Colazione pranzo e cena, la gamella, una cintura, un berretto di lana e un maglioncino verde militare, il necessario per l’igiene personale, due stecche di cioccolato, un pacchetto di Lucky Strike e… l’ultimo numero di Captain America.

Questo probabilmente era, durante il secondo conflitto mondiale, il contenuto di una Musette Bag, il tascapane in dotazione al 101° Airborne U.S. aviotrasportato. I comics costituivano un legame continuo con la madrepatria, per i giovani uomini in guerra oltreoceano. Captain America nacque a scopo propagandistico dalla penna di Joe Simon e dalla matita di Jack Kirby, con l’intento d’infiammare l’animo della gioventù americana, rendendola orgogliosamente combattiva nel nome dei propri sentimenti patriottici. Forse la cosa fa un po’ sorridere oggi: può davvero un fumetto contribuire a fare di un tranquillo ragazzo americano un ardente volontario?

Captain America entrò in guerra circa un anno prima del suo Paese, assestando un plateale sganassone al brutto muso di Hitler sulla copertina della prima uscita, datata marzo 1941. Il primo numero vendette un milione di copie e provocò addirittura l’immediata reazione di odio delle cellule naziste presenti a New York che cominciarono a inviare all’indirizzo dei suoi creatori una valanga di lettere minatorie, tale da giustificare l’intervento del sindaco, Fiorello La Guardia, a garanzia della protezione dei due artisti. In un modo o nell’altro, l’azione politica di “Cap” aveva fatto centro.

La storia di Steve Rogers, il biondino malaticcio che dona se stesso alla Patria, offrendosi coraggiosamente come cavia per il rivoluzionario esperimento che lo trasforma nel formidabile Super soldato Captain America, dimostrava che ogni americano comune, nessuno escluso, poteva offrire qualcosa al proprio Paese, in nome dei suoi valori. Il giovane Cap si muoveva nel sole di un’America vincente, paladina della libertà dei popoli e della giustizia mondiale, sbaragliando a forza di pugni ben assestati le oscure forze del nazifascismo. Quando la guerra finì con la vittoria degli Alleati, anche la Leggenda Vivente rimase a raccogliere polvere sugli scaffali dei giornalai. Captain America aveva svolto il suo ruolo. Fu Stan Lee che ne candidò il recupero negli anni Sessanta, con un’intelligente operazione di marketing, facendolo ripescare dagli Avengers in missione nei ghiacci dell’Artico, dove l’eroe era finito dopo la guerra, in stato di letargica “animazione sospesa”.

Il nuovo Captain America non ha subito negli anni un importante restyling nell’aspetto, come invece è accaduto un po’ a tutti gli altri supereroi Marvel. È sempre lui, inguainato nella sua spettacolare divisa a stelle e strisce, con il copricapo dotato da due improbabili alucce bianche poste sulle orecchie, gli stivali rosso fuoco col risvolto da corsaro. Solo a partire dalla serie Ultimate ha cominciato a portare finalmente un elmo serio, da soldato, con le piccole ali bianche laterali impresse in stencil, così come la “A” stampata sul frontale e, ai piedi, anfibi rossicci con la suola a carro armato. Tutto potrebbe far pensare a un personaggio molto conservatore, quasi un John Wayne, strettamente identificato con la sua nazione, ma dietro la maschera c’è (per fortuna) Steve Rogers, un uomo mentalmente libero, privo di preconcetti. Un uomo così non giudicherebbe mai il libro dalla copertina. Sarebbe imperdonabile per noi commettere il medesimo errore nei suoi confronti! Il restyling c’è stato e ha riguardato la caratterizzazione del personaggio. Stan Lee lo ripulì dalla sua aura nazionalistica e propose un eroe nuovo, un reduce tormentato da emozioni e sentimenti che ne sottolineavano la palpitante, e a tratti fragile, umanità.

