Con il consueto e pluriennale ritardo rispetto agli altri mercati mondiali, sono arrivati anche in Italia i Flipback. Probabilmente avete già avuto modo di vederli: non sono altro che libri cartacei ipertascabili con tre grosse peculiarità: grazie alla stampa in verticale non sacrificano le dimensioni del carattere; la costa particolare e lo spessore quasi impalpabile delle pagine permettono di sfogliarli con una sola mano; e, infine, le dimensioni dei libri sono talmente ridotte che possono davvero essere infilati in tasca – a differenza dei tascabili tradizionali che, a dispetto del nome, raramente stanno in tasca, soprattutto nell’era degli skinny jeans.

I Flipback sono ovviamente un tentativo un po’ patetico di rinnovare l’offerta cartacea con alcuni dei vantaggi degli e-book. All’inizio dell’anno, anche Guanda ha provato a mettere in commercio dei libri, comodi come gli e-book, ovvero dei tascabili molto piccoli – forse anche troppo piccoli – ma con una veste di pregio. Quello che è arrivato in libreria sembrava più un assortimento variopinto di breviari, ma lo sforzo era comunque mirabile. Il problema di questi tentativi è che si tratta di una gara persa in partenza: al di là di tutti i vantaggi obiettivi che un apparecchio elettronico mette a disposizione del lettore digitale, il grande limite è il prezzo. I Flipback, infatti, hanno lo stesso costo di un normale tascabile, ciò vuol dire che, con lo stesso gruzzolo, un lettore può acquistare almeno tre e-book – ma anche di più, se sta attento alle offerte. Non credo, comunque, che il target dei Flipback sia il lettore digitale. Molti clienti delle librerie sono attratti dal bizzarro, dalla cosa strana – avete notato quanta stupida oggettistica, nobilitata dai libri, viene venduta nelle librerie? Probabilmente i Flipback si rivolgono al lettore irrequieto con il feticcio della carta, conservatore, orgogliosamente refrattario alla fredda tecnologia, che si lascia comunque invogliare dalle pseudo-novità che non mettono in crisi le sue certezze, ma rinforzano un’immagine di sé sbarazzina e progressista. Insomma, il classico pollo da spennare.

Mondadori, la casa editrice che ha importato il formato in Italia, ha dispiegato tutte le truppe del marketing per il lancio: oltre alla realizzazione di un mini-sito, ha compiuto evoluzioni semantiche da funambolo per descrivere i Flipback come una “rivoluzione”. Tutto bello, tutto perfetto, verrebbe da dire, almeno in termini di comunicazione. E invece no: la notizia del lancio dei Flipback è arrivata quasi in contemporanea con la pubblicazione dei dati catastrofici sulle vendite dei libri. Dati che, da una parte, danno l’estrema unzione all’editoria tradizionale, mentre, dall’altra, non lascia grandi speranze all’editoria digitale, che cresce, certo, ma a un ritmo lento, quasi stagnante – questo è il dato davvero allarmante, perché non dà scampo nemmeno a chi crede che la scialuppa di salvataggio sia l’e-book. Evidentemente, il mercato dei libri in Italia è tale e quale al Titanic: le scialuppe sono troppo poche e un sacco di gente è condannata a morte certa. Sul filo di questa similitudine, i Flipback sembrano rivoluzionari tanto quanto i giubbotti di salvataggio: buoni per non affogare, ma inutili contro l’assideramento. Vi ricordate la scena in cui le scialuppe mezze vuote dei ricconi tornano indietro per recuperare i superstiti? A un certo punto, il personaggio di Kathy Bates, con il volto terreo, dice: “Abbiamo aspettato troppo”. Ecco, appunto.