Con l’uscita di Fermento di luglio si conclude la ripubblicazione del Ciclo del Sud di Erskine Caldwell, iniziato con La via del tabacco e Piccolo campo.

Estate, Georgia, estremo Sud degli Stati Uniti. Tra i campi di cotone oppressi dall’afa, l’iroso abbaiare dei cani, i cespugli gialli di polvere ai bordi delle strade, si svolge una drammatica caccia all’uomo. Katy Barlow, bianca,  accusa ingiustamente Sonny Clark, nero, di stupro. Da una parte il negro braccato, con gli occhi sbarrati dal terrore; dall’altra i suoi inseguitori, di giorno in giorno più determinati e feroci.

Fermento di Luglio è un libro veloce e doloroso come l’amputazione netta di un dito.  Spiega con parole semplici la tanto dibattuta banalità del male, portando il concetto a un livello superiore perché in questa storia il Male è abitudine, normalità, consuetudine.  La questione razziale ai tempi della Grande Depressione non è, infatti, una questione. Ci sono i neri,  bestie da lavoro e carne da macello, e ci sono i bianchi, signori e padroni di ogni cosa. Nessuno s’interroga in merito, perché è esattamente così che deve essere. L’ha voluto l’uomo, o addirittura Dio.

Nel profondo Sud Americano di Erskine Caldwell, nessuno vede la gente di colore come gente, nemmeno i neri stessi si percepiscono come esseri umani, tanto è profonda l’oppressione, lo svilimento e l’umiliazione con cui convivono da generazioni. Persino chi si rivolge loro con gentilezza, lo fa con la gentilezza riservata alle bestiole da compagnia, gattini o cuccioli di cui ci si può anche stancare presto.  È la razza che separa questi due mondi, e in mezzo c’è una voragine spaventosa fatta di ignoranza e alimentata dall’odio e dalla paura.

Per il sospetto di uno stupro commesso da un nero ai danni di una ragazza bianca è perfettamente inutile indagare, o passare attraverso i canali ufficiali: il negro va punito, subito, come si punirebbe un animale la cui vita non vale nulla. Come un animale va braccato, intrappolato e infine ucciso. In un mondo straordinariamente vicino al nostro, in cui non solo un Presidente di colore è un sogno, ma anche una risibile blasfemia, l’unica risposta per il sospetto di un crimine nero è il linciaggio, vissuto come sport, momento comunitario, tradizione.  I bifolchi bianchi si armano, si radunano, si dilettano dell’inseguimento come per una battuta di caccia alla volpe.

La comunità nera, tollerata solo in quanto forza lavoro,  vive un’esistenza da campo di concentramento, ammassata in baracche ai margini della città dove un bianco arrabbiato può entrare in qualsiasi casa, stuprare, torturare e uccidere, certo della propria impunibilità. La cosa più vicina a noi, che può trasmettere l’idea della vita dei Neri nel Sud Americano Bianco e Razzista, è infatti Auschwitz, o Buchenwald.  Uomini ridotti a cose, crudeltà  trasformata in consuetudine,  omicidio come sfogo e intrattenimento.

Lettura facile e non facile insieme: la leggerezza e l’humour sottile di Caldwell affascinano e raggelano come i filmati di incidenti mortali o di catastrofi naturali. Una lettura che ti disturba e ti cambia, che ti impone di pensare e sentire il dolore dell’altro nel modo più inaspettato, ovvero mostrandoti come un intero villaggio di bianchi non senta davvero nulla e trovi normalissimo ammazzare un ragazzino nero così, come se fosse un cane disubbidiente. Davvero un gran bel libro.

Autore: Erskine Caldwell
Titolo: Fermento di luglio
Titolo originale: Trouble in July
Traduzione di: L. Briasco
Editore: FAZI
Collana: le strade
Pagine: 188
Prezzo: € 17,50
Data pubblicazione: 30 gennaio 2014

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