La diffusione degli e-book e l’avvento dell’editoria digitale hanno portato notevoli cambiamenti e soprattutto alcune grandi possibilità per lettori e autori. Una di queste è senza dubbio l’autopubblicazione. Chiunque ha un manoscritto nel cassetto può pensare di autopubblicarlo digitalmente e venderlo in librerie virtuali come Amazon & Co. Un’opportunità molto importante che ha però la controindicazione di riempire di spazzatura gli scaffali digitali della rete. Secondo molti, infatti, autopubblicare significa tirar fuori il proprio lavoro dal cassetto, spolverarlo velocemente e trasformarlo in e-book. Perché se tutte le case editrici lo hanno rifiutato significa che il mio romanzo è un capolavoro ma loro sono troppo ottusi per capirlo e quindi ora basterà metterlo in rete e io diventerò ricco e famoso alla faccia loro.

Niente di più sbagliato, ovviamente. Autopubblicare il libro significa fare un editing spietato del proprio lavoro, formattarlo secondo precisi canoni, creare una copertina che possa attirare il lettore e trovare un titolo accattivante che stuzzichi la curiosità. Una serie di operazioni che non tutti gli autori sono in grado di svolgere autonomamente. Ed ecco, quindi, che sono spuntate centinaia di piccole attività che offrono (dopo lauto compenso) tutti quei servizi editoriali che l’autore non è in grado di svolgere da solo. Se questi servizi sono venduti senza false promesse di gloria e fama, pagare per migliorare il proprio testo è una scelta lecita, magari inutile e dispendiosa, ma sicuramente lecita. Il problema nasce quando l’autore viene blandito con speranze infondate, esplicite o implicite.

E quando questi servizi vengono offerti da una casa editrice grande e famosa? Beh in questo caso la faccenda si fa molto pericolosa. Tutto è cominciato con l’acquisizione della Authors Solutions da parte della Pearson/Penguin, a cui è seguito l’annuncio della Simon&Schuster riguardo la creazione di Archway Publishing, marchio che includerà servizi di editing, design, distribuzione e marketing per autori autopubblicati. In sostanza la Simon&Schuster ha siglato un accordo con la Authors Solutions per la vendita di pacchetti più o meno costosi (dai duemila ai venticinquemila dollari circa) che comprenderanno i servizi sopracitati. Una volta acquistati questi pacchetti l’autore avrà il diritto di entrare nel marchio Archway Publishing, che non fa parte del catalogo Simon&Schuster ma che la casa editrice ha promesso di tenere d’occhio per scovare potenziali nuovi talenti.

Iniziativa in favore degli autori o colossale “furbata” per svuotare le tasche degli scrittori illusi?

Mark Coker, fondatore della piattaforma Smashwords (che si occupa di pubblicazione e distribuzione di opere autopubblicate in digitale), non ha dubbi: “questo è il momento in cui gli editori devono mostrare di poter fornire valore aggiunto alla carriera di un autore (…) I grandi editori investono negli autori, non li sfruttano. Il flusso di denaro dovrebbe andare dall’editore all’autore, attraverso le vendite dei libri, e non dall’autore all’editore. Simon&Schuster, con quest’iniziativa, finirà col danneggiarsi la reputazione.

Una presa di posizione netta che secondo me bisognerebbe condividere. La vendita di servizi digitali non è una truffa perché l’autore paga per un lavoro che effettivamente viene eseguito, ma vendere tali servizi illudendo l’autore è un comportamento che dovrebbe essere condannato. C’è veramente differenza tra iniziative come quella di Simon&Schuster e quelle degli editori a pagamento? Come mai un gran opportunità come quella dell’autopubblicazione si è trasformata in un’occasione di spillare soldi alla gente? Ognuno è libero di farsi la sua idea ma ricordate: non bisogna MAI pagare per essere pubblicati, qualsiasi sia la motivazione che vi propinano per spillarvi soldi.

5 Readers Commented

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  1. Sono assolutamente d’accordo con le parole di Coker. Ho l’impressione che gli editori tradizionali siano abbastanza preoccupati (volendo usare un eufemismo) della crescita del self-publishing e stiano cercando dei modi per farlo proprio e lucrarci.
    Penso che siano gli autori indipendenti a dover comunque cambiare il proprio atteggiamento. Molti, come dici giustamente, approdano al self-publishing come ripiego. Questo è l’errore più grande. L’autoproduzione di un libro deve essere una scelta ponderata e consapevole, che si distacca dal volerlo proporre a un editore.
    L’autore indipendente è di fatti un microeditore e deve imparare a comportarsi come tale, a iniziare dal creare un gruppo di collaboratori che si occupano di tutte quelle fasi precedenti e successive alla pubblicazione, per le quali non ha le dovute competenze, come tutti gli altri editori. La differenza è che l’autore indipendente è editore di se stesso, quindi può concentrare meglio tutti i suoi sforzi per valorizzare le proprie opere e lo fa sicuramente con una maggiore motivazione di qualsiasi altro editore.

