L’ipotesi che due personaggi di fiction come Harry Potter1e Buffy The Vampire Slayer2siano protagonisti di una nuova specie di romanzo di formazione, per il pubblico a cavallo fra i due millenni, è suffragata se non altro inizialmente dal fatto che entrambi, al loro esordio, siano stati classificati come prodotto narrativo rivolto ai ragazzini: roba da teenagers, con teenagers come protagonisti.
“Il romanzo di formazione – infatti – o Bildungsroman (dal tedesco) è un genere letterario che guarda all’evoluzione del protagonista verso la maturità e l’età adulta”3. Entrambi i personaggi hanno avuto poi ben sette capitoli per diventare adulti (sette libri per HP e sette stagioni per Buffy) e lo diventano in un percorso che si vuole qui analizzare, investigando sulle somiglianze e sulle differenze fra le due storie e fra i due eroi, nella speranza di capire di più anche su di noi, sul pubblico che ha reso queste due figure delle icone. È, per inciso, opportuno quindi ricordare molto velocemente che Harry Potter è stato ed è un fenomeno su cui molti studiosi e filosofi si sono soffermati e che su Buffy The Vampire Slayer si sono scritti fiumi di saggi che vanno dalla linguistica alla filosofia, alla teologia e agli studi di genere, per citarne solo alcuni. Insomma si tratta di due ragazzini che, crescendo, su carta e su pellicola, hanno catalizzato l’attenzione e la passione di diverse generazioni di lettori/spettatori, costituendo per questo un fenomeno degno di essere analizzato.
Isabelle Cani, nel suo saggio “Harry Potter o l’anti Peter Pan”, porta avanti l’ipotesi di un rispecchiamento per contrasto fra i due ragazzini magici che hanno segnato la svolta di fine secolo: Peter Pan alla fine del XIX e Harry Potter alla fine del XX. Secondo l’autrice i due però sono portatori di due istanze diverse, il primo quella di rimanere sempre bambino – interpretando il sogno di molte generazioni di non essere mai costrette a giungere all’età adulta – e il secondo invece quella di crescere, una buona volta. La Cani accosta due frasi simili e diverse, pronunciata la prima da Peter Pan “Morire sarà una grande meravigliosa avventura”, quando sembra che tutto sia perduto e si appresta a morire da solo su uno scoglio; la seconda “In fin dei conti, per una mente organizzata, la morte non è che una nuova grande avventura” dice Silente a proposito del suo amico Nicholas Flamel che, distruggendo la pietra filosofale, dopo una lunga vita, proprio da essa prolungata, accetta la morte. La differenza consisterebbe nel fatto che Peter Pan vive solo e costantemente l’istante e concepisce il morire come una grande e istantanea novità (usa il termine big), una sorta di mirabolante fuoco d’artificio finale. Per Silente, che si rispecchierà poi in questa convinzione del suo vecchio amico, l’idea è che la morte e quel che c’è dopo (the next great adventure) sia la prossima avventura, dopo che la vita già lo è stata. Peter non vuole crescere e per lui il tempo non c’è, se non nel presente: non c’è il passato (che dimentica immediatamente) e non può immaginare il futuro.
L’autrice cita poi un commento di James Barrie, l’autore di Peter Pan che, dopo aver descritto l’amarezza di Wendy, nell’imminenza dell’addio, al pensiero che fra lei e Peter non ci sarà mai nulla, dice così:

Per un verso Peter capisce cosa voglia dire […], ma per molti altri versi no. Ha a che fare con l’enigma del suo esistere. Se riuscisse a trovare il bandolo della matassa, il suo grido potrebbe diventare “Vivere sarebbe una grandissima avventura!”, ma non riesce mai ad afferrarlo tutto, e così nessuno è più spensierato di lui.4 Continua la Cani “Riuscire a vedere la vita come una grande avventura richiede una coscienza della durata: questa avventura, che si svolge nel corso degli anni, presuppone infatti una serie di passaggi iniziatici attraverso varie tappe, e presuppone quindi la capacità di progredire, di evolvere”5.

