C’era una volta Lisa Jane Smith… c’è ancora, se è per questo, ma un giorno a questa scrittrice americana, come ce ne sono moltissime – di quelle che producono a raffica pacchetti completi studiati apposta per il target di lettori che si sono scelte – venne in mente la storia di un triangolo amoroso a tema vampirico. Siamo ai primi anni Novanta, quando i vampiri erano già un trend, ma non certo come ora; per intenderci siamo prima del fenomeno Twilight di Stephenie Meyer.

the-vampire-diaries-saison-1-serie-creee-par-kevin-williamson-4472867ihrzc-300x243_largeIl fulcro della discussione non vuole essere qui la dignità autoriale di queste scrittrici, sulla quale si è discusso e ancora si potrebbe discutere parecchio, bensì sull’idea centrale della saga della Smith e della sua, per così dire, fecondità immaginativa: una ragazza, Elena, è amata e contesa fra due vampiri, Stefan e Damon Salvatore, due fratelli che sono uno buono e uno cattivo. Come vedremo, a turno. Lei è la copia (doppelgänger) di una vampira molto più antica, la perfida Katherine, disperatamente amata da entrambi i fratelli.

Il nucleo narrativo è molto semplice, ma intrigante: garantisce il romance a tutto tondo e il mistery, grazie al fattore “zanne”. Per questo nel 2009 è partita la serie televisiva della CW che, tributando la paternità dell’idea a Lisa Jane Smith, ha però sviluppato la storia abbastanza diversamente. I vampiri non sono nati nel 1400 in Italia, ma negli Usa della Guerra Civile del 1861-64. La cittadina si chiama in un altro modo e via così, con una serie di differenze che consentono alla serie The Vampire Diaries di procedere autonomamente e di garantire agli spettatori colpi di scena sempre nuovi, accuratamente predisposti con studiata efficacia da Kevin Williamson e Julie Plec, senza essere vincolata alle vicende narrate dalla Smith.

Kevin-Williamson-and-Julie-Plec_240Qui si dovrebbe menzionare l’importanza delle serie televisive al momento attuale nel panorama mondiale, ma soprattutto anglosassone: sono più profonde e ben fatte di molti film, consentono agli sceneggiatori, grazie alla lunga serialità, complessità narrative impensabili nel breve momentum del cinema; sono amate anche da attori molto importanti, che possono approfondire i propri personaggi in modo professionalmente fecondo, permettono uno studio sull’immagine e sull’originalità della fotografia, dei costumi, della concezione generale, sfociando in capolavori da tutti ritenuti tali e per questo pluripremiati dalla critica. C’è anche da dire che alle Case di produzione interessano gli ascolti per la pubblicità e, per questo, più il fandom di una certa serie si sviluppa e meglio è; a questo fine, dunque, ogni mezzo è buono. Eppure, il fatto meramente commerciale non toglie né la libertà creativa né impedisce una condivisione ampia fra fan, attori, sceneggiatori e giornalisti attraverso i social network, che è insieme mezzo (per aumentare lo share) e stimolo a una overdose comunicativa. Per questo una storia, come quella semplice e intrigante di un triangolo amoroso con zanne annesse, può diventare un microcosmo complesso, che fa scoppiare Twitter quando i protagonisti finalmente si baciano, ma che dà anche libero sfogo alle opinioni e ai pareri dei fan. Così una storia può anche deviare e cambiare rotta se un certo personaggio è particolarmente amato. C’è uno scambio continuo, un feedback che modifica le linee stesse del lavoro creativo.

Quindi, ricapitolando, da una saga letteraria è scaturita una serie televisiva, che però ha anche generato un’altra serie letteraria… Sì, perché Il diario del vampiro. I diari di Stefan è una serie di libri che è scaturita dalla serie TV. Dal 2010 negli Usa e dal 2011 in Italia per la Newton Compton:

Il diario del vampiro. I diari di Stefan: La genesi
Il diario del vampiro. I diari di Stefan: Sete di sangue
Il diario del vampiro. I diari di Stefan: Strane creature

e seguiranno probabilmente a breve le traduzioni italiane di
The vampire Diaries. Stefan’s Diaries: The Ripper
The vampire Diaries. Stefan’s Diaries: Asylum
The vampire Diaries. Stefan’s Diaries: The Compelled
Questi libri non sono stati scritti da Lisa Jane Smith, nonostante ci sia il suo nome in copertina. Sulla stessa campeggiano, peraltro, proprio i nomi di Kevin Williamson e Julie Plec; non è probabile, però, che loro abbiano avuto tempo di pensare ad altro se non alla serie di cui sono produttori esecutivi. La verità è che un ghost writer è l’autore di questi agili volumi, la cui caratteristica è dunque di aver abbandonato la serie canonica per fornire, invece, materiale all’universo creato dalla serie TV. Sin dalla prima annata infatti – ora negli Usa si sta svolgendo la terza – le vicende si svolgono al presente, ma si riferiscono al passato attraverso succosi flashback, letteralmente adorati dai fan. La saga de I Diari di Stefan si incarica di riempire il vuoto temporale fra la Guerra Civile, che per gli abitanti della ridente Mystic Falls fu in sostanza una guerra con i vampiri, e il presente in cui Elena Gilbert ha la ventura, ma non certamente il caso, di incontrare Stefan Salvatore, a scuola: ovvio. Ripercorrere le vicende di Stefan e Damon, dopo la trasformazione ad opera di Katherine, consente di approfondire la personalità dei due e le motivazioni che li portano a essere quello che sono nel presente della narrazione.

Detto questo, volendo osservare il fenomeno con una carrellata che vada intorno, cosa non si fa per gli ascolti? Si potrebbe dire che la CW ha evidentemente stipulato un accordo con la Smith: lei consente che sia usato il suo nome per la nuova serie, sebbene non ci abbia “messo penna”, perché anche lei ci guadagna grandemente in popolarità e vendite; infatti, la sua serie canonica è ripresa a quasi dieci anni di distanza. Le viene tributata la paternità dello spunto di base e i libri della saga secondaria le fanno pubblicità. Questi ultimi pescano fra gli affezionati della Smith, i fan della serie e anche i nuovi adepti eventualmente, con la diretta conseguenza che anche l’universo di riferimento si arricchisce. Detto questo, si può attribuire un valore a questi libri? Oltre a quello di fornire altri dati di contesto a un universo che, di per sé, si arricchisce moltissimo da solo?
Stiamo parlando infatti delle risorse emotive e creative che, intanto, i fan della serie e dei libri effondono nei siti e nei forum a ogni episodio mandato in onda, sia quelli che arrivano in chiaro in Italia, sia quelli seguiti direttamente dai canali americani. C’è passione, c’è approfondimento di analisi psicologica e coinvolgimento emotivo che cementano gli interessi e la condivisione dei fan. Sappiamo che ai personaggi cinematografici e televisivi ci si affeziona, ma le serie sono anche l’occasione per riflessioni filosofiche e morali (ebbene sì!) che si collegano col vissuto di ognuno. Le passioni dei nostri beniamini ci fanno esprimere pensieri e giudizi che sono una elaborazione dei nostri sistemi cognitivi e morali. Osservare tutto ciò è molto interessante e la pop filosofia dovrebbe rifletterci su, se non lo sta già facendo, perché è una palestra in cui si mettono alla prova le concezioni personali e comuni, quelle opinioni di una certa fascia di popolazione che è poi quella centrale della nostra società.

Un fatto però è da notare, parlando di fiction: con i telefilm è diverso che con i libri, perché in più ci sono gli attori, con le loro interpretazioni in cui mettono se stessi, danno stoffa, profondità, nerbo ai personaggi e li rendono indimenticabili, nel bene e nel male. I fan, nel frattempo, si dividono ovviamente nello “shipping”,  favorendo l’una o l’altra coppia, e le ragazzine popolano i loro sogni con i loro eroi virtuali, ma questo è il minimo. Anche i giornalisti, quelli americani soprattutto, al di là della loro organicità in questo mondo affaristico che vende sogni, si appassionano e, nel giudicare sconvolgimenti e svolte inaspettate, decifrano le implicazioni più “pesanti” e significative.

Peccato, però, che i libri non partecipino più attivamente a questo trend. Non sono un prodotto eccelso: è necessario dirlo. Anzi. Il ghost writer sta facendo un lavoro pulito e, come qualcuno lo ha definito, “aggraziato”; non scrive male, procede in maniera semplice e a volte si riconosce davvero la verve dei personaggi, ma non è la stessa cosa. I Diari di Stefan non sono capolavori. Un lavoro onesto come quello della saga dei Diari di Stefan non dà la stessa soddisfazione che danno le puntate della serie, nemmeno lontanamente. Sono pallidi al confronto, rispondono a un target young adult senza troppe pretese, ma, pur partecipando al trend di questi universi condivisi in cui da una serie scaturiscono fumetti, giochi di ruolo, videogiochi e fanfiction che creano un sistema creativo interessante, non mantengono le promesse in maniera soddisfacente. Ogni tanto, con un brivido, si riconosce il guizzo di un sopracciglio di Damon Salvatore o il carattere di  Katherine Pierce, oppure si “svelano retroscena” che rendono comprensibili comportamenti attuali dei personaggi nella serie, ma il tutto non è sufficiente e parla, in sostanza, di un’occasione mancata. Continueremo a leggerli forse, ma certo nell’operazione editoriale qualcosa delle potenzialità della storia è andato perso.
Il momento più interessante del lavoro creativo per una serie televisiva ben fatta deve essere sicuramente quando il team di sceneggiatori a tavolino sviscerano le svolte, i caratteri, le motivazioni, le sfumature e, di volta in volta, il personaggio viene cucito addosso all’attore o il contrario. Se questa operazione o una operazione simile si fosse potuta fare per questi libri, questi sicuramente sarebbero stati più godibili.

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