccupa per il suo dolore, pensa sempre che debba “esserci altrove una me generosa che stava soffrendo al posto mio”.

Le piace che la psicologa della scuola sia “un essere umano cui non importavo”, le piace essere incapace di dire le cose, come fosse una salvezza. Non cerca amici, ma un’amica ce l’ha comunque, anche se la disprezza. Vorrebbe respingerla, dirle no, ma non ci riesce perché Marianna, che mangia mortadella di nascosto durante la merenda e poi le chiede di controllare che non ne siano rimasti pezzetti attaccati all’apparecchio, altrimenti sua madre se ne accorge, la sorprende: “Eravamo noi due: io inclusa nel suo mondo, una cosa che definiva irrimediabilmente una prospettiva”.

Marianna entra a forza di bisogni e idee grandiose nel guscio di autosufficienza di Teresa e pian piano lo incrina, facendoci entrare spifferi di realtà. Insieme a lei c’è suo fratello Osvaldo, più grande, naturalmente misterioso, naturalmente malinconico, naturalmente già innamorato di qualcuna che non è Teresa ma Anna, lei sì bella, a suo agio nel mondo, lei sì “giusta”. Teresa lo segue da lontano, poi da più vicino, lo avvicina e negli anni finisce col dividere con lui una storia fatta di tempi dilatati, pochissime certezze, la frustrazione per non essergli indispensabile e l’impossibilità di lasciarlo andare.

Com’era nell’infanzia, anche nell’adolescenza e poi nell’età adulta l’universo di Teresa si mantiene ristretto, popolato di poche figure – i compagni di scuola, l’amica cartomante della nonna, la madre di Marianna e Osvaldo – e dell’ombra costante della morte, che non sembra azzardato identificare con Il terzo incomodo del titolo. Da bambina sogna di scrivere “un catalogo dei funerali del mondo”, e crescendo manterrà un rapporto speciale col dolore della perdita.

Elena Marinelli non disegna un destino facile per la sua protagonista ma, come Dio nella Bibbia, sembra non infliggerle alcuna pena che non possa in qualche modo affrontare. E quando, finalmente, Teresa #mainagioia riuscirà a sentire la mancanza dei genitori, lo leggerà come il regalo più bello che Osvaldo le abbia fatto.

Si avvertono molte eco in questo romanzo d’esordio, da L’amica geniale di Elena Ferrante a La mia Africa, con la figura sfuggevole di Osvaldo che ricorda alla lontana quella di Denys Finch Hatton; ci si legge anche l’amore – dichiarato – dell’autrice per i romanzi di formazione, nei quali il percorso ha “la forma di una curva chiusa, in cui inizio e fine si somigliano, ma a cui si aggiunge sempre un piccolo segmento”.

Un po’ come Shahrazād nelle Mille e una notte, Marinelli apre parentesi dentro parentesi, racconti nei racconti, sfogliando i diversi piani temporali della vita di Teresa come veli di un’odalisca; il meccanismo a volte si inceppa e a risentirne è la continuità della narrazione, ma si regge comunque su una lingua ben rifinita, con figure curate e arcaismi impiegati con giudizio. E se da un lato la mancanza di connotazione precisa dei luoghi e dei tempi trasmette un senso di distacco, dall’altro aiuta a concentrarsi sui personaggi e i loro processi interiori, che Marinelli, più che descrivere, mostra in azione.

Come nel finale, permeato di una quasi impercettibile positività, nel quale Teresa trova ancora una volta in sé le risorse per affrontare la realtà e si prepara a ricominciare, “sperando di riuscire a cambiare pelle senza morire”.

* Rimini, Fabrizio De André, 1978.

Autore: Elena Marinelli
Titolo: Il terzo incomodo
Casa editrice: Baldini & Castoldi
Pagine: 262
Prezzo: € 16, 00 copertina flessibile; € 7,99 e-book
Data pubblicazione: 15 ottobre 2015

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