Questo riferimento al libro di Isabelle Cani vuole puntualizzare due assunti iniziali: che per le due fiction si possa parlare di romanzo di formazione, anche se in maniera riveduta e corretta e che per crescere ci si debba anche rapportare con l’idea della morte, per poter conferire valore alla vita; ma questo lo affronteremo in seguito. Ora invece verifichiamo la validità dell’assunto che i due personaggi abbiano qualcosa in comune.
  1. Prima di tutto sia il ragazzino inglese sia la teenager americana sono dei reietti. Harry è orfano, a stento tollerato nella famiglia degli zii. Buffy invece, pur essendo amata dalla madre, è considerata una piccola teppista perché ha bruciato la palestra della scuola precedente.
  2. Entrambi sono dei prescelti. Harry lo scopre incredulo quando gli viene comunicato che è un mago figlio di maghi, il “bambino che è sopravvissuto” al malvagio Voldemort. Buffy all’inizio della serie lo ha già scoperto: è la Cacciatrice, l’unica in grado di lottare contro il male. Entrambi vivono consapevoli di essere in bilico fra due mondi: quello normale che segue le normali leggi scientifiche e razionalistiche e quello in cui vivono creature magiche benefiche e malefiche.
  3. Entrambi giocano le loro carte in una scuola, alle prese, oltre con il male grazie ai loro poteri, anche con interrogazioni e professori più o meno antipatici. Sia per l’una sia per l’altro però i giochi troveranno l’evoluzione fondamentale e la conclusione al di fuori della scuola, dove c’è da affrontare la vita adulta, senza più protezioni.
  4. Entrambi, subito, incontrano degli amici che saranno coloro che li sosterranno fino alla fine nella loro grande avventura e anche un maestro, un mentore che li guiderà, un adulto che sarà un punto di riferimento, ma anche una sorta di sostituto della figura paterna assente: Albus Silente, il preside di Hogwarts, per Harry e Rupert Giles, l’Osservatore a lei assegnato, per Buffy. Crescere per tutti e due sarà andare oltre i loro maestri, con la benedizione di questi ultimi.
  5. Entrambi sentono una profonda e pesante responsabilità per il loro compito che, sanno bene, può portarli alla morte, ma che è fondamentale non solo per loro stessi e per quelli che amano, ma per l’umanità intera.
  6. Entrambi con il loro comportamento si porteranno spesso al di fuori delle regole: Harry viene guardato come colpevole e ambiguo in varie occasioni. Nel secondo libro avviene perché si scopre che è rettilofono, nel quarto e all’inizio del quinto c’è una vera e propria campagna di diffamazione nei suoi confronti perché non viene creduto quando afferma che Voldemort è tornato. Buffy si delinea come Cacciatrice atipica non obbedendo ciecamente alle direttive del Consiglio degli Osservatori, perché mette il cuore in quello che fa, perché vuole andare all’università, perché prende posizioni personali. Il Consiglio la disconoscerà.
  7. Anche i loro mentori hanno caratteristiche che li pongono fuori dal coro: Silente non impedisce ad Harry e agli altri di fare le loro scelte e correre i loro rischi, elogia quando ci si aspetta che punisca (per esempio nel momento in cui elargisce punti ai Grifondoro poiché Harry, Ron ed Hermione hanno salvato la scuola dal Basilisco, anche se hanno violato un numero impressionante di regole). Giles va contro il Consiglio degli Osservatori che lo criticano di essere troppo emotivamente attaccato alla Cacciatrice. Entrambi hanno un passato oscuro che i nostri eroi dovranno scoprire col tempo.
  8. Harry Potter deve affrontare il rinnegamento di Ron, il suo migliore amico, alla fine quando il gioco si fa duro; Buffy dovrà fare scelte difficili quando Willow, la sua migliore amica verrà sopraffatta dal suo lato oscuro e diverrà il nemico da combattere.
  9. L’uno e l’altra correranno il rischio di considerare nemico qualcuno che in fondo non lo è: il professor Piton, da acerrimo nemico di Harry, diverrà una delle figure più belle del romanzo; Spike il vampiro londinese e anticonformista, soprannominato William il Sanguinario, non solo diverrà un punto di riferimento per Buffy, ma sarà la figura vicaria che darà la vita volontariamente per il sacrificio salvifico finale. In entrambi i casi i nostri eroi dovranno compiere un percorso che li porterà, oltre le apparenze, nella profonda verità di qualcuno e crescere vorrà dire capovolgere le proprie convinzioni e amare coloro che veniva così facile odiare.
  10. Infine, sia Harry sia Buffy affrontano la morte. Harry soffre per la morte di Cedric Diggory; assiste impotente alla morte di Silente e, infine nell’ultimo libro, muore lui stesso. Buffy nella quinta stagione deve fronteggiare la morte della madre e alla fine della stagione decide di morire prendendo il posto della sorella Dawn per poter salvare il mondo. Anche alla conclusione della serie ha a che fare con la morte, accettando che non sia la propria.
Ovviamente ci si potrebbe dilungare a lungo sulle differenze, ma ciò che si vuole qui dimostrare è che vi sia un’idea comune sui passaggi necessari per diventare adulti.