Affetto dalla più classica sindrome del reduce, in preda a giganteschi sensi di colpa per essere sopravvissuto a Bucky, suo compagno d’armi, in cerca di un ruolo che gli conferisse un senso, nella trasformata America post bellica, Cap divenne uno dei più rappresentativi “supereroi con superproblemi”, così come il genio di Stan Lee voleva, per favorire l’identificazione con l’uomo comune. Steve Rogers, recuperato dai ghiacci dell’Artico, non è più il ragazzo semplice, animato da ingenuo fervore nazionalistico. È un uomo forgiato dalla delusione del tradimento perpetrato dagli stessi rappresentati di una Nazione che lui stesso aveva difeso a costo della vita. Il suo amor di patria è intatto, ma è temprato dal fuoco della guerra combattuta sul campo e dal ghiaccio della solitudine dei giusti.

L’America moderna in cui Steve si risveglia è complessa, cinica, disorientata e sconcertante, non è quella che lui ha lasciato: nuovi tormenti sociali agitano la compagine del Paese, le guerre assumono significati profondamente differenti da quelli che avevano giustificato la spinta interventista nel passato. I colori non sono più netti, non più il bianco, non il nero: la realtà è una massa amorfa caratterizzata da infinite tonalità di grigio. La separazione tra il Bene e il Male è diventata una sfumatura a volte impercettibile che lo induce a scegliere non più la cosa giusta da fare, ma la meno sbagliata. Steve è tormentato dal dubbio che s’insinua là dove vi erano soltanto le sincere convinzioni di un volontario entusiasta.

Il nuovo Steve Rogers, dunque, giovane nel corpo e remoto nell’anima, assume mille sfaccettature psicologiche, insegue invano le sue antiche certezze su una scacchiera onirica da incubo illustrata da un visionario Jim Steranko, nel quale lo perseguitano indelebili i ricordi, i nemici di trascorse battaglie e i suoi molti lutti. “Dei molti compagni perduti in battaglia, non mi è concesso di dimenticare un nome, non un volto. Non posso e, se potessi, non lo vorrei.” Steve Rogers non è più lo Star Spangled Man, l’uomo bandiera imposto dalla propaganda. Cambia idea sul suo concetto di “America” quando si accorge che non sempre le ragioni della realpolitik s’identificano con i valori costituzionali: “Sono qui per difendere il popolo, non i vostri segreti!”

Se Steve cambia, lo fa per rimanere tenacemente se stesso, per garantire la più assoluta lealtà al suo Sogno. È un idealista, non scende a compromessi, cerca tormentosamente la verità. Non dubita se sfilarsi l’uniforme e diventare Nomad, l’uomo senza patria, quando scopre con dolore e sconcerto che i rappresentanti della Patria reale tradiscono il suo ideale. L’antieroe che è diventato è fedele non all’America com’è, ma all’America come dovrebbe essere, e non si piega mai al machiavellico pensiero dei pratici che lo invitano a un più consono realismo. A essi risponde:

“Un popolo senza i suoi valori è feccia, la sua bandiera è solo uno straccio.” Steve è un figlio ribelle, un controcorrente che combatte perfino contro l’America stessa pur di cercare e trovare nella sua Patria la Madre degli Esuli, la Terra dei sogni e delle speranze, garante dei valori della democrazia e della libertà. “Sono fedele a nulla, tranne che al Sogno.”

I cinecomic, finora, non hanno colto la sua vera essenza, ma confidiamo nel primaverile The winter soldier. Hanno fatto di lui un bellissimo reduce, un po’ addormentato, attaccato alle sue vetuste certezze da anziano e alla musica di Glenn Miller. Esigenze di cassetta l’hanno fatto interpretare da Chris Evans, contrapposto a uno strepitoso Robert Downey Jr., che impersona Iron Man, the rocker on the rocks e, all’occorrenza, the rocket man, che appare disinibito e brillante. In realtà non è il geniale play boy il vero ribelle: non dimentichiamo che Tony Stark è un industriale miliardario che ha interessi e commesse con l’U.S. Army per milioni di dollari. Steve Rogers, invece, è e resta libero di dire no. In nome della libertà non esita ad affrontare la prigione, un processo, perfino la morte. Nella saga Civil War, in aperta antitesi con Iron Man, più conservatore e ligio alle indicazioni governative, Captain America sfida lui e l’intero Paese, opponendosi alla schedatura imposta dal registro dei supereroi che vuole sacrificare i diritti civili in nome di un’irraggiungibile senso di sicurezza. All’ammirato Spider Man va il suo memorabile monito:

“Non importa cosa dice la stampa, non importa cosa dicono i politici o la folla. Non importa cosa l’intero Paese decide sia giusto o sia sbagliato. La Nazione si fonda su un principio sopra tutti gli altri: il diritto di rimanere in piedi a difendere ciò in cui crediamo, non importa a costo di quale rischio o conseguenza. Quando la folla, la stampa e il mondo intero ti dicono di spostarti, il tuo dovere è restare piantato come un albero sulla riva del fiume della verità e di dire al mondo intero: No, spostati tu.”

2 Readers Commented

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  1. Alioscia on 13 Gennaio 2014

    Credo che tu sia riuscita a cogliere in pieno il senso, la forza, la profondità di Capitan America, come credo veramente pochi in Italia [e credo forse in America stessa], e sono sinceramente lieto di trovare qualcuna che condivide quello che ho sempre pensato di Cap.

    La tua frase “L’antieroe che è diventato è fedele non all’America com’è, ma all’America come dovrebbe essere” è praticamente quello che dico io quando tento di spiegare come una persona fondamentalmente “anti-americana” possa ammirare ed apprezzare, quasi adorare Capitan America. Perchè lui è qualcosa di Antico, è un sogno, un ideale, che và al di la di quella che è stata sono state poi la politica, l’economia e la società Americane da… sa sempre.

    Credo che uno dei motivi per cui Cap non sia amato dalla stessa America, almeno non ai livelli di altri grandi, sia che egli rappresenta [involontariamente], il Fallimento dell’America: lui rappresenta ciò che avrebbe dovuto esser il Nuovo Mondo, e che non è riuscita a diventare…

    Grandi autori hanno contribuito a trasformare una macchietta propagandistica, in un eroe di spessore incredibile, simbolico e umano. E di recente, mi è capitato di legger su mercato americano, non so quanto sia già giunto in italia, è stato aggiunto un particolare secondo me fondamentale al giovane Steve Rogers: è figlio, almeno da parte di padre, di immigrati Irlandesi.

    Perchè altrimenti un “vero americano” dovrebbe essere un Pellerossa. Perchè nulla identifica di più un Americano se non quello di esser un discendente di stranieri in terra straniera. Ribadendo questo, ribadendo che lo stesso Capitan America altro non è che un figlio di immigrati, un figlio di “stranieri”, Steve Rogers ha definitivamente staccato tutto ciò che rappresenta dal concetto di “razza, etnia o provenienza”. Si è “americani”, nel suo senso del termine, nel senso che originariamente l’America aveva, semplicemente per ciò in cui si crede, per gli ideali ed il valore, non perchè si è “nati in america”… Steve Rogers è diventato il Capitano di tutti quelli che cercano Libertà e Speranza, come gli immigrati [molti dei quali Italiani] che agli inizi del secolo si recavano nel Nuovo Mondo in cerca di fortuna…

    Ma di Cap potrei parlare per ore 🙂
    Chiudo, ringraziandoti per questo splendido articolo 🙂

    • Gioia on 13 Gennaio 2014

      Cap in qualche maniera “diventa” pellerossa, quando veste i panni di Rojhaz (leggi Ro- gers). Non ho dubbi, che se Cap avesse assistito al genocidio dei Nativi avrebbe anch’egli ballato con i lupi! Parliamone per ore, quando vuoi! 😉 Grazie a te, per il tuo splendido arricchimento.

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