Probabilmente, il 2012 sarà ricordato come l’anno dello sdoganamento del BDSM nella letteratura di consumo. Le evoluzioni di Ana e Christian hanno risollevato le asfittiche sorti della Mondadori e hanno portato nella mente di migliaia di lettrici l’idea che “catene è bello, frustino è meglio.” 

Poi sono arrivati i vari emuli e contaminatori, di qualità più o meno raccapricciante, che stanno invadendo e saturando in fretta il mercato. Ma c’è chi ha deciso di guardarsi indietro e di tornare alle origini.

È delle settimane passate la notizia che la Bompiani ha ripubblicato il primo, vero capolavoro dell’eros sadomaso del Novecento. Histoire d’O, pubblicato per la prima volta nel 1954 in Francia, è e rimane il più forte, sovversivo, crudele e sensuale romanzo sadomaso che una donna abbia scritto. E, con buona pace delle estimatrici della James, la sua carica erotica è lontana anni luce dalla trilogia.

O è una giovane donna che accetta per amore del suo amante di diventare una schiava sessuale. Quando si parla di schiavitù, si parla di una sottomissione che non è confinata al sesso e alle camere da letto ma a tutta la vita, i pensieri e la persona di chi accetta. L’amante la porta a Roissy, una località poco distante da Parigi dove uomini la usano per il proprio piacere sessuale. Lei non è sola: altre giovani donne hanno accettato questo stato di cose. La condizione di O e delle altre schiave si traduce in mortificazioni, rapporti sessuali di ogni tipo, nell’impossibilità di disporre del proprio corpo.

L’idea è forte. O non è come Ana, che si trova a dover subire frustatine e sculacciate ricevendo in cambio un marito, una “paccata” di soldi e la promessa del (vero) amore. O è davvero una schiava. Questo si traduce in cambiamenti concreti: dal fatto di non poter più indossare reggiseni o biancheria intima che impedisca agli uomini della cerchia di Roissy di poterla usare nella maniera che più desiderano, al quello di essere ceduta dall’amante a un altro uomo, Sir Stephen. Sebbene schiava priva di dignità, O si invaghirà fino al punto di accettare di essere marchiata con le sue iniziali per esprimere definitivamente il possesso dell’uomo.

Attenzione, però. Nessuno degli uomini la ama veramente. È solo O che accetta e si affida a loro consapevolmente. Difficile comprendere le motivazioni della donna. È colta, bella, disinibita e con un lavoro appagante nel campo della moda. In questo cammino, O scoprirà e godrà appieno della propria bisessualità, e essa stessa condurrà una giovanissima ragazza a Roissy. Ma, nel medesimo tempo, la protagonista sconterà il dolore di non poter essere amata e comprenderà che l’unico modo che ha per restare accanto a Sir Stephen è accettare il suo cieco dominio.

Raffinato e brutale, Histoire d’O non è roba per adolescenti che cercano una variante della storia di Cenerentola con un po’ di peperoncino. Quando fu pubblicato nel 1954, dopo un’accoglienza tiepida, il romanzo esplose e divenne un vero e proprio caso letterario, alimentato anche dallo pseudonimo – Pauline Reagé – dietro cui si nascondeva l’autrice. Anzi. I benpensanti dell’epoca, non riuscendo ad accettare che un libro così forte e libero potesse esser scritto da una donna, ne attribuirono la paternità a svariati intellettuali francesi, tra cui lo stesso editore. Definito da alcuni un pastiche per via di alcuni elementi come gli stravaganti costumi di stile settecentesco che indossano le donne a Roissy o i richiami alla scrittura del marchese De Sade, Histoire d’O rappresentò nella Francia del dopoguerra una vera e propria rivoluzione.

Per la prima volta si comprendeva che anche le donne avevano un immaginario erotico forte, che era legato al sentimento e che erano capaci di decidere e di scegliere in maniera consapevole e spiritosa di disporre del proprio corpo non solo per la procreazione ma anche per il piacere fine a se stesso.

In Italia, il romanzo non fu pubblicato che nel 1971, dopo la rivoluzione sessuale e l’inizio del femminismo. Paradossalmente fu proprio il movimento che inneggiava alla parificazione della condizione della donna a consentire che Histoire d’O fosse pubblicato e che le donne potessero scoprire un modo diverso di vivere la sessualità. Era arrivato in maniera clandestina, in verità, grazie a delle edizioni francesi che circolavano sotto silenzio poiché la censura non aveva concesso il benestare fino ad allora.
Quando fu pubblicato, si accesero le polemiche per quel libro scandaloso in cui le donne giravano nude e accettavano qualunque tipo di sopruso; ma come accade in Italia – terra di vizi privati e pubbliche virtù – le copie della prima edizione finirono nel giro di pochi giorni.

 

Nel 1994, poi il New Yorker rivelò l’identità dell’Autrice: Anne Desclos, traduttrice, membro della Resistenza Francese, poetessa e componente del comitato di lettura della Gallimard. Lei, bisessuale dichiarata e amante di intellettuali francesi, era riuscita a mantenere l’anonimato fino all’età di 87 anni, alimentando il mito proprio e dell’opera che aveva scritto. Qualcosa di ben diverso dalla signora James che, dopo le fan fiction, si è lanciata adesso nell’impresa di promuovere il proprio manuale di scrittura creativa. Oggi, dopo l’invasione nel porno rosa negli scaffali delle librerie, scegliere di ripubblicare questo testo può apparire anacronistico, forse anche naif.
Non è così.

Chi vi scrive ha letto questo romanzo alcuni anni fa. L’ho ripreso dopo la tempesta delle Sfumature. Lo stile, la scrittura, ma soprattutto la forza dirompente delle scene e dei dialoghi di Histoire sono ancora lì, potentissimi e sconvolgenti. La narrazione è disturbante ma nello stesso tempo non è volgare; sensuale ma non sessuale.

Si tratta di alta letteratura. Ed è tale proprio al di là delle pagine e delle vicende narrate che possono apparire scabrose. O mantiene una sorta di fedeltà a se stessa e al proprio corpo: nella rinuncia a se stessa vi è una consapevolezza più forte, quella di riuscire a essere una donna così libera da poter rinunciare alla propria dignità. Quando scoprirà che non esiste amore da parte dei suoi padroni e che comunque, non è abbastanza, la protagonista accetterà le conseguenze a testa alta, così come testimonia l’ultima scena del romanzo. Una rinuncia del sé definitiva, senza nulla in cambio.

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