Qualche parola deve essere spesa per chiarire il ruolo della dimensione “magica” e in genere fantastica nelle due fiction. Nella serie di Joss Whedon da subito è stato chiaro che vampiri, zombie, demoni, streghe, i “mostri” insomma, altro non sono che metafore per gli orrori che un ragazzo o un ragazza devono affrontare durante la fatica improba di crescere in quell’inferno che può essere la scuola, che in effetti, nel passaggio dell’adolescenza, costituisce un a volte doloroso rito iniziatico. Dunque per entrambe le fiction può valere questo assunto. La magia in Harry Potter ha un ruolo particolare, che dovrebbe superare tutte le polemiche sulle valenze educative negative dell’immaginare una vita facile grazie alla bacchetta magica. Infatti, non solo ad Harry non è risparmiato niente quanto a esperienze dure e terribili, a cominciare dalla morte dei genitori e dalla vita d’inferno presso i Dursley, ma, come afferma la Cani nel suo libro, il fine della magia durante tutto il ciclo è quello di venire superata: Harry riesce ad avere la meglio su Voldemort, alla fin fine, buttando la bacchetta, accettando di morire per salvare quelli che ama e il mondo intero dall’impero del male. In definitiva: se non siamo in grado di accettare il valore metaforico del fantastico non potremo mai uscire dalla convinzione che il fantasy sia solo lettura d’evasione per ragazzi e pseudo ragazzi (tipo: adulti che non vogliono crescere).

‎”Nessun elogio dell’irrazionalità in Harry Potter. – afferma Simone Regazzoni6 – E nessuna distruzione della ragione. Bensì la decostruzione della ragione dogmatica come apertura della ragione a ciò che non è riconducibile al calcolo o al calcolabile”. Un travestimento metaforico cioè del Mistero nascosto sotto la superficie della realtà e che deve essere svelato o quanto meno contemplato come segno di un senso più profondo, senza del quale l’universo è un
caos organizzato che macina l’uomo nei suoi perpetui ingranaggi.
1) Non si cresce da soli
Parlando di training dell’eroe, si deve sottolineare che l’eroe qui, Harry Potter, il giovane mago inglese, e Buffy Summers, la giovane cacciatrice californiana, vogliono dire la “persona”, anche una persona qualunque, che concepisca però la vita come un’avventura, che abbia una meta grande. Gli eroi parlano a noi di noi. L’eroe è chi voglia dire “io” nella coscienza che l’esistenza è una grande battaglia in cui ciascuno è investito di un grande compito, che in definitiva si può riassumere nel trionfo del Bene. Non il bene individuale, e nemmeno l’amorfo bene comune. Il fantasy sembra essere l’ambito di elezione per giocare scoperto riguardo al fine della vita, al Destino insomma. Dunque: non l’eroe, “beato lui che ha poteri!”, ma l’eroe che ognuno di noi è, con i talenti che gli sono stati dati in sorte.
Il punto primario, per tornare al tema, è che la meta non si consegue da soli, in quella parte importante che è percorrere il cammino della crescita senza finire in vicoli ciechi. Harry non è solo, Ron ed Hermione lo sostengono e lo appoggiano. L’amicizia è quel qualcosa senza del quale l’eroe correrebbe il rischio di diventare solo lo specchio del suo nemico. Come Capitan Uncino forse è Peter Pan diventato vecchio e preda della disillusione, così Harry è simile, troppo simile a Tom Riddle. Sulla somiglianza fra loro si gioca in tutto il libro. L’eroe sceglie il bene e, nel farlo è aiutato, criticato, riportato sulla retta via dagli amici. Voldemort non ha amici e ha rifiutato i maestri. Buffy corre il rischio di diventare come Faith, la cacciatrice oscura, sedotta dal potere che le sue peculiarità di cacciatrice le conferiscono. Faith rifiuta i legami all’inizio, si concepisce sola, per questo diventa il braccio destro del Sindaco, il perverso, ma affettuoso nemico della terza stagione della serie. Se Buffy non cede al fascino dell’onnipotenza è perché non è sola. Del resto le Cacciatrici nei secoli erano tutte fanciulle destinate a morire presto, guidate e sorvegliate da Osservatori che dovevano mantenerle concentrate come soldati sul loro scopo e sulla loro funzione. Buffy è la prima che si ribella a questo strapotere maschile anche grazie al fatto che il suo Osservatore le vuole bene come a una figlia, vuole che viva e non la concepisce quindi come un vittima destinata a essere immolata.

