“Stavo fingendo di leggere il giornale. Pensavo che, se fossi rimasta zitta, mia madre avrebbe smesso di fulminarmi con lo sguardo.” Con questo incipit Jessica Soffer presenta Lorca, il personaggio principale de Il sapore inatteso delle cose perdute. Subito il lettore si trova catapultato nei pensieri di una quattordicenne alla disperata ricerca dell’affetto materno. Disperata perché, anche se l’autrice evita di utilizzare il termine preciso fino alla fine del romanzo, Lorca è autolesionista. Lei stessa lo ammetterà poche pagine dopo: “Desideravo il dolore. Lo volevo. Era l’unica cosa che mi fosse fedele.”

Il-sapore-inatteso-delle-cose-perdute-Jessica-SofferAll’impulso incontrollato di tagliarsi, bruciarsi e torturarsi, la ragazza aggiunge la passione per l’arte culinaria. Arte nella quale sia lei sia la madre eccellono. Solo che Lorca cucina per renderla orgogliosa, per carpire uno sguardo di approvazione e di amore da parte della genitrice mentre quest’ultima cucina per se stessa. L’infelice figlia sente la madre affermare di non essere mai riuscita a riprodurre il masgouf, un piatto iracheno, il migliore che abbia mai mangiato e, ingenuamente, si convince di poter renderla felice cucinandolo solo per lei. Ingenuamente perché Lorca non ha ancora inteso che la felicità non è un qualcosa che proviene dagli altri, ma è una scelta personale, individuale. Lo percepiva ma non riusciva a comprenderlo: “Mia madre era un enigma. Incostante e imprevedibile, mi amava a sprazzi.”

Più avanti la zia Lou, pseudo illuminata, cercherà di aprirle gli occhi: “Se tua madre sarà felice, non dipenderà da te. Te l’assicuro.”

Lorca cercherà di trovare la ricetta del masgouf e, con l’aiuto del giovane librario Blot, entrerà in contatto con Victoria, una cuoca originaria di Bagdad, abbattuta per la perdita dell’adorato marito Joseph. Victoria nasconde dentro di sé i rimorsi e i rimpianti di una figlia abbandonata subito dopo averla partorita. Una figlia che il consorte avrebbe tanto desiderato e che lei stessa ha voluto negargli.

Al di là dello smodato uso di similitudini che scorrono lungo il testo, la minuziosa descrizione degli stati d’animo di Victoria penalizza l’intensità del dolore che la rode dentro, diluendola. A un certo punto pare più un’interminabile sequenza di lagne che un’obiettiva considerazione di ciò che è stato.

Tuttavia è bello osservare il legame che, pian piano, si istaura tra Lorca e Victoria. Paiono due anime alla deriva che trovano consolazione e poi felicità nei piatti che cucinano e condividono insieme. Anche l’evoluzione del rapporto tra Lorca e Blot è particolarmente tenero e delicato. Lei, privata dell’affetto e dell’attenzione della madre la quale, oltretutto, l’ha allontanata dal padre, è ormai convinta di essere invisibile agli altri. Lui, invece, riesce a sorprenderla. Il momento più emozionante è quando le fa trovare un verso di Garcia Lorca: “Riesci a vedere la ferita che mi sgorga dalla gola al cuore?”.

Blot, all’interno del romanzo, appare e scompare ma la sua delicata discrezione e sensibilità permane anche dove non si parla di lui. Sono personaggi evanescenti, eppure percepibili come il profumo dei cibi che persiste nell’aria anche dopo averli consumati, ma ciò non vuol dire che non possano dare un contributo concreto alla narrazione. Dottie, la vicina di casa di Victoria, nasconde un segreto che sovvertirà tutte le congetture costruite dai personaggi e indotte al lettore stesso.

Victoria e Lorca troveranno lo stesso il sapore inatteso delle cose perdute perché hanno cercato, sperato e, nonostante tutto, affrontato se stesse, crescendo. L’unica a non ottenere questo passaggio di livello sarà la madre di Lorca, fulcro di tutte le vicende sviluppate. Non perderà la sua presunzione e non colmerà il vuoto interiore che la caratterizza.

Il romanzo, con i suoi pregi e i suoi difetti, mette l’accento sulla transitorietà della vita e sulle scelte sbagliate, dettate da motivazioni opinabili. Con tutte le conquiste culturali e tecnologiche, il genere umano ancora perde di vista le sue priorità fondamentali e le ricerca in un qualche surrogato. La madre di Lorca non riesce a lasciarsi andare all’amore perché è una donna arida e compensa questa mancanza disprezzando la sensibilità della figlia e lasciandosi assorbire dal lavoro pensando che ciò la faccia sentire importante quanto vorrebbe. Lorca manca di quel giusto e sano egoismo che la affranchi dalla ricerca di gratificazioni e antepone i bisogni materni ai suoi. Tuttavia i passi da compiere per la giovane protagonista sono ancora molti poiché l’abilità culinaria che la contraddistingue è erroneamente associato all’essere nella sua interezza quando invece non è altro che un mezzo potente per liberarlo dall’interno verso l’esterno. La stessa cosa vale anche per Victoria che, purtroppo e come spesso accade, si è resa conto dei suoi errori e della sua non vita quando ormai era troppo tardi. Il rapporto instaurato con Lorca appare nulla di più che un contentino per sentirsi in pace con la coscienza.

Il sapore inatteso delle cose perdute di Jessica Soffer narra una storia di fallimenti e rimorsi. È un monito a non sottovalutare la propria vita, a non procrastinare e a non cercare giustificazioni pensando di aver sempre tempo per la felicità perché per quanto inatteso il sapore di quanto si è perso ha un retrogusto amaro.

Titolo: Il sapore inatteso delle cose perdute
Autore: Jessica Soffer
Editore: Piemme
Pagine: 364
Prezzo: 17,90 euro

the author

Laureata in Lettere e Filosofia con magistrale in Scienze del Testo e del Libro presso la Facoltà di Udine. Ex libraria, articolista, scrittrice di brevi racconti per hobby, Rita recensisce seguendo le sue inclinazioni. Curiosa e portata al dialogo intravede nella lettura l'opportunità di una continua crescita intellettuale mentre la scrittura è, a suo parere, un dono attraverso il quale esprimere e condividere idee, emozioni e intuizioni.

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