Il corpo non dimentica – Violetta Bellocchio

Lavare i panni sporchi in pubblico non è mai stato così di moda come adesso. Che siano malattie, disagi familiari o crisi depressive, l’autore in questione sciorina i propri malanni e cerca il consenso del lettore, talvolta anche il suo compatimento, proponendosi come un sopravvissuto alle tempeste della vita. A prima vista, Il corpo non dimentica, sembrerebbe rientrare in questo genere. Solo che, sin dalle prime pagine, ci si rende conto che non è così. È un testo duro, durissimo, e non ci si può permettere di fare i “turisti”, come dice la stessa autrice, nell’inferno altrui.

Quindi, è bene chiarire subito un punto: non è un libro per tutti. Non certamente un libro per chi ha la lacrima facile e vuole la rassicurazione finale e le colombe che volano nel cielo azzurro. Il corpo non dimentica è, essenzialmente, il diario di una dipendenza. Dall’alcool, per essere esatti. Un legame che si crea tra il corpo e la bottiglia, qualcosa che spossessa la persona della propria memoria, della dignità e della capacità di percepire l’esistenza in maniera sana. Non esiste un vero motivo che ha generato questo legame: l’Autrice lo spiega e non si risparmia, e non lo risparmia neanche al lettore.

“Per questo noi vi chiamiamo turisti, a volte. Voi volete vedere troppo, sentire meno. Voi volete allontanare la mano dal vetro. Volete sentirci parlare di noi, lo volete tanto, ma arriva sempre il momento in cui per voi diventa tutto troooooppo tossico, e ci chiedete per cortesia di smorzare i toni, perché, davvero, non è possibile. Pensate che niente possa minacciarvi – se tenete i piedi dentro la linea. La dipendenza è rinunciare alla linea.”

In questo volume, la vita vera si intreccia e si dipana attraverso linee irregolari, muovendosi lungo percorsi che si seguono il fluire dei pensieri, con persone e luoghi sempre diversi. In questo flusso di coscienza anarchico, i momenti della vita si snocciolano sotto gli occhi del lettore e, passo dopo passo, danno l’idea concreta di cosa significa essere un alcolista.

Spesso si tratta di assenze. Di vuoti di memoria, dove la paura e l’incredulità sono le vere padrone di una vita che non appartiene più alla sua proprietaria ma a un’altra persona che abita il suo corpo, che agisce per conto suo e che, alla fine, diventa essa stessa dipendenza. E quando ci si rende conto che giorni, mesi, anni sono andati perduti in un vortice in cui i ricordi vanno e vengono, a quel punto l’unica cosa che conta è sapere di poter restare in piedi. Sobria.

“Una binger perde il proprio senso del decoro e della proprietà a un certo bicchiere – all’ottava birra, al decimo shot, ognuna è differente – e da lì in avanti è tutto guadagno. Non esiste più nessuna cosa che non possa essere fatta; nessuna canzone non può essere cantata in quello stato. Niente vergogna. La vergogna torna indietro triplicata quando una cosa ti viene in mente, e ci pensi, che l’hai fatta davvero. Soprattutto: il tempo non esiste.”

Le sensazioni che questo libro trasmette sono molte, spesso poco gradevoli. Difficile immedesimarsi nella voce narrante: le emozioni sono contrastanti, tutte molto dure. Non ci sono sconti né una morale consolatoria o finalità di redenzione.

Si capisce che ciò che è accaduto nella mente dell’Autrice è qualcosa ancora in fieri, che la volontà di allontanarsi dalla bottiglia richiede esercizio e forza di volontà, e che questi sforzi non avranno mai fine. In una certa misura, questo libro mi ha riportato alla memoria le pagine di Doctor Sleep, dove Dan Torrance recupera le sue capacità e il suo coraggio – grazie alla rinuncia all’alcool – e come questa rinuncia richieda una volontà forte, che deve essere rinnovata ogni giorno. Ma, mentre nel caso di Dan il recupero comporta il coraggio di gestire le proprie capacità paranormali, per Violetta Bellocchio il rehab si traduce nella volontà di riappropriarsi della propria vita, ogni giorno. Di recuperare la memoria, di non sfuggire più allo specchio e alle stanze in cui ha abitato, di vivere e non di sopravvivere.

Il corpo non dimentica è la descrizione di un’anima scarnificata, senza sconti o carinerie. Non esiste una redenzione definitiva, ma la possibilità che ci è data, ogni giorno, di riprendere in mano ciò che siamo e di essere liberi, con le proprie fragilità e i limiti dati dalla rabbia che, in un modo o nell’altro, tutti nutriamo verso noi stessi.

“Io sorrido. Io sono un’adulta. Io non chiederò aiuto a nessuno stavolta. Nessuno deve salvarmi. Io finirò quello che ho iniziato.”

E questo significa cadere e rialzarsi, fare i conti con le persone che ti bollano come alcolista perché qualcuno glielo ha detto, dover venire a patti con comportamenti compulsivi. Significa ricordare e alzare la testa nonostante la vergogna che si prova. E il disagio, quello vero, non è tanto verso quelli che ti circondano, siano essi i tuoi familiari o colleghi di lavoro: è verso te stessa, è la sensazione netta di aver perso qualcosa di importante che non riavrai mai più indietro. Avrai qualcosa di nuovo alla fine, certo: più coraggio, più determinazione e autocontrollo. Ma la persona “che eri prima”, quella no.

Così, il cammino dalla liberazione dall’alcool arriva a un’epifania. Alla convinzione che si deve imparare a convivere con ciò che si è, che si è stato e con ciò che si diventerà. La dipendenza diventa una sorta di alter ego, e come tale è qualcosa di cui prendersi cura per impedire che torni a mordere e a fare male. Perché la persona di oggi non potrebbe esistere senza ciò che è stato.

Nelle ultime pagine del libro si avverte un’energia che prende il lettore al fondo dello stomaco: c’è rabbia ma anche paura e una voglia fortissima di riaffermare la propria dignità. Perché – e qui sta uno dei grandi punti di forza di questo libro – l’alcolismo femminile è una cosa di cui non si parla. Qualcosa di silenzioso, che è relegato alle feste, che “non esiste” ma che è diffuso e che ha in sé una carica di riprovazione sociale ben maggiore di quello maschile. Una donna ubriaca è una preda facile, fa cose di cui non si rende conto, è automaticamente etichettata come “disponibile”.

“Perché per una donna, disintossicarsi, affrontare il dopo è maledettamente più difficile, in quanto “un uomo può disintossicarsi con successo ed essere riaccolto nella società? Certo che può. Lui è un uomo, un uomo può; una donna che si disintossica con successo resterà sempre una troia marcia.”

Il testo è scritto con una prosa piena di scatti e di frasi brevi. È questo che lo rende così incisivo, assieme all’uso di espressioni in inglese che gli danno un’icasticità forte, essenziale per marcare determinati passaggi. La scrittura cruda, senza sconti, corrode la mente del lettore e cancella il sorriso che ogni tanto, qui e là, fiorisce per certe battute al vetriolo.

Il corpo non dimentica è un libro forte e bello. La sua marcia in più è la sensibilità dell’autrice che trapela attraverso le parole e arriva allo stomaco e ci resta, lasciando addosso al lettore una sensazione di dolore e tenerezza: è la storia di chi ha lottato ed è rimasta in piedi, la presa di coscienza di chi desidera un futuro più o meno sereno ma sa che ha un costo, ed è ben decisa a pagarlo. Sotto la scrittura cruda e distaccata si avverte la voglia di ricominciare, di pensare a se stessi con amore, in un nuovo percorso che è già cominciato.

“Ogni cosa che ho fatto è dentro di me. È viva, si agita. Mi tiene sveglia dopo mezzanotte. Se restiamo vive, noi tossiche, alcoliste, disturbate, presunte vittime e disordini ambulanti, la ragione è la stessa per cui invece, altre muoiono. Nessuna ragione.”

Autore: Violetta Bellocchio
Titolo: Il corpo non dimentica
Editore: Mondadori
Collana: Strade Blu
Pagine: 276
Prezzo: € 18.00
Data di pubblicazione: Marzo 2014

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