Quello che salva entrambi è questa famiglia di elezione, una famiglia sui generis, nella quale vengono accolte persone o “esseri” diversi che nel mondo esterno vengono rifiutati come reietti: l’”inclusione” è la sua cifra. Afferma Simone Regazzoni “Uno dei pregi della saga creata dalla Rowling è di rompere con la logica della tolleranza liberale per metterci di fronte al nodo del riconoscimento dell’altro con la sua alterità”7. Ron è mago puro dall’ascendenza integra (Pureblood), Ermione ha genitori babbani (Muggle born), Hagrid è mezzo gigante e ci vuole pazienza, molta pazienza, a tollerare la sua promiscuità con animali magici e pericolosi d’ogni tipo, Dobbie è un elfo domestico, appartenente a un popolo che prima di Harry ed Hermione è stato trattato come schiavo, dai maghi. Regazzoni sottolinea che Hagrid, attraverso le sue “bestioline”, e Dobbie feriscono Harry, fisicamente. Questa accettazione del diverso costa, non è superficiale tolleranza.

Buffy è la prima della sua stirpe a scendere a compromessi in merito alle frequentazioni adatte a una Cacciatrice. Sarà forse perché subito si innamora di un vampiro (con l’anima), Angel, poi è disposta ad accettare nel suo entourage Spike, vampiro, poi un demone della vendetta, Anya. Accetterà come sua sorella anche una creatura nata dal suo sangue per magia: Dawn. E in genere tenderà a considerare l’altro per la scelta di comportamento che farà, non per la sua appartenenza di genere, vedi per esempio Clem, il demone gentile. Le altre cacciatrici prima di lei lo avrebbero ucciso solo perché parte del mondo demoniaco. La Cacciatrice non è razzista, va con semplicità oltre le differenze. Harry e Buffy scendono oltre la superficie, ma si può accogliere l’altro quando si è accolti, e questo avviene principalmente in questa famiglia d’elezione. Non ci si salva da soli.

2) Affrontare la durezza della vita: il male proprio e altrui

Fin qui la faccenda può essere ancora facile. Ma quando gli amici ti tradiscono? E quando il proprio maestro rivela aspetti incomprensibili e ambigui? Il proprio mondo felice rischia di crollare dalle fondamenta: che si fa?

Harry dopo la morte di Silente è costretto a fronteggiare tutto quello che non ha mai saputo di lui. Si può amare chi non si conosce? Si può conoscere se non si ama? Il percorso è faticoso e non a caso avviene al di fuori dei confini rassicuranti di Hogwarts. Infatti questo cammino di conoscenza e di messa in discussione delle sicurezze è parte fondamentale della crescita. Ciò che è bagaglio sicuro nello zaino delle tue certezze, deve essere estratto, esaminato e verificato per diventare veramente tuo8. Così Harry cerca di sapere chi era davvero Albus Silente, dopo la sua morte, ne ripercorre la vita, ne constata i punti oscuri, lo accompagna ai bivi in cui ha dovuto scegliere e, alla fine, più coscientemente e liberamente lo riaccoglie come maestro e punto di riferimento, perdonandone le ambiguità e la tendenza a machiavellici piani segreti, amando la libertà che sempre gli ha lasciato e meritando la fiducia che il vecchio ha sempre riposto in lui.

