Expo 58 – Jonathan Coe

L’ultimo romanzo di Jonathan Coe, Expo 58, è un romanzo che si discosta dalla precedente produzione dello scrittore inglese, eppure rivela la comune paternità; un libro che ha già suscitato pareri controversi fra gli estimatori di Coe.

copertina coeIl problema è che quando uno scrittore ha donato al suo pubblico delle letture sferzanti e avvincenti come La banda dei brocchi, Circolo chiuso e La famiglia Winshaw e dei piccoli capolavori come La casa del sonno e La pioggia prima che cada, è molto difficile restare allo stesso livello: per i fan è quasi scontato avere una delusione, perché qualsiasi cosa si avvicini ai precedenti romanzi sarebbe solo una brutta copia e qualsiasi tentativo di innovazione verrebbe visto come una sorta di tradimento. Eppure Thomas Foley, il protagonista di Expo 58, è il classico protagonista di Coe, un inglese medio, un po’ ingenuo, da rasentare quasi la stupidità in alcuni frangenti – Coe sostiene di identificarsi in lui – travolto dagli eventi della storia, eventi che non comprende e a cui riesce a partecipare solo marginalmente, suo malgrado.

Non è facile l’approccio a questo libro: i primi due capitoli che servono a farci immergere in questa storia, ambientata nel 1958, in piena guerra fredda, in un’Inghilterra estremamente conservatrice, dove ancora la beat generation non aveva mosso i suoi primi passi e i Beatles erano ancora poco più che bambini, sono piuttosto tediosi e solo un fan di Coe o una persona fortemente motivata riesce a superarli indenne. Per chi è al suo ‘primo Coe’ potrebbe essere un incentivo ad abbandonare il libro, se non addirittura l’autore, e questo sarebbe davvero un peccato. Perché già dal terzo capitolo il libro si apre a un’ironia più o meno velata sull’essere inglesi; come quando la madre del protagonista, una belga approdata in Inghilterra durante la prima guerra mondiale, cambia il suo nome perché ritenuto troppo difficile dagli inglesi: da Marte Hendrickx a Martha Hendricks (mentre il lettore si tuffa in un giochino in pieno stile ‘caccia alle differenze’).

O come l’architetto del padiglione britannico dell’esposizione, James Gardner, al ricevimento ufficiale al ristorante dell’Atomium che si lancia in un’invettiva contro il conservatorismo e il nazionalismo inglese e poi, subito dopo…

Mr Gardner fu interrotto, a questo punto, da una cameriera che portava un vassoio di formaggi. Ne prese due fette con il coltello e le posò con cura sul piatto di Thomas, poi sospirò. “Cosa non darei per un pezzettino di buon Cheddar piccante, e un po’ di Wensleydale dello Yorkshire,” disse. “Ha provato questa roba olandese? Sa di cera di candele.”

O ancora il velato confronto fra gli inglesi, che non sono disposti a imparare nessun’altra lingua straniera – neanche Foley, che pure ha la madre belga – salvo poi considerare ‘fortunate’ le duecentottanta giovani che vengono scelte come hostess dell’Expo, perché parlano quattro lingue: francese, tedesco, olandese e inglese.

Thomas è un entusiasta del progresso: la sua missione a Bruxelles lo fa sentire una parte attiva di esso e, sebbene non capisca completamente la fisica nucleare, è convinto che cambierà il mondo. In meglio.

La domenica precedente aveva versato sherry a sua moglie e a sua madre a Tooting, il preludio di un interminabile pranzo familiare in cui non era stato detto niente che fosse degno di nota, non era accaduto niente di interessante. Proprio allora, aveva iniziato a sentirsi quasi trascinato verso la follia dalla compiaciuta tranquillità di quel sobborgo letale, dal travolgente senso di indifferenza verso i grandi eventi che si stavano verificando nel mondo più vasto. Ma adesso, solo quattro giorni dopo, per una sorta di miracolo, era già stato catapultato nell’epicentro stesso di quegli eventi. Qui, nei prossimi sei mesi, sarebbero state riunite tutte le nazioni i cui complessi rapporti, i cui conflitti e alleanze, le cui dense, intricate storie avevano forgiato e avrebbero continuato a forgiare il destino dell’umanità. E al centro di tutto ciò, c’era questa fulgida pazzia: un gigantesco reticolo di sfere, interconnesse, imperiture, ciascuna emblematica di quella minuscola unità che l’uomo aveva imparato a dividere solo recentemente, con conseguenze a un tempo allarmanti e meravigliose: l’atomo. La sola vista gli faceva battere forte il cuore.