  2. credo che fondamentalmente chi sceglie di autopubblicarsi lo fa perchè stanco di rifiuti, o scoraggiato in partenza dalla lunga trafila che tentare di pubblicare con un buon editore comporta: tempi di attesa di 9 mesi, oppure cercarsi un agente il tutto senza alcuna garanzia di approdare a una pubblicazione dignitosa. Mentre intorno a sè i soliti noti sfoderano i soliti libri spazzatura. Alla fine chi arriva al self publishing spera che in qualche modo il proprio testo venga notato, come è successo già ad alcuni, da un grosso editore che gli proporrà un favoloso contratto. Ho idea che sia un’opportunità, una possibilità tra le tante, ma, purtroppo, anche l’ultima spiaggia di chi ha un manoscritto di scarso valore che, in qualche modo, potrà dire di averlo pubblicato.

  3. Anonymous on 2 Gennaio 2013

    la questione dell’autopubblicazione é davvero complessa e se commentassi la cosa come vorrei, temo ci metterei tutta la notte e occuperei uno spazio esagerato…
    mi limito, quindi, a dire che trovo tristissimo che un colosso come la Simon&Schuster faccia una cosa simile.
    non fanno già abbastanza soldi?
    volevano trovare un modo per lucrare anche sulla gente che decidono di non pubblicare???
    questa cosa, oltre ad avermi davvero rattristato, mi sembra anche del tutto assurda.
    non so cosa dire; capisco questo genere di servizio da parte di chi gravita nel mondo editoriale e non essendo molto grosso deve, in un certo senso, “tirare a campare”, ma non da una Simon&Schuster…
    e poi lo trovo assurdo perché dal mio punto di vista non é che con un servizio di editing sistemi qualsiasi cosa… altrimenti un editore accoglierebbe tutti i manoscritti che riceve no? se basta lavorarci un po’ su con le persone giuste, allora si puo’ sistemare tutto, no?
    e in ogni caso, se parti dal presupposto che credi di poterle “sistemare” fino ad un livello degno di pubblicazione, perché poi non le pubblichi visto che tu sei proprio un editore?
    cioé non riesco a vederci proprio un nesso logico, se non quello di lanciarsi in qualche modo in un “mercato” nuovo e con possibilità di sviluppo per andare a lucrare ancora un po’. si vede che non ne fanno abbastanza…
    troppo triste.

    Manu

    P.S. io spero vivamente che il titolo di questo post sia un omaggio ai Guns & Roses… canzone stupenda… 😉

    • Roberto Gerilli on 7 Gennaio 2013

      Non sono un grandissimo fan di Guns ma ammetto che ho pensato a loro per il titolo. Visto lo stato di delirio in cui vive l’editoria… mi sembrava adeguato XD

  4. Chiara Gallese on 12 Gennaio 2013

    In questi articoli contro il self-publishing si tralasciano sempre elementi importanti, aumentando di conseguenza la discriminazione contro gli autori che fanno scelte diverse dalla massa.

    L’auto-pubblicazione è diversa dalla pubblicazione a pagamento, a cui assomiglia moltissimo l’idea della S&S.
    Innanzitutto, è vero che chiunque può pubblicare senza alcun controllo: quindi potrei anche pubblicare i racconti raccolti tra la classe di 5° elementare di mia figlia, se volessi.

    La differenza con le case editrici tradizionali è, su questo punto, che c’è più democrazia, e non sono solo i raccomandati che pubblicano. Le piccole CE serie e free ci sono, ovviamente, ma hanno un carico di lavoro enorme e devono sopravvivere con tematiche commerciali. Non possono permettersi di pubblicare tutti i libri validi di sconosciuti.

    Ma l’autopubblicazione è usata anche da chi:
    – non ha alcuna intenzione di cedere i propri diritti a un editore, compresi quelli di traduzione, né di sottostare alla scelta della copertina, del font ecc.;
    – scrive argomenti di nicchia;
    – scrive literary fiction;
    – scrive solo per la sua cerchia di amici.

    Questi scrittori hanno fatto una scelta consapevole e non è giusto discriminarli o insultarli come fa Irene Vanni nel suo blog (solo per fare un esempio). Tra questi potrebbero esserci anche delle persone non solo capaci, ma anche con molti titoli (più di quelli di una laureata in musicologia, sinceramente).
    Non trovo giusto questo atteggiamento di disprezzo verso persone che costituiscono una categoria eterogenea.
    E poi se vogliamo dirla tutta essere pubblicati da una CE tradizionale non è affatto sinonimo di controllo degli errori, qualità, capacità, dato che tutti sanno che vendono solo schifezze come 50 sfumature e che gli editori cercano libri commerciali.

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