Buffy viene lasciata sola da Giles nel momento in cui più è fragile. Nell’episodio “Tabula rasa” della sesta stagione, l’Osservatore decide di ritornare in Inghilterra perché si accorge che la sua pupilla sta delegando a lui molte decisioni, anche quelle educative che riguardano la sorella Dawn, adolescente ribelle. La mamma di Buffy è morta, lei è sostanzialmente il capofamiglia, ha lasciato l’università per cercarsi un lavoro al fine di poter mantenere l’affidamento della sorellina. L’impresa sovrumana qui è sbarcare il lunario e la Cacciatrice non ce la fa. Per non parlare del fatto che, dopo aver sacrificato la vita, è risorta grazie a un incantesimo molto potente, restando traumatizzata per aver dovuto abbandonare una sorta di dimensione paradisiaca. È la vita che è veramente disagevole. Perché colui che l’ha sempre aiutata ora la lascia in balia di sé stessa? È difficile da accettare. Giles ha compiuto una scelta sbagliata? Dopo la sua partenza va tutto a scatafascio: Xander abbandona Anya all’altare, Willow si dedica alla magia con tutta se stessa rimanendone soggiogata e Buffy inizia una relazione malata con Spike. Tutto il gruppo sembra andare alla deriva.
Così appare anche il lungo periodo passato da Harry, Ron ed Hermione in luoghi deserti per sfuggire ai Mangiamorte, nell’attesa di capire come risolvere l’enigma degli Horcrux: una deriva. In realtà i maestri devono sparire, o in qualche modo eclissarsi, perché i discepoli ritrovino se stessi, corrano i rischi dell’esistenza, fronteggino i propri demoni (nel fantasy spesso letteralmente) per uscirne vincitori. Gli insegnamenti dati devono essere messi alla prova perché diventino stoffa della propria personalità. Questo comporta seri rischi. Ron cede all’invidia e alla rabbia contro Harry, sottomesso dall’Horcrux che i tre non sanno come distruggere e se ne va, abbandona gli amici. Anche lui deve accettare la sfida: capirà e desidererà tornare. E qui Silente ritornerà valido maestro: a Ron aveva affidato il deluminatore, che oltre a spegnere le luci serviva anche a ritrovare la strada verso chi si ama. Certi insegnamenti non si sa a che servono finché… non servono davvero.
Anche nel Buffyverse la vita si rivela una cosa seria e tragica, le proprie paure si ingigantiscono, si compiono errori le cui conseguenze devono essere pagate. Ma ritornare alla luce dopo essere sprofondati dall’oscurità a volte è l’unico modo perché la luce sia una conquista vera. Durante l’incredibile episodio-musical Once More With Feeling, della sesta stagione, Buffy cantando (per compulsione di un demone “musicale”) denuncia l’angoscia di dover sottostare a un mucchio di luoghi comuni sulla presunta positività della vita:
“E’ tutto a posto/ se qualcosa è andato storto/ noi canteremo una canzone allegra/ e puoi cantare a lungo./ Ovunque c’è vita c’è speranza,/ ogni giorno è un regalo/ i desideri possono diventare realtà/ fischia mentre lavori”. Lei invece grida: “Non datemi canzoni/ Datemi qualcosa di cui cantare/ Ho bisogno di qualcosa di cui cantare”.
