Volevo solo una vita tranquilla – Intervista ad Anna Talò
Non bisogna fidarsi delle mie promesse, sebbene pronunciate in buona fede. Ho procrastinato la lettura di Volevo solo una vita tranquilla per settimane, dopo aver incontrato personalmente l’autrice, Anna Talò, a Mantova, parecchi mesi fa. Non è mia intenzione non rispettare le scadenze, ma a causa di un destino infausto che continua a perseguitarmi (insieme alla memoria degna di un pesce rosso) succede. Poi una sera assicuro che leggerò il manoscritto nel week-end, con annessa risposta scettica della mia interlocutrice (e come biasimarla). E invece mi sono letta il romanzo in poche ore, quella stessa notte. Ho cominciato per leggere qualche capitolo, e non mi sono fermata.

Il romanzo si beve. La storia è semplice, ma la narrazione è ironica e intelligente, dettagli di rilevanza che sembrano spesso latitare nella narrativa contemporanea italiana. Inoltre la semplicità della storia ristagna solamente a livello superficiale: con poche parole scelte l’autrice dipinge con realismo personaggi e situazioni, senza indulgere in aggiunte pleonastiche allo scopo di aumentare il volume di cellulosa impiegato. Volevo solo una vita tranquilla sfiora anche temi sensibili, attuali, con una leggerezza che non è offuscata dall’approssimazione. La Talò si dimostra una narratrice attenta, giocando con gli stereotipi e i luoghi comuni riguardanti le donne senza scadere nella retorica o nella banalità.

Giunta quasi al termine di Mansfield Park, Jane Austen esordisce al 48° capitolo scrivendo: “Let other pens dwell on guilt and misery. I quit such odious subjects as soon as I can, impatient to restore everybody, not greatly in fault themselves, to tolerable comfort, and to have done with all the rest.” A mio parere, la prima osservazione della scrittrice inglese descrive perfettamente gli intenti di Anna Talò. Il focus non è mai la drammatizzazione e spettacolarizzazione degli eventi infelici; l’obiettivo è invece quello di raccontare la quotidianità con arguzia, cinismo, ma sempre mantenendo uno sguardo (quasi) affettuoso.

A seguito della prima lettura del romanzo, avevo qualche quesito da risolvere. Invece di parlarne personalmente, ho scelto di chiedere direttamente all’autrice di sviscerare e approfondire alcune tematiche presenti nel testo. L’intervista che segue ne è il (lungo) risultato.

1. Volevo solo una vita tranquilla ha come protagonista una giornalista/scrittrice che crea un proprio alter ego digitale, aprendo un blog (www.caralucilla.blogspot.it) dove risponde alle lettere delle proprie lettrici sotto il nome di Lucilla, che di certo non risparmia al pubblico che l segue una bella dose di sarcasmo. La prima domanda riguarda la possibilità della rete di crearsi nuove identità. A tuo parere, la rete privilegia la persona che si è, qualunque sia il nome che si porti, oppure l’immagine che si vuole dare di se stessi?

Credo che la Rete offra un infinito mondo di possibilità. È uno strumento e, come gran parte degli strumenti, è neutro: col coltello puoi affettare il pane e far fuori una vecchietta, risponde all’intenzione di chi lo maneggia. Quindi, per sua natura, non può privilegiare né uno né l’altro caso: puoi usare la Rete per rimanere in contatto con chi è lontano e scambiare idee con persone carine, oppure per sfogare le tue frustrazioni. Dipende da te, da chi sei tu, e da quanti problemi personali hai, che non ti sei ancora risolto.

2. Continuiamo a parlare della rete. All’inizio della storia, quando la notizia dello stalker appare sul giornale locale, Lucilla riceve un messaggio da “Una brava cittadina”. Indubbiamente Internet può contribuire all’avvicinamento di persone geograficamente lontane (sebbene avvenga anche la reazione contraria tra persone fisicamente vicine), ma quanto questa “connessione” legittima alcuni utenti nell’espressione di giudizi affrettati verso estranei? Quanto il supporto digitale ha radicalizzato l’hate speech (protagonista anche di un incontro voluto da Boldrini), permettendo a chiunque di insultare con la protezione di uno schermo e dell’anonimato?

Non credo che sia la Rete a legittimare l’espressione di giudizi affrettati: quello lo si è sempre fatto. Pensa ai guai che passa Mr Darcy, prima di riuscire a far capire a Elizabeth che è una gran brava persona. Diversa è la questione dell’hate speech. L’anonimato può tirare fuori il peggio di noi, che in Rete ha un ottimo humus nel quale crescere e prosperare. In effetti il livello di violenza verbale e di superficialità di certe discussioni on line è imbarazzante, per non dire di peggio. Ma sono certa che la maggior parte dei commentatori più volgari, se li dovessi incontrare di persona, non avrebbe il coraggio di mantenere la stessa aggressività. Brutta cosa, la vigliaccheria.

