Diego Agostini, l’urgenza della scrittura

Dopo la lettura del libro La fabbrica dei cattivi (QUI la recensione) in cui ho coinvolto una mia alunna appassionata lettrice Mariagrazia Fasano, grazie alla carinissima disponibilità dell’autore abbiamo potuto approfondire la sua conoscenza rivolgendogli alcune domande che sono nate da nostre curiosità.

Nella vita riusciamo a ottenere poche certezze, e sicuramente una di queste è che la legge non è mai in torto. La lettura del libro però sconvolge, e porta a pensare che anche i buoni, coloro che dovrebbero essere giusti, sono in realtà i più malvagi. Cosa l’ha spinta a mettere in dubbio e a far crollare quelle sicurezze che ci vengono fornite ogni giorno nei film, notiziari e giornali?

Anzitutto, grazie per avermi invitato su Diario di pensieri persi. “Non si dovrebbe essere mai certi di niente” diceva Bertrand Russell. Infatti la certezza rassicura, fa spegnere il ragionamento, blocca il cambiamento. Quindi ben venga il mettere in crisi le certezze, ci aiuta a crescere! Da tempo faccio l’esercizio di sfidare le mie credenze consolidate: è probabile che proprio là si annidi la possibile manipolazione. È la scoperta che fa Alex, certo che i “cattivi” siano veramente cattivi, quando qualcuno dà questa qualifica proprio a lui, che si sente “buono”. Altra convinzione che cade è che la legge sia diversa dalla sua applicazione: la prima può anche non essere in torto, la seconda sì. E ciò accade proprio se, paradossalmente, l’applicazione è seguita alla lettera. Nel libro cito Truman show. Chi non ricorda il momento in cui il protagonista scopre che l’ascensore è finto? È l’innesco della rivelazione. Ma al contempo risolve anche uno stato di disagio che da tempo incombeva su Truman. Un disagio che tutti sperimentiamo ogni giorno, ecco perché abbiamo bisogno di rivelazioni, e le possiamo ottenere solo mettendo in crisi le nostre certezze.

Ciò che non si riesce ad accettare, leggendo il libro, è il senso di impotenza e mancanza di libertà. Come riesce Alex a restare lucido in una situazione così allucinante e inammissibile?

Alcuni hanno definito la storia “claustrofobica”. Ci ho ragionato su molto. È vero, Alex è spesso angosciato quando viene rinchiuso. Ma non è questo il tipo di claustrofobia che colpisce il lettore. L’ansia che assale nei luoghi chiusi è una metafora, una proiezione. Piuttosto, ciò che angoscia di più è la chiusura nelle relazioni, l’annullamento dei parametri di comunicazione, la privazione delle informazioni. Tutto ciò genera una claustrofobia più forte, la prigionia dei pensieri. Ma i pensieri non possono essere imprigionati! Quando Alex si accorge che la partita si gioca più nella sua mente che nello spazio fisico, risponde con l’unica arma possibile: quella cognitiva. Cioè, ragiona. È un braccio di ferro: privazione di informazioni contro capacità di analisi. Prevale la seconda. È ciò che permette ad Alex di riscattarsi, non facendosi piegare dalla situazione ma spostandola su un altro terreno di gioco e vincendo su un piano diverso.

Ciò che primeggia è il senso di ingiustizia nei confronti del protagonista. Perché il sistema, quotidianamente, sembra si ostini a opporsi a coloro che, comunque sia, trasgrediscono la legge in modo leggero o inconsapevolmente, esagerando a dismisura?

Semplice: perché i sistemi si sclerotizzano, a poco a poco perdono il vero senso della missione e ciò che prima era il mezzo, poi diventa il fine. Così, nel sistema che Alex sperimenta, l’arresto non è il mezzo per assicurare i malviventi alla giustizia ma è diventato il fine in sé. Arrivato a questo punto, accade che il sistema prenda comode scorciatoie: è più facile mettere le manette a un turista collaborativo e inconsapevole, piuttosto che a un pericoloso omicida. Di arresto sempre si tratta, dopotutto. Per la statistica uno vale uno.

Un punto di forza della vicenda mi è sembrato il legame tra Alex e Mara. Ciò vuole indicare come l’amore e la fiducia, anche in casi estremi, possano essere un’ancora di salvezza?

Che splendida osservazione. Certamente sì! Ne Il viaggio dell’eroe Christopher Vogler afferma che il protagonista in una storia è colui che genera l’azione risolutiva. Se pensiamo al mio romanzo, Alex non risponde a questo requisito. Il vero eroe lo si percepisce in filigrana: è il rapporto fra Alex e Mara. È questo l’elemento vincente, il vero soggetto, quello che viene messo a dura prova e reagisce resistendo indenne alle pressioni enormi cui è sottoposto. Anche in questo senso il mio romanzo smantella la figura tipica dell’eroe, togliendola a un soggetto e consegnandola a una relazione.

