Glauco è un ristoratore che ha ereditato dal padre l’arte dello chef, oltre che il ristorante che gestisce. Dopo una deviazione idealistico-culturale che lo ha visto fervente studente di filosofia all’Università, il protagonista del libro di Antonio Scurati, candidato al Premio Strega 2014, capitola dinanzi all’idea che c’è della filosofia anche nell’arte culinaria.

Ma il suo approccio filosofico alla vita ne ha ormai condizionato i passi, per cui si ritrova ad analizzare ogni sua esperienza, ogni relazione, alla luce di considerazioni che non tralasciano nessuna curva, ascendente o discendente, ma soprattutto discendente, dei suoi primi 40 anni.

”Forse non mi piacciono gli uomini” è ciò che gli dice una mattina sua moglie ed è questo incipit che destabilizza, prima di comprendere dopo poche pagine che abbiamo a che fare con una crisi di coppia ma anche con due crisi individuali, di identità relazionale. La narrazione inizia in questo punto, quando Glauco, quarantenne con una figlia di 3 anni, comincia a fare i conti con la sua crisi personale e di coppia. E voglio aggiungere che, come sempre, la consapevolezza e l’analisi partono dalla donna, dall’unica donna del romanzo, che tuttavia sembra non esserci affatto. Ma spiegherò meglio tra poco.

Il lettore inizia a conoscere il protagonista, a sapere delle sue esperienze e della sua vita fino a quel momento, dimenticando la donna da cui è originato il tutto, che rimane lì come un superfluo elemento d’arredo psicologico. Si snoda così, da questo momento di tragica agnizione, una sorta di percorso introspettivo cui il protagonista si costringe per risalire alla causa, al momento in cui la frattura in sé e con sua moglie si è consumata. Comincia una sorta di revisione, un riprendere il filo che sembra interrotto dalla crisi coniugale annunciata.

Il protagonista torna ai momenti in cui lui e sua moglie si sono incontrati, quando ancora viveva in quel forte individualismo asociale tipico della sua generazione, quando ancora non aveva percepito o  immaginato il senso una progettualità dall’incontro con una donna. Nel momento in cui conosce la sua futura moglie è come se Glauco “decidesse” di cambiare, di prendere in considerazione l’idea di costruire qualcosa, quasi un innamoramento deciso e “comandato”. A me, lettrice, la storia è sembrata segnata, negativamente, da quest’atteggiamento così poco connotato emotivamente, così falsamente ragionato.

Glauco ha preso la sua decisione e andrà fino in fondo, nonostante lei sia impegnata in un’altra relazione e sembri non curarsi di lui. Non si comprende bene il momento magico in cui ciò accade, ma succede… lei finalmente lo “ vede” e lo ama. La determinazione di Glauco ha la meglio: matrimonio, vita coniugale, il parto, “sua” figlia!

Una gravidanza e un parto raccontati nei dettagli dal punto di vista del padre è cosa insolita nella letteratura di tutti i tempi e, ovviamente, può creare disagio agli occhi di una lettrice. È anche disarmante lo smarrimento e la tenerezza di questo padre, che sembra “portare dentro”, al pari di sua moglie, quella che sarà la loro bambina, lui che riferisce i momenti più significativi della gravidanza e del parto, cogliendo la retorica nascosta in tutta l’industria dei beni di consumo, professionisti compresi, che si muove come una gigantesca macchina mostruosa al servizio di genitori e figli in fieri. L’ironia e il sarcasmo dell’autore sono graffianti ma anche “posati” e fermi. Ecco, questa operazione di distruzione sarcastica della retorica legata a due momenti significativi della vita di una donna, solo un uomo poteva eseguirla in maniera brillante, per il maggiore distacco emotivo certo, ma anche lo sguardo “estraneo” che coglie al di là del corpo e fa agire la mente.

Diversi punti del racconto ci fanno riflettere, sorridere, arrabbiare, soprattutto quando ci rendiamo conto che tutta l’esperienza legata a gravidanza e parto, così intimamente femminili, viene quasi “violata” da uno sguardo maschile che rimette tutto in discussione, con un grande effetto di straniamento.

Il romanzo è tutto incentrato sulla figura del padre, almeno per come si è andata modificando negli ultimi decenni. Un padre che vorrebbe poter partorire suo figlio.Confesso che non mi è risultato simpatico questo personaggio, per il suo egoismo, per la superficialità che viene fuori nel momento in cui parla di esperienze che possono essere solo femminili, anzi, neppure femminili tout court, ma di donne che affrontano una gravidanza e un parto. Sono sicuramente apprezzabili le riflessioni di tipo “politico” su un’intera generazione, soprattutto di uomini, e il modo ironico di sviluppare certe polemiche. Risulta invece irritante, almeno dal punto di vista femminile, la caparbietà con cui il protagonista riconduce sempre tutto a sé, al proprio io che diventa soggetto e oggetto di un’analisi di coscienza individuale e collettiva, e perciò autoreferenziale. Perfino la figlia diventa soltanto un’occasione per parlare del padre, seppure di un padre infedele. La moglie, la mamma di sua figlia, la donna con cui ha costruito una parte della sua vita, colei che ha avuto il coraggio di innescare una riflessione sulla crisi della coppia scoprendone i punti deboli, ebbene di lei non saprete più nulla, cari lettori. Nulla oltre il riflesso emotivo e razionale nella vita e nella mente del PADRE!

Autore Antonio Scurati
Titolo: Il padre infedele
Editore: Bompiani
Pagine: 208
Prezzo: € 17,00
Data pubblicazione: Ottobre 2013

the author

Docente di Lingue Straniere nella scuola superiore, si dedica da diversi anni a collaborazioni editoriali e giornalistiche; svolge saltuariamente l’attività di traduttrice. Vorrebbe che fosse il contrario, che cioè le costanti e le variabili dei suoi impegni fossero invertite, senza nulla togliere a quanto le consente di vivere continuando ad amare e comprare libri. Intende rimanere nella redazione finché i suoi alunni lo consentono.

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