C’è chi si gode la vita, c’è chi la soffre, invece noi la combattiamo.

Avevo adocchiato questo libro già da qualche anno, spinta dalla curiosità di leggere la struttura di un mondo al di fuori della società, quello criminale. Quella volta ne lessi solo qualche pagina a casa di un amico e poi, passando ad altre letture, me ne dimenticai. Un paio di settimane fa, durante una conversazione con un conoscente, questo titolo, che nel frattempo era rimasto sommerso nella lista dei “Leggerò!”, è riaffiorato nella mia mente. Mi sono detta che era giunto il momento di affrontarlo e così ho fatto.

Il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista, Kolima, ormai adulto e nel mezzo di una guerra, nelle vesti di un militare russo. Si presenta come un giovane nato e cresciuto in una rigida comunità siberiana e fin qui niente di strano, solo che questo consorzio umano è composto da criminali e quindi ben lontani dalla definizione borghese di Società. Eppure hanno usi, costumi, codici di comportamento e un forte senso del sacro. Rivelano una religiosità tutta loro pur violando buona parte dei 10 comandamenti. E hanno un senso tutto loro della giustizia che si può riassumere in questa frase: “La giustizia umana è orribile e sbagliata, per questo motivo solamente Dio può giudicare. Peccato che in alcuni casi noi siamo obbligati a superare le sue decisioni.”

Professano il rispetto per ogni essere vivente, ma poi educano i figli ad uccidere facendoli esercitare su carcasse di animali per passare poi a togliere la vita a piccoli animali domestici. La galera non sembra una punizione, ma una scuola educativa da cui prendere spunto una volta in libertà. Insomma, mi sembra una comunità ricca di contraddizioni, rilevate, d’altronde, dallo stesso Kolima. Ci sono però passi molto interessanti come le credenze siberiane legate al coltello, arma sacra, al rituale del tè e al tatuaggio. Quest’ultimo non viene inciso, ma “sofferto” perché tra le sue linee si racconta un’esperienza dolorosa e il tatuatore, in questo caso, non è un criminale, ma una sorta di sacerdote. La persona di nonno Kuzja, punto di riferimento di Kolima quando attanagliato da dei dubbi interiori, vale la lettura tutto il libro e alcune sue considerazioni, ad esempio sulla felicità, meritano di essere qui riportate:“Gli uomini nascono felici, però si auto convincono che la felicità è qualcosa che devono trovare nella vita.” Oppure la distinzione tra uomo e animale: “Lo sai perché Dio ha dato all’uomo una vita più lunga di quella degli animali? Perché gli animali seguono il loro istinto e non sbagliano mai. L’uomo vive seguendo la propria ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un’altra per poterli capire e una terza per cercare di vivere senza sbagliare.”

I personaggi più autorevoli all’interno della comunità siberiana sono, paradossalmente, quelli che probabilmente, senza le violenze, le deportazioni forzate, le torture e le imposizioni dell’esercito sovietico non sarebbero diventati affatto dei delinquenti. La rabbia che percorre la narrazione si dirige in particolar modo contro la macchina sovietica, di cui ne è massima espressione la polizia, a cui si ribellano con ferocia per lo sradicamento sociale subito per il bene della collettività. Curiosamente, con la loro cultura criminale della condivisione e del sostegno reciproco, rappresentano la stessa struttura sociale che combattono. Per ironia della sorte, loro così ribelli e attaccati alla loro libertà, alla fine non sono nient’altro che: “proprietà del governo”. Il protagonista denuncia l’URSS che si è macchiata di crimini ben peggiori come la persecuzione dei disabili e chiude un occhio sulle violenze sessuali e omosessuali perpetrate nelle carceri. Diversamente, spiega Kolima, nella sua comunità i disabili sono considerati Angeli di Dio e vanno protetti con ogni mezzo, mentre gli abusi sessuali e gli omosessuali sono disprezzati talmente tanto da attuare una serie di regole che impediscano di contrarre una qualche forma di contagio. Leggendo tutte queste cose ho provato un forte senso di pesantezza e di sconforto e molto spesso mi è venuto in mente un proverbio raccontatomi da un amico che conosce molto bene le popolazioni slave in generale, che dovrebbe recitare più o meno cosi:

“Più a est vai e più sofferenza trovi”.

Il senso del tragico è fortissimo e inevitabile. Grazie al cielo, la figura di Mel, un po’ tonto e fedele ombra di Kolima, stempera un po’ il clima descritto e dominato dalla legge del taglione. L’unica domanda che sembra affiorare alla mente di diversi lettori è: “Sarà tutto vero?”

Autore: Nicolai Lilin
Titolo: Educazione siberiana
Casa Editrice: Einaudi
Collana: Super ET
Pagine: 348
Prezzo: € 12,50
Data di pubblicazione: 16 marzo 2010 (prima edizione 3 aprile 2009)

the author

Laureata in Lettere e Filosofia con magistrale in Scienze del Testo e del Libro presso la Facoltà di Udine. Ex libraria, articolista, scrittrice di brevi racconti per hobby, Rita recensisce seguendo le sue inclinazioni. Curiosa e portata al dialogo intravede nella lettura l'opportunità di una continua crescita intellettuale mentre la scrittura è, a suo parere, un dono attraverso il quale esprimere e condividere idee, emozioni e intuizioni.

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