Gli alberi hanno il tuo nome: due storie, una sola volontà

Il romanzo procede con due storie parallele. Una è la vita di Francesco d’Assisi, dalla crisi che lo conduce alla radicale conversione alla morte. L’altra è quella di una coppia contemporanea: Rachele e Ilario. Rachele è una psicologa che lavora in un centro per anziani. Ilario ha un’agenzia di marketing al servizio del fundraising delle associazioni no-profit. Insomma, “vende la povertà”. Rachele ascolta le storie di chi ha molto vissuto, prende nota di ogni dettaglio, si lascia toccare nel profondo dai vissuti degli anziani che ha in cura, specie dal signor Dante. Quando Ilario compra una casa con dei soldi sporchi e viene inquisito, Rachele prova un ingovernabile senso di vergogna e decide di andarsene senza lasciare traccia. Francesco, detto anche Cesco, è un giovane sensuale e sensibile: sulle tracce di un nuovo amore si imbatte in una donna gobba che, complice la notte e l’alcol, sembra chiedergli molto di più di una mera carità in danaro. Da lì in poi il Francesco di Alessandro Mari si volge alla vera carità con la stessa baldanza scomposta di una giovinezza consumata nel totale dono di sé.

In entrambe le storie sono gli incontri con persone speciali a determinare le vite dei protagonisti in una dimensione definitiva che sconfigge la precarietà, fino a quel momento padrona delle esistenze di Francesco e Rachele.

Dopo Troppo umana speranza Alessandro Mari non delude il lettore colto e raffinato che ha imparato ad apprezzarlo. Ma spaventa e allontana il lettore avvezzo a un linguaggio immediato e non curato. Fino alle prime cento pagine la lettura avanza piuttosto lenta, faticosa non perché noiosa ma perché impegnativa, esercita e mette alla prova la capacità di concentrazione del lettore. Superato l’ostacolo, non esiste alcuna difficoltà capace di contenere una lettura che coinvolge e conquista con inarrestabile velocità.

Un gran bel libro quello di Mari; ma forse è definizione limitativa, monca, dimidiata, leggere un libro denso per cultura che fa rima con cura, è molto raro di questi tempi e questo aspetto costituisce un ostacolo forte, a parer mio, alla diffusione “popolare” del libro.

Scrive molto bene, è un artigiano che cesella ogni singola parola, e riscontrare un labor limae così perfezionato in un libro contemporaneo sconcerta proprio per la sua eccezionalità nel panorama letterario italiano e per la giovane età dello scrittore.Un libro fatto a regola d’arte con una prosa ampia, solenne e classica che utilizza una terminologia elegante, aristocratica e ricercata. Questa qualità la si era riscontrata nel precedente Troppo umana speranza, ma sorprende sempre per la capacità camaleontica di adattamento al contesto storico, allo status dei personaggi.

La strategia narrativa adottata – due vicende che si snodano in parallelo in due tempi cronologici assai distanti – risulta nuova e vincente, non disorienta il lettore, anzi gli impone livelli di attenzione nella lettura sempre alti e virtuosi.

Mari è attirato da personaggi che esprimono autorevolezza e carisma, che hanno inciso nella storia culturale e morale del popolo italiano: prima Garibaldi, adesso San Francesco, di loro lascia affiorare la storia intima, le vicende particolari che alla storia ufficiale non interessano. Mai avrei immaginato di essere tanto avvinta dalla storia umana di un santo, dalla parabola esistenziale che conduce il giovane figlio di un ricco mercante di Assisi alla conversione radicale verso la povertà e la privazione di ogni elemento non necessario alla sopravvivenza biologica.

Da una parte si assiste, quindi, all’ascesa verso la santità di Cesco divenuto Francesco, proteso a una vita di genuina autenticità, dall’altra alla discesa nelle ossessioni e nelle paure distruttive di Rachele, l’altra protagonista del romanzo, un’ aspirante Francesco dei tempi odierni che, però, non riesce a liberarsi dalle tante zone oscure della sua vita e commutarle in percorsi costruttivi e positivi.

Nella vita comune non accade spesso che un uomo si perda, perché normalmente l’uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti in potenza, o discenda con continuità di sconfitta in sconfitta fino alla rovina, afferma Primo Levi nel romanzo Se questo è un uomo, eppure è proprio quello che succede a Rachele, sedotta dall’esempio di Francesco, ma ineluttabilmente lacerata e franta da sensi di colpa, compromessi e vergogne inaccettabili.

Sarebbe stato scontato permettere a Rachele di salvarsi emulando fino in fondo Francesco, invece Mari percorre una strada irta di imprevisti e sorprese sancendo per la protagonista l’impossibilità a dare un senso alla propria vita, forse metafora dell’uomo contemporaneo scisso e irrisolto. La tentazione di lasciarsi andare e non ritrovare il proprio equilibrio nonché identità segna questo romanzo che è anche, però, la rappresentazione dell’irrequietezza dell’uomo che cerca la semplice autenticità anche a costo di farsi male.

Quello che distingue senza ombra di dubbio i due tempi in cui è ambientata la narrazione è, appunto, la capacità da parte dell’uomo di formulare con lucidità e consapevolezza di intenti le fragilità e le debolezze che contraddistinguono la natura umana rendendole punti di forza su cui depositare la scintilla del divino. Quando non accade, non ci sono zattere o ancore di salvataggio in grado di sorreggere l’esistenza di un uomo che si perde in una foresta impenetrabile, in cui gli alberi sembra che si stringano addosso e riecheggino il suo nome fino a stritolarlo.

Autore: Alessandro Mari
Titolo: Gli alberi hanno il tuo nome
Casa editrice: Feltrinelli
Data di pubblicazione: settembre 2013
Collana: I narratori
Pagine: 339

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico "Publio Virgilio Marone". Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

6 Readers Commented

Join discussion
  1. Mariagrazia Fasano on 28 Dicembre 2013

    Complimenti per la recensione coinvolgente che suscita un grande interesse, soprattutto nello scoprire come passato e presente possano intrecciarsi e fondersi in un solo libro. Sono curiosa, spero di poterlo leggere al più presto!

  2. Sara Genghi on 28 Dicembre 2013

    Complimenti per la recensione che mi ha molto incuriosita alla lettura del libro di questo giovane scrittore,dal talento sicuramente straordinario.

    • Grazia Procino on 29 Dicembre 2013

      Grazie mille; davvero fin dal suo esordio Mari ha dato prova di saper scrivere molto bene.

  3. Alessandra Leronni on 29 Dicembre 2013

    Complimenti per la recensione, dettagliata, puntuale e propria di chi riesce sempre a fare dei dettagli un modo per invitare alla lettura. Hai sicuramente catturato la mia attenzione e suscitato in me l’interesse per questo romanzo, che sono certa non deluderà le mie aspettative.

    • Grazia Procino on 30 Dicembre 2013

      Grazie, Alessandra. Mi fa molto piacere condividere con gli altri il gradimento per i libri che ho letto e ,a volte, riesco a suscitare, come tu affermi, in alcuni anche la curiosità di leggerli. Ti auguro un anno colmo di buone letture!

HAVE SOMETHING TO SAY?