Ed è così infervorato dal progresso e dalla ‘fratellanza fra i popoli’ che l’Expo 58 vuole creare, da non accorgersi che proprio davanti ai suoi occhi è dipanata una fitta rete spionistica, e che tutti coloro che crede suoi amici stanno in realtà recitando un ruolo su una scacchiera di cui lui è un semplice e ingenuo pedone, ma un pedone che qualcuno ha tutte le intenzioni di utilizzare per dare scacco al re.

AtomiumSiamo negli anni in cui i libri di Ian Fleming riscuotono un enorme successo, la spia per antonomasia è James Bond, ma il nostro Thomas, per quanto un bell’uomo – alcuni lo paragonano a Cary Grant, altri a Dirk Bogard – è un ragazzo inglese qualunque, con un’intelligenza nella media e un’ingenuità quasi snervante. Il suo (inconsapevole) coinvolgimento in questa rete spionistica è proprio una sorta di parodia di 007, in particolar modo quando viene affiancato da Mr Wayne e Mr Radford, due personaggi grotteschi, che quasi sdrammatizzano la serietà di una situazione in cui ci sono vite in gioco, con un effetto simile al gatto e alla volpe di Collodi, quando non addirittura all’angioletto e al diavoletto sulla spalla di Foley. Essi infatti compaiono proprio nel momento in cui Thomas si sente la coscienza sporca: quando decide di non portare la moglie e la figlioletta a Bruxelles con lui; quando invita Anneke, la hostess belga, alla festa di inaugurazione del Britannia, il pub che è andato a sovrintendere a Bruxelles; quando tradisce la moglie. E sono sempre pronti a chiudere i loro confusionari ed esilaranti incontri con la stessa frase: “Si ricordi bene una cosa: questa conversazione non ha mai avuto luogo.”

Il capitolo ‘epistolare’, poi, in cui Thomas e Sylvia mantengono i contatti fra Belgio e Inghilterra, raccontandosi gli avvenimenti degli ultimi giorni con una nonchalance atta a stimolare la gelosia dell’altro sotto uno zuccheroso e finto romanticismo, è un piccolo capolavoro, un classico di Coe per spezzare la narrazione lineare utilizzando altri mezzi – che possono essere dei racconti scritti dai protagonisti o delle lettere, appunto – per approfondire i personaggi.

Il risultato è un mix fra un libro di Le Carrè e un film di Peter Sellers, carico di ironia tipicamente British, con equivoci e colpi di scena ‘alla Coe’, non ultimo il legame fra Thomas e la protagonista de La pioggia prima che cada, Rosamond. Si scopre infatti che quella Gill che ascolterà le cassette della zia con le figlie Catharine ed Elizabeth per ritrovare Imogen è proprio la ‘piccola Gill’ che Tom ha lasciato neonata in Inghilterra, prima di imbarcarsi nella sua avventura belga.

Un buon romanzo, ma certamente non il miglior Coe, da leggere senza preconcetti. Solo così, infatti, si potrà godere delle situazioni paradossali e dell’autoironia di Coe, che strappano più di una sonora risata.

Autore: Jonathan Coe
Titolo Originale: Expo 58
Traduzione di Delfina Vezzoli
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 288
Prezzo: € 17,00
Data pubblicazione: 28 agosto 2013

2 Readers Commented

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  1. Sandra on 11 Novembre 2013

    a me è piaciuto moltissimo, non ho rimpianto gli altri Coe, nonostante li abbia amati con una forza esagerata, al punto di aver scelto di andare in viaggio di nozze in Scandinavia per visitare Skagen teatro di scene importanti ne La banda dei brocchi, Credo sia un romanzo diverso, insomma ci sono autori che scrivono 100 libri tutti uguali, Coe non è tra questi. Io lo amo.

    • Gabriella Parisi Author on 12 Novembre 2013

      Sì, anche a me è piaciuto molto, sebbene – lo ripeto – i primi due capitoli possano risultare un po’ pesanti. Lo dico perché ho provato a farlo leggere a un ragazzo che non aveva mai letto Coe e non è riuscito a proseguire nella lettura, allora mi sono messa nei suoi panni e ho cercato di comprendere il perché non lo avesse digerito. Peccato! Perché subito dopo si scatena l’ironia.
      Io, per principio, non leggo mai un libro prevenuta, e questo alla fine mi ha divertita moltissimo. Anche a me piace che un autore vari – sebbene il suo DNA letterario si riveli, qualsiasi cosa scriva – e trovo Coe piuttosto bravo in questo, il che lo rende uno scrittore geniale, secondo me.
      Diciamo che ha scritto cose migliori, ma questo è un buon libro.

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