Il sogno (americano) del romanziere auto-pubblicato

Non è una novità che il mondo dell’editoria è stato rivoluzionato dall’avvento del digitale e dalle possibilità che questo nuovo formato offre a tutti gli aspiranti scrittori. Il sistema scrittore/editore/lettore sta cambiando rapidamente e fatica a trovare un nuovo punto di stabilità che permetta agli osservatori di intuire quale sarà il futuro dell’editoria.

L’International Self Publishing Festival organizzato lo scorso mese a Senigallia dalla Simplicissimus Book Farm ci offre lo spunto per parlare di questi cambiamenti e per riflettere sul fenomeno dell’auto-pubblicazione. Partiamo da oltre oceano, dove un altro scrittore esordiente è riuscito a scalare le vette di Amazon, strappando poi un contratto milionario alla Simon & Schuster. Il fortunato è Hugh Howey, autore statunitense della North Carolina che nel 2011 ha caricato nel Kindle Store di Amazon un racconto intitolato Wool. Il riscontro dei lettori è stato talmente positivo da spingere Howey ad ampliare il suo lavoro, e quella che era una storia di una cinquantina di pagine è diventata il primo capitolo di una serie di romanzi ambientati in un futuro distopico. L’enorme gradimento del pubblico ha attirato l’interesse delle case editrici tradizionali, che si sono affrontate a suon di offerte al rialzo per accaparrarsi i diritti dell’edizione cartacea. Per farvi capire la reale entità di questo successo basta dire che Ridley Scott ha voluto acquistare i diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo.

Quello di Howey è l’ultimo esempio della cosiddetta “partenza dal basso”, di quell’idea (molto american dream) secondo cui ognuno di noi può chiudersi nel suo studio, piazzarsi di fronte a un computer e scrivere un romanzo capace di guadagnare milioni di dollari. Basta formattare il testo come si deve, caricarlo sullo store di Amazon e poi aspettare la citofonata di Ridley Scott, Steven Spielberg, o Quentin Tarantino. Sia lode a te, nostra signora dell’auto-pubblicazione! La verità però è più crudele, perché per ogni autore che riesce a sfondare grazie all’auto-pubblicazione ce ne sono decine di migliaia i cui scritti rimangono a prendere polvere virtuale nello sconfinato database degli store online. Nonostante questo fatto sia facilmente verificabile con una semplice ricerca online, il richiamo ammaliatore del successo immediato continua a circuire i giovani autori, convincendoli che l’importante non è leggere o esercitarsi, quanto piuttosto trovare la scorciatoia per la vetta della classifica.

-ispf2013Il 19 e 20 ottobre scorsi, la Simplicissimus Book Farm ha organizzato l’International Self Publishing Festival, una manifestazione dedicata a questa nuova frontiera dell’editoria. C’era un palco dove persone più o meno famose parlavano della loro esperienza con l’auto-pubblicazione, e soprattutto c’erano degli stand, affittabili gratuitamente, dove piccole realtà del settore offrivano i loro servizi agli aspiranti autori. Facendo un giro tra gli stand e parlando con alcuni espositori, non era difficile notare che l’attenzione generale era rivolta al contenitore e non al contenuto. Formattazione del testo, creazione del file .mobi (o .ePub che sia), piccole strategie di marketing per farsi notare. Nessun discorso sulla valutazione dei testi, sull’editing o su qualsiasi altro aspetto del lavoro necessario per migliorare lo stile. La qualità tecniche del prodotto sono importanti, ed è doveroso curarle al meglio per offrire un’esperienza di lettura adeguata, ma il contenuto rimane l’unico ingrediente essenziale nella ricetta del successo.

L’International Self Publishing Festival è stata una manifestazione originale, ben pensata e ben realizzata dai ragazzi della Simplicissimus Book Farm, ma ha offerto al visitatore uno spaccato dell’attuale significato dato all’auto-pubblicazione: esibizionismo mascherato da opportunità. Così come non sono un regista se pubblico un video su YouTube, allo stesso modo non sono uno scrittore solo perché ho messo in vendita un libro su Amazon. Dicendo questo, tuttavia, non voglio difendere le case editrici tradizionali. Tutt’altro. La deriva dell’auto-pubblicazione, infatti, è causata tanto dalla “fame di fama” che acceca gli scrittori potenziali, quanto dal crollo della fiducia che i lettori/scrittori ripongono nelle case editrici.