È un appello, una dolorosa richiesta di senso in mezzo alle contraddizioni che ora pesano senza nessuna vernice colorata che le possa edulcorare. Quando la realtà è dura, da dove si può ricominciare? Risponde Spike, che anche qui la salva dalla morte per combustione a cui il demone l’aveva destinata:
“La vita non è una canzone/ non è un’estasi/ la vita è solo questo: è vivere/ porterai a lungo la pena che senti/ può guarire solo vivendo/ tu devi andare avanti e vivere/ così uno di noi due starà vivendo”9.
Il vampiro le dà un assaggio dell’amara saggezza di chi vive da secoli; non è sufficiente, per nessuno dei due, e per nessuno in effetti. La presenza e la compagnia di qualcuno ti fanno emettere un respiro dopo l’altro e porre ancora un passo dopo l’altro. L’ultima frase rivela l’amore che lui nutre per la cacciatrice e da questo risibile, parziale e controverso amore sbocceranno altre conseguenze che cambieranno le carte in tavola per tutti e due e daranno anche un altro senso alla vita.
Per quanto riguarda Silente, Harry scoprirà la sua debolezza: quando lui ha in suo potere la pietra della resurrezione cede alla tentazione di usarla per se stesso, per rivedere la sorella; mentre lui, il prescelto, accetta la morte e va da Voldermort per proteggere gli altri. Il fatto di possedere il terzo dono della morte lo mette nella condizione di vedere le persone che gli sono care, i genitori e il suo padrino, Sirius Black, nel momento in cui è alla fine della sua vita. “Mi apro alla chiusura”, nel boccino d’oro c’era la pietra della resurrezione, da usare alla fine della vita. Lui non ha paura di morire per chi ama ed è così che è davvero signore della morte. Lui è il vero padrone dei Doni della Morte. Supera il suo maestro, che sarà profondamente fiero di lui.
Buffy, dal canto suo, nell’ultima stagione, dissente da Giles, ormai tornato, rispetto all’atteggiamento da tenere rispetto a Spike. L’Osservatore diffida del vampiro a cui la Cacciatrice ha fatto togliere il chip che, impedendogli la violenza contro gli umani, gli inibiva il libero arbitrio. Buffy vede il cambiamento profondo avvenuto nel vampiro
biondo che ha sofferto terribili pene per recuperare la sua anima ed essere degno della donna che ama. Giles non vede oltre l’apparenza. Buffy vede più lontano del suo mentore e gli dice che ormai può giudicare senza il suo aiuto: è cresciuta.
3) Il coraggio delle scelte
Giles non ha sbagliato andandosene e concedendo il rischio dello sbaglio alla sua protetta. Buffy è ora adulta e la sua scelta salverà, ancora una volta, il mondo, perché sarà Spike a consentire la sconfitta del Nemico, dando la propria vita. Lui non lo fa più solo per lei, il percorso di crescita è valso anche per lui: la Cacciatrice gli ha dato fiducia e lui ha deciso per il Bene usando la sua capacità di scelta. Buffy sceglie. Harry Potter sceglie. E Silente aveva scelto. Educare è un rischio, perché può andare male e nella vita non sempre c’è la rete quando ci si butta. Rischiare usando la ragione nella sua interezza e il cuore è da adulti. Dice Simone Regazzoni:

“È questa la modalità di insegnare senza ammaestrare di Albus Silente: dare ai propri studenti tutti i mezzi perché possano affrontare le situazioni difficili ma lasciare al contempo loro anche la possibilità di affrontare liberamente e da soli tali situazioni. Anche a rischio dell’errore e del peggio – perché ci si può sempre fare male e si può fare del male, e non c’è nulla che possa proteggere da questo rischio che è il rischio stesso di ogni libera decisione”10.

4) Danzare con la morte per vivere la vita
Perché c’è, in queste due grandi storie (ma certamente non solo in queste), la morte come sacrificio scelto per amore degli altri? Per il bene del mondo? La risposta a questa domanda potrebbe implicare digressioni e approfondimenti in discipline diversissime, antropologia culturale, storia delle religioni, filosofia. Buffy perché muore alla fine della quinta stagione? Perché muore Spike a conclusione della settima? Perché muore Harry Potter per sconfiggere Voldemort? E tutti tornano. Non si può dire la grande parola che è solo di Uno: Resurrezione. Loro tornano. E noi siamo contenti, abbiamo l’impressione che le cose siano andate come dovevano andare, col dubbio amaro che nella realtà “reale” non sarebbe finita così. È un archetipo che sostanzia la nostra speranza, infisso profondamente nel DNA dell’immaginario occidentale, al di là delle nostre credenze religiose. Forse consentiamo a noi stessi di farci i conti solo nella fiction, per non dover fare la fatica di trovare il coraggio della speranza. Ma questa è già la fine della storia, perché danzare con la morte è parte del training per diventare uomini.
Harry Potter nel quinto libro, “L’Ordine della Fenice” soffre la morte del suo padrino, Sirius Black. Le cose per lui, lo sappiamo, non sono mai state facili: i genitori non li ha mai conosciuti e per quanto Silente sia una figura paterna, non gli è vicino come lui vorrebbe. Ha i suoi amici, ma non è la stessa cosa. Anche la famiglia Weasley non può essere che un pallido surrogato. Sirius invece è qualcuno che può capirlo, che ha conosciuto e amato i suoi genitori e che gli ha fatto balenare la possibilità di vivere insieme. E muore. Fino a quel momento, sottolinea sagacemente Isabelle Cani, la morte è stata oggetto di riso a Hogwards attraverso le figure dei fantasmi, Nick-Quasi-Senza-Testa, la Signora grassa e altri sono personaggi comici. Nel secondo libro Mirtilla Malcontenta da buffa macchietta diventa invece nella rievocazione una ragazza che, a un certo punto, è stata uccisa. C’è una lineare e lenta trasformazione del tema attraverso i libri, continua a sostenere la Cani. Fino a che Sirius non finisce, nel quinto, dietro il tetro velo nero della Morte nei sotterranei dei Ministero della magia. Harry non si capacita, perché loro, i fantasmi, sono tornati, anche se in quella buffa forma impotente, e il suo padrino no? Il ragazzo indaga, mette sotto torchio proprio il vecchio Nick e comprende che rimane lì a Hogwarts chi ha preferito sterilmente una specie di limbo fra un mondo e l’altro, chi ha avuto paura di varcare la soglia. La next great adventure è per chi ha il coraggio di quello che Regazzoni chiama “l’atto etico”. Continua la Cani:

“La morte, che all’inizio sembrava negata, viene affermata come dimensione fondamentale dell’esperienza umana: la separazione, il dolore, il lutto si rivelano una componente inevitabile della vita” e, nel progressivo svelamento con cui la Rowlings accompagna i lettori fino alla conclusione, “I poteri magici, un tempo segni inconfondibili di una superiorità spettacolare, vengono progressivamente riletti come sintomi di debolezza e di impotenza”11

Buffy un giorno, tornando a casa, nel silenzio straniante di un’assenza di qualsiasi colonna sonora, trova il corpo già freddo della madre. Non c’è spazio per superpoteri, per incantesimi e aiuti arcani: è una normale morte per motivi naturali, Joyce Summers era malata di tumore. L’episodio è un vero capolavoro da molti punti di vista, magistralmente concepito da Joss Whedon e ottimamente recitato. I tempi sono rallentati, anzi è assente il tempo filmico, gli istanti scorrono inesorabili senza risparmiare nulla agli spettatori, dalla nausea di Buffy, alla fissità del corpo della madre. The body infatti si intitola l’episodio.

Nei romanzi urban fantasy e nelle serie soprannaturali soprattutto americane e inglesi di questi tempi la morte dei personaggi è cosa normale. È una sorta di anestetico fictionale che consente di NON focalizzare l’evento. Non così in Harry Potter e in Buffy The Vampire Slayer: “casualties” si definiscono le perdite in guerra considerate inevitabili, normali. C’è un dialogo in Touched, uno degli episodi finali della settima stagione, in cui Spike cerca di consolare Buffy perché
alcune delle potenziali cacciatrici sono morte in uno scontro:
Spike – There’s always casualties in war.

Buffy – Casualties. It just sounds so…casual. These are girls that I got killed.

La Cacciatrice è prostrata, il peso della responsabilità è troppo e quelle morti la straziano. Così si sente Harry Potter quando vede tutti quelli che amava e conosceva che hanno perso la vita nel combattimento finale con Voldemort e il suo esercito di Mangiamorte e creature maligne aggiunte.

Quando diventiamo uomini? Quando abbiamo nel cuore e nelle mani un buon motivo per dare la vita. Quando moriamo per amore. Harry lo sa perché questa è la forza che gli ha comunicato la madre morendo per lui quando era piccolo. Quel segno è infisso in lui più profondamente della cicatrice dell’oscuro signore. Il percorso lungo e accidentato che ha seguito lo porta, non senza paura e sofferenza allo stesso punto della madre. Davanti alla morte è solo, perché Ron ed Hermione non possono seguirlo, ma accanto a lui c’è la forza di quelli che lo hanno amato e preceduto.