 

3. Volevo solo una vita tranquilla è il tuo primo romanzo, difficilmente riconducibile in un genere preciso. Nonostante la leggerezza con cui è narrato, molte sono le tematiche di un certo spessore che vengono toccate. Uno dei temi fondamentali è sicuramente lo stalking, di cui è vittima Teresa. Alla fine, uno dei personaggi vicini alla protagonista fa una dichiarazione significativa, dicendo che nessuno avrebbe dato peso alla vicenda se Teresa non avesse avuto come parente un noto magistrato. Purtroppo per noi, la situazione reale è proprio questa. Per quale motivo, a tuo parere, i casi di stalking (che molte volte si concludono con l’omicidio o la violenza) sono così spesso sottovalutati? Ci spieghi anche per quale motivo hai fatto questa scelta tematica per il tuo esordio?

La leggerezza credo sia la mia cifra, anche quando scrivo nonfiction, forse perché ho sempre amato i libri multilivello: dipende da te che leggi, quanto vuoi andare a fondo; e detesto i mattoni spocchiosi, quelli del tipo sono-uno-scrittore-impegnato-se-non-mi-capisci-è-perché-sei-scemo-tu. Un autore, senza lettori, semplicemente non esiste. Per quanto riguarda lo stalking e la difficoltà di intervento efficace, credo che si debba tenere conto di una concomitanza di fattori, non ultimo che il reato di stalking è stato riconosciuto, come tale, solo nel 2009; dei limitatissimi mezzi a disposizione delle nostre forze dell’ordine (devono persino centellinare la benzina) e di un non sempre efficace intervento della magistratura. Spesso ho la sensazione che troppo poco si faccia per risolvere i problemi degli “anonimi” cittadini, e troppo per finire sui giornali, magari con inchieste che poi non portano da nessuna parte. Peccato che gli italiani siano, in Europa, quelli che hanno la più alta spesa procapite per la giustizia, dopo i tedeschi! E infatti lo zio magistrato della protagonista, che è un eroe positivo della storia, a fine carriera decide di occuparsi proprio di quei reati che non interessano a nessuno, se non alle vittime che hanno avuto la loro vita stravolta. Infine, ho scelto lo stalking perché in qualche modo l’ho conosciuto, molti anni fa, per via di un ex che non voleva rassegnarsi al fatto che avessi chiuso. Allora non c’era una legge che mi tutelasse, e forse non ci sarebbero stati nemmeno gli estremi per un intervento, ma ho avuto davvero timore. Negli anni ha sempre avuto comportamenti poco equilibrati, quando mi incontrava; ma almeno non mi veniva più a cercare. Insomma, so cosa si prova a sentirsi insicura per via di qualcuno che proprio tu hai fatto entrare nella tua vita.

4. Potremmo considerare questo romanzo come anche un esperimento meta-narrativo, giacché la protagonista svolge il tuo stesso lavoro e non mancano le riflessioni sull’editoria e la scrittura? Possiamo ritrovarci anche un pizzico di autobiografismo?

In qualche modo sì. Vengo dal giornalismo, sono abituata a raccontare cose che “esistono” già. Per cui ho fortemente esasperato alcuni aspetti della mia vita, esercitando il massimo dell’autoironia che potevo. Però non ho uno zio magistrato; i miei stanno benissimo e mai mi diserederebbero; non sono figlia unica, ma ho una sorella pestifera. E purtroppo non ho un vicino libero e sexy (maledizione.)

5. Scrivi: “Le donne apertamente combattive, sfrontate, vanno a solleticare i peggiori istinti di alcuni uomini.” Cosa ne pensi del femminicidio? Perché alcuni sono ancora restii ad ammettere l’esistenza di questo fenomeno?