Per arrivare a pubblicare con una casa editrice, uno scrittore dovrebbe superare vari stadi di valutazione che trasformerebbero il logo di quella CE in un marchio di certificazione per il lettore. Una volta era così, e per alcune case editrici lo è ancora (per fortuna), ma la maggior parte degli editori, ormai, non pubblica in base alla reale validità del testo, ma piuttosto secondo l’ottica di una guadagno facile, immediato e sicuro (che non sempre si realizza). Una casa editrice è una società d’affari, e in quanto tale deve ovviamente tener conto dei guadagni, ma cercare il profitto inseguendo le mode del momento, pubblicando testi dopo correzioni sbrigative, o preferendo al talento il numero di followers dell’autore tal dei tali, ha causato la sfiducia del lettore verso le case editrici stesse. L’editore ha il diritto (e per certi versi anche il dovere) di pubblicare romanzi commerciali che puntino a scalare le classifiche, ma dovrebbe evitare di puntare su opere di scarsissima qualità, avallando l’idea che la narrativa, soprattutto di genere, sia solo ciarpame. Fenomeni editoriali come Twilight e Cinquanta sfumature possono essere discutibili per il purista della letteratura, ma rappresentano la linfa vitale per l’intera filiera editoriale, generando gli incassi che dovrebbero permettere alle case editrici di investire su romanzi più di nicchia e su autori di talento. Nel momento in cui, però, l’editore impiega tutte le sue risorse nella disperata ricerca di una catena di bestseller, tutto il sistema scrittore/editore/lettore implode. Se perfino gli editori più rinomati pubblicano romanzi scialbi, mal costruiti e pieni zeppi di refusi, perché io, che voglio auto-pubblicarmi, devo lavorare, lavorare e ancora lavorare per rendere il mio libro perfetto? Il contenuto non ha più importanza, così come il rispetto per il lettore.

la-carezza-del-destino-amore-nord-280x415Altro esempio esemplificativo è il caso di Elisa S. Amore, che dopo essere stata ignorata dalle grandi case editrici italiane, ha pubblicato il suo Touched su Amazon e ha speso qualche migliaia di euro (20 mila secondo Wired) per promuovere il romanzo con un book trailer cinematografico proiettato prima di Twilight – Breaking Dawn in una sessantina di sale in tutta Italia. La strategia di marketing ha funzionato, il libro ha venduto bene su Amazon e le (presunte) vendite hanno attirato la Nord, che ha deciso di pubblicare l’edizione cartacea. Tutto nel giro di undici mesi (Novembre 2012 pubblicazione di Touched. Aprile 2013: la Amore annuncia che la Nord ha acquisito i diritti di pubblicazione. Ottobre 2013 esce il libro nella nuova edizione). Da qui le interviste su Wired e su altri giornali, siti e blog. Tutti a parlare dell’intraprendenza della ragazza (l’idea del cinema è stata vincente, non si può negarlo), e nessuno che accenna alla storia narrata nel romanzo (potete leggere la sinossi QUI) che sembra essere fotocopiata direttamente dalle pagine di Twilight. Non ho letto il libro, e quindi non giudicherò le capacità stilistiche di Elisa S. Amore (ma basterebbero le prime pagine per fugare ogni dubbio), ma la concentrazione dei media verso le abilità pubblicitarie della stessa è un aspetto molto sintomatico della situazione attuale.

Oltre a questo, il caso di Touched solleva molti interrogativi sul concetto stesso di auto-pubblicazione e sulla validità delle fantomatiche classifiche di Amazon. La Amore ha dichiarato che la spesa fatta per il trailer cinematografico è stata coperta in una sola settimana di vendite digitali a 2,99€ a copia. Considerando un guadagno del 70% sul prezzo di vendita, siamo nell’ordine di 10 mila copie in una settimana. Con una simile mole di vendite, perché firmare un contratto con la Nord? Sembrerebbe un nonsense (la nuova edizione del libro è attualmente 525esima nella classifica di vendite del Kindle Store, 12esima in quella degli ebook horror/fantasy/sci-fi, e 15esima in quella dei libri horror). Quale è dunque il vero ruolo dell’auto-pubblicazione? Un mezzo su cui investire e credere, o solo un ripiego in attesa di farsi notare da una CE tradizionale? Perché diventare scrittore è il raggiungimento di uno status che può essere coronato solo da una pubblicazione tradizionale, forse? 