Buffy riceve, nella stessa puntata in cui stava fuggendo dal suo compito per il dolore di quelle morti e il peso della sua vocazione di cacciatrice, la dichiarazione d’amore, bellissima, di Spike:

“Ascoltami. Sono stato vivo molto più di te e morto ancora più a lungo. Ho visto cose che non potresti immaginare, e fatto cose che vorrei non immaginassi. Non passo certo per una persona riflessiva, seguo il mio sangue, che non scorre esattamente in direzione del mio cervello. Così faccio un sacco di errori, una marea di scelte sbagliate, e questo da più di cento anni. Ma c’è una cosa di cui sono sempre stato sicuro: tu.
Ehi, guardami, io non ti sto chiedendo niente. Quando dico che ti amo, non è perché ti voglio o perché non posso averti. Non ha a che fare con me, io amo quello che sei, quello che fai, come ti impegni. Ho visto la tua gentilezza e la tua forza. Ho visto il meglio ed anche il peggio di te e capisco con estrema chiarezza quello che sei. Sei una donna fantastica, sei unica Buffy”.

Questo le darà la forza di riprendere il suo ruolo di leader nella lotta contro il male primigenio e anche le consentirà il contatto con l’anima di Spike proprio quando, alla fine, c’è da sacrificare la propria vita. Buffy accetta la scelta di Spike. Lei aveva già immolato la propria vita, ora accetta che sia un altro a morire per lei e per tutti. Anche per questo ci vuole coraggio.

In conclusione sia Buffy sia Harry Potter avevano chiaro il destino scritto per loro sin dall’inizio: crescere però è verificare (rendere vero) ciò che già si sa a livello teorico, mediante l’esperienza, attraverso rischi, tentativi ed errori, confrontandosi con una compagnia che si unisce in nome di un fine più grande. La “responsabilità” che sentono già all’inizio diventa “rispondere” all’amore di qualcuno che amano e da cui sono riamati. La vita, infine, è una grande avventura se c’è qualcosa di grande per cui donarla.

NOTE

1 La saga comincia nel 1997 con il primo libro Harry Potter e la pietra filosofale e finisce nel 2007 con Harry Potter e i doni della morte.
2 Buffy The Vampire Slayer, la serie televisiva creata da Joss Whedon e andata in onda negli Usa dal 1997 al 2003.
3 Wikipedia.
4 J. Barrie, Peter Pan in I. Cani Harry Potter o l’anti Peter Pan, Bruno Mondadori 2008, p. 125.
5 I. Cani, Harry Potter o l’anti Peter Pan, cit., p. 125.
6 Simone Regazzoni, La filosofia di Harry Potter, Il melangolo, Genova 2008, p. 43.
7 Ibidem, p. 112.
8 Da Luigi Giussani, Il rischio educativo: La vera educazione deve essere un’educazione alla critica. Fino a dieci anni (adesso anche prima), il bambino può ripetere ancora: «L’ha detto la signora maestra, l’ha detto la mamma». Perché? Perché, per natura, chi ama il bambino mette nel suo sacco, sulle spalle, quello che di meglio ha vissuto nella vita, quello che di meglio ha scelto nella vita. Ma, ad un certo punto, la natura dà al bambino, a chi era bambino, l’istinto di prendere il sacco e di metterselo davanti agli occhi (in greco si dice pro-bállo, da cui deriva l’italiano «problema»). Deve dunque diventare problema quello che ci hanno detto! Se non diventa problema, non diventerà mai maturo e lo si abbandonerà irrazionalmente o lo si terrà irrazionalmente. Portato il sacco davanti agli
occhi, ci si rovista dentro. Sempre in greco, questo «rovistarci dentro» si dice krinein, krísis, da cui deriva «critica». La critica, perciò, consiste nel rendersi ragione delle cose, non ha un senso necessariamente negativo.
10 Ibidem, p. 66.
11 I. Cani, cit. p. 72.

3 Readers Commented

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  1. Anonymous on 9 Gennaio 2012

    Splendido articolo, davvero. Però… “Ermione”? “Orcrux”? “Hogwards”? O.o

  2. Antonella Albano on 9 Gennaio 2012

    Uh hai assolutamente ragione! sorry! aggiusto quanto prima… 😛

  3. Anonymous on 6 Giugno 2012

    fantastico

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