La sua attività professionale l’ha evidentemente aiutata a scendere nella mente e nell’animo di Alex e di Mara, è riuscito sempre a mantenere la giusta distanza tra sé e questi personaggi?

Direi di no, perché Alex utilizza tutto di me: la mia competenza, le mie conoscenze, i miei ricordi. Da tempo desideravo staccarmi dai saggi di psicologia che ho scritto finora per sperimentare, cercando di veicolare gli stessi concetti attraverso la narrazione. Inevitabile dunque lo riapparire attraverso un personaggio. Per quanto riguarda Mara, è una “vittima occulta” che non fa la vittima, e attraverso la sua figura ho espresso la mia ammirazione per una forza interiore tipicamente femminile che Alex, come maschio, non possiede.

Quale è l’autore italiano e straniero contemporaneo che preferisce e quale il motivo?

Ultimamente mi sta appassionando Jo Nesbo, per la sua abilità nella costruzione del racconto e per come sa ingaggiare il lettore in modo intelligente. Trovo straordinario come nella narrazione riesca a tenere sempre conto di chi lo sta ascoltando. Va da sé che ami il suo personaggio Harry Hole, un essere umano pieno di fragilità che nonostante le tirannie subite non abbandona il suo forte senso di giustizia. Esattamente l’opposto rispetto alla costruita sicurezza di sé del detective Strate nel mio romanzo, che utilizza la legge con ipocrisia per alimentare il suo eroismo di facciata. Quanto all’autore italiano… Matteo Curtoni. Per la plasticità del suo stile. Ma qui temo di essere di parte: è un mio caro amico, mi ha dato consigli preziosissimi. Lo considero il mio mentore.

Sta già pensando a un prossimo romanzo?

Penso che pubblicare un romanzo sia il risultato di un processo complesso. Un lungo lavoro di elaborazione interiore che supera una soglia importante, quella che fa chiedere a chi legge di impegnare qualche ora preziosa della propria vita. Per questo anch’io sono contagiato dal fascino di casi come quello di Salinger o di Kerouac. Atti coraggiosi, un po’unici, espressione quasi violenta di qualcosa che sta dentro e che si esprime attraverso le parole di una storia. Quasi la spinta di una missione. Scrivo molto per me stesso, ma penso che pubblicherò ancora solo quando avrò la sensazione che mi ha guidato nella stesura della “Fabbrica”: quella certezza improvvisa e forse irrazionale che il lettore possa essere in qualche modo arricchito da ciò che stai per scrivere. Grazie ancora per l’intervista.

Il confronto fra il mio giudizio positivo sul libro e quello di Mariagrazia, un’adolescente innamorata dei libri e mai paga di leggere,  potrete voi stessi esaminarlo:

Il libro mi è piaciuto, anche tanto. Mi ha tenuta con il fiato sospeso fino alla fine, grazie anche al ritmo incalzante che accresceva l’ansia e la curiosità. La lettura del romanzo ti stravolge, soprattutto pensando che la vicenda non è frutto di fantasia, ma reale; tutto ciò che è narrato è accaduto e continua ad accadere. Crollano le poche certezze, che possediamo e il mito americano della giustizia viene quasi del tutto a mancare. Si è oppressi dalla perdita della libertà vera e propria, non quella idealizzata da noi giovani; si perde la libertà di opporsi, ribellarsi, testimoniare la verità. Si è impotenti, proprio come Alex. Complimenti davvero, questo è un libro che ti cambia.

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico "Publio Virgilio Marone". Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

1 Readers Commented

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  1. Anonimo on 7 Febbraio 2014

    Una domanda sull’orrida copertina, no? Ahahah.
    Scherzi a parte, il libro sembra essere interessante non solo grazie all’efficacia delle domande poste, ma anche per la indiscutibile preparazione dell’autore.
    Ultimamente la stragrande maggioranza degli scrittori di cui leggo menano sempre il discorso sulle emozioni, sull’immedesimarsi e tutta ‘sta roba qua.
    Non volendo assolutamente criticare tale approccio “emozionale” alla lettura (ultima spiaggia davvero per la nostra educazione sentimentale), però mi sembra giusto spezzare una lancia a favore di uno scrittore esordiente, che, nell’urgenza della scrittura, ne individua non soltanto le cause, ma anche e soprattutto le modalità di approccio all’arte della parola scritta.
    Agostini è credibile, convincente. Prossimamente sulla mia libreria, grazie a DPP per avermelo fatto conoscere!

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