E parliamo poi delle classifiche di Amazon e degli altri siti simili. Sembrano essere la cartina tornasole della qualità di un libro, ma sono realmente affidabili? Recente è il caso de Il Nulla, un e-book di 350 pagine bianche, distribuito gratuitamente su Amazon e arrivato addirittura al quarto posto in classifica tra i best seller Kindle. Visto un tale risultato, le case editrici tradizionali faranno a gara per pubblicarne l’edizione cartacea?

L’auto-pubblicazione è un mezzo molto utile a disposizione di chiunque voglia distribuire il proprio romanzo, ma non è il Santo Graal che salverà l’editoria. Quando ci sveglieremo con i postumi dell’ebrezza generata da tanta libertà editoriale, rischiamo di trovare un mondo saturo di brutti libri in cui il lettore non può più distinguere quali romanzi valga la pena comprare. È necessario un cambio di rotta. Il logo di una casa editrice (digitale o tradizionale che sia) deve essere un simbolo di qualità, lo scrittore deve pensare soltanto a scrivere bene, e il lettore deve essere rispettato.

8 Readers Commented

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  1. Sandra on 12 Novembre 2013

    Grazie per questa lucida analisi del mercato partendo dal self e arrivando a toccare un po’ tutti gli aspetti. Concordo su tutto, arrivare a un editore tradizionale è diverso da autopubblicarsi. Un bacio

  2. Pingback: Riflessioni serali | ilibridisandra 13 Nov, 2013

    […] ttp://www.diariodipensieripersi.it/il-sogno-americano-del-romanziere-autopubblicato/ […]

  3. Valentina Bertani on 14 Novembre 2013

    Mi è piaciuta molto quest’analisi.
    Personalmente, sono ottimista. Mi piace credere che questo sia un periodo di transizione e di sperimentazione, ma che si arriverà a un equilibrio in cui self e ce tradizionali possano coesistere, senza rinunciare alla qualità della scrittura e della lettura. Penso a piattaforme come Wattpad, su cui un autore (anche pubblicato da una ce) può aprire un canale di comunicazione self con i propri lettori e in cui le due soluzioni non si escludono a vicenda ma si rafforzano in una sorta di rapporto simbiotico.

    • Roberto Gerilli Author on 14 Novembre 2013

      Felice che l’articolo ti sia piaciuto.
      Di solito si guarda il mercato americano per intravedere il futuro, e quello che si è visto fino a ora oltreoceano non è del tutto rassicurante. Spero anche io in un equilibrio proficuo tra nuova editoria ed editoria tradizionale

      • Valentina Bertani on 15 Novembre 2013

        Di storie ce ne sarà sempre bisogno. Ci raccontiamo storie fin dall’alba dei tempi. Quindi ci sarà sempre bisogno di forme, modi, strumenti e strutture per raccontare e trasmettere storie (e memorie). Almeno di questo possiamo essere sicuri. 🙂
        Alcune delle mie visioni future preferite sono la biblioteca di Star Wars Episodio II e il cyberspazio così come viene mostrato in Johnny Mnemonic, oppure il ponte ologrammi di Star Trek. I libri delle Fondazioni di Asimov sono sempre introdotti da una voce presa dall’Enciclopedia Galattica e sempre nei libri delle Fondazioni l’autore parla di libri ‘visuali’. Nelle visioni della fantascienza libri e storie non mancano mai. Questo è rassicurante perché di solito gli scrittori di fantascienza ci prendono. 😉

        • Roberto Gerilli Author on 15 Novembre 2013

          speriamo di non finire in uno di quei futuri distopici che vanno tanto di moda in questo periodo XD

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