Ci siamo dimenticate che il delitto d’onore, in Italia, è stato abrogato nel 1981, solamente trentadue anni fa, e dopo aver approvato la legge sul divorzio e quella sull’aborto. Fino ad allora, chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella “nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.” Cioè una pena di molto inferiore a un omicidio compiuto per qualsiasi altro motivo. E se c’era margine per una moglie che uccidesse il marito, perché anche lui coinvolto in una relazione carnale illecita, non si fa cenno a figli e fratelli: il problema era la libertà sessuale e affettiva delle donne. Purtroppo la capacità degli esseri umani di assimilare i cambiamenti (in questo caso: una donna non è un oggetto di proprietà) è molto più lento di una trentina d’anni. Perché c’è chi è ancora restio ad ammettere il fenomeno? Non lo so, con precisione. A me pare che i dati oggettivi siano incontrovertibili, ma se ci sono molte donne capaci di negare evidenti discriminazioni, davvero non possiamo aspettarci una totale solidarietà dagli uomini. E in Occidente siamo comunque privilegiate… Siamo così spaventose, da volerci controllare, schiacciare, umiliare, uccidere? Parrebbe di sì.

6. L’hai già spiegato brevemente nel blog e nel libro, ma ripetiamolo per chi non si è ancora avvicinato a lei: perché è nata Lucilla?

Lucilla è l’alter ego della protagonista, un’autrice molto spiritual-newagesca, che non ne può più di rispondere alla sua rubrica di piccola posta, su un magazine femminile, con tono comprensivo e morbido. Lucilla è l’amica che ti dice la verità, e lo fa prendendoti a calci, non dandoti man forte: magari ti svegli e la pianti di fare stupidate in amore. Perché, ammettiamolo, sappiamo essere davvero fesse quando ci parte il cuore. Io, in questo senso, sono una delle massime esperte mondiali.

7. Raccontaci, come lo farebbe Lucilla, un aneddoto legato alla stesura del romanzo.

Cara Lucilla, perché hai cassato il capitolo commovente, in cui la protagonista raccontava, con dovizia di dettagli, il suo triste passato famigliare e sentimentale?
Perché era ‘na palla.

8. Lavori da tempo come consulente editoriale. Qualche consiglio pratico (e utile) per aspiranti scrittori, che di solito non conoscono i meccanismi dell’editoria italiana. Sfatiamo qualche mito.

Prima di tutto, leggete, maledizione! Gli italiani leggono pochissimo, però tutti hanno un libro nel cassetto. Bisognerebbe avere l’umiltà di studiare chi ce l’ha fatta, e non solo i grandi della letteratura (lo do per scontato), ma anche chi ha rappresentato un caso editoriale pur senza essere un futuro Nobel, e sempre con rispetto: è grazie ai best-seller, se poi le case editrici possono permettersi di scommettere sugli esordienti. E anche sapere l’italiano non sarebbe male: non si può mandare un manoscritto, a una casa editrice, seminato di errori di ortografia e grammatica (“Aveva una carnagione d’orata”. Con le squameeee? Gesù, un mutante!). Detto questo, bisogna armarsi di pazienza. Le case editrici sono sempre alla ricerca di autori: si spedisce il manoscritto, con una sinossi e una breve biografia dell’autore, e si aspetta. Io ho fatto così, per diventare un’autrice Corbaccio: quando il direttore editoriale mi ha risposto, otto mesi dopo, non ricordavo neppure più di averle scritto. E ora sono al terzo libro, con loro. L’alternativa è cercare un buon agente, ed essere comunque disponibile a rimettere mano alla propria opera, secondo i consigli di un professionista: magari la materia grezza c’è, ma bisogna rifinirla. La superbia magari è meglio lasciarla a casa. È verissimo che ci sono stati rifiuti storici: basti pensare al percorso di Harry Potter. Ma se tutti, ma tutti tutti, vi rifiutano il manoscritto, un dubbio sul suo valore – letterario, commerciale o entrambi – ve lo dovete far venire.

the author

Alessandra Zengo corregge storie (degli altri) per lavoro e studia filosofia per hobby. Dal 2009 si interessa di editoria.
www.alessandrazengo.com

3 Readers Commented

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  1. Sandra on 12 settembre 2013

    bellissime le dritte per gli esordienti, non spocchiose, talvolta chi “arriva” si dimentica il punto di partenza, ma comunque argute.
    Anche il libro mi attira assai, mannaggia però ho un arretrato pazzesco di libri, ero riuscita ad annullarlo e ora trac ci sono ricascata. Una droga ecco.

  2. Loredana Gasparri on 12 settembre 2013

    Penso che questo articolo mi piaccia tutto, in ogni parola. Conoscevo il sito caralucilla.com che mi fa divertire con i suoi post brevi e al vetriolo. Mi ispirano i titoli dei due romanzi descritti, e condivido i pensieri su alcuni autori esordienti che dovrebbero rivedere l’italiano prima di tutto. Oltre a condividere i pensieri sul femminicidio: evidentemente le donne sono talmente spaventose per l’ego maschile, che l’unica