Una forza irresistibile mi attira sempre verso i romanzi brevi: sarà la mia passione per Amélie Nothomb, sarà che il romanzo breve è uno dei generi che maggiormente si prestano a fare sfoggio di stili arguti e puntuali, nonché a storie che devono, per forza di cose, dimostrare la loro efficacia in poco spazio.

Di sicuro è un utile esercizio per misurare fin dove l’autore riesce ad essere all’altezza delle proprie ambizioni. Ebbene, Juan Villoro (laureato in sociologia, giornalista e appassionato di rock) si è già fatto notare in Italia con Il libro selvaggio (Salani) e in questo breve librino (80 pagine) riesce a inanellare alternativamente dei buoni spunti alternati a sottotrame di dubbia utilità.

L’idea di base è senz’altro suggestiva: indagare i rimpianti di un pittore che, lasciato dalla moglie da ben sette anni, comincia a telefonarle insistentemente dalla cabina telefonica sotto casa sua, fingendo di trovarsi ad Amsterdam, meta mai raggiunta di un viaggio che i due sposi avrebbero dovuto affrontare insieme anni prima. Il risultato sarà scoprire, progressivamente, quante cicatrici gli abbia lasciato questo amore sfasciato che era convinto di aver sopito per sempre.

Se il romanzo si fosse dedicato esclusivamente a questo malinconico (e volutamente patetico) valzer tra i due ex coniugi, sarebbe potuto uscirne un bellissimo gioiellino di stile, anche perché i personaggi sono davvero ben tratteggiati, con un’ironia pungente e uno sguardo davvero disincantato. Ecco il ritratto del padre di Nuria, che con la sua malattia diventerà la causa scatenante del fallito viaggio ad Amsterdam:

Ma in nulla aveva investito tante energie come guadagnarsi l’incondizionata adorazione delle sue figlie. Era riuscito a trasformare la moglie in una decorosa presenza, qualcosa più che una domestica, qualcosa meno che una zia venuta in visita. La genetica aveva assecondato i suoi desideri con cieca lealtà. Le figlie avevano tutt’e cinque il suo irresistibile sorriso. Un figlio (che lui giurava e spergiurava di aver desiderato) avrebbe mandato a catafascio quell’harem nevrotico. La prima volta che Juan Jesus aveva visto Nuria in presenza del padre, la premura ipertesa con cui le anticipava il complesso codice di gesti del senatore, aveva scoperto fino a che punto potesse arrivare l’idolatria.

Tuttavia questo libro è, nonostante la sua mole limitata, inficiato nella scorrevolezza da personaggi e intramezzi la cui funzione nell’intreccio è davvero poco chiara, se non a livello di sfondo esistenziale: il giornalista “Il Raschietto” (vittima di un rapimento) e l’amico Lascuràin.

In conclusione, consiglio questo romanzo a quanti vogliano documentarsi in merito alla nuova letteratura messicana, a chi cerca una storia struggente ma asciutta, narrata con una prosa ricca e molto innervata sintatticamente a livello sintattico (oltreché ben tradotta); tuttavia, viste le disomogeneità della trama, si astengano coloro che cercano un sillogismo al fulmicotone o anche semplicemente un piccolo libro scorrevole.

Autore: Juan Villoro
Titolo: Chiamate da Amsterdam
Titolo originale: Llamadas de Amsterdam
Editore: Ponte alle Grazie
Collana: Scrittori
Pagine: 80
Prezzo: 10 euro
Data di pubblicazione: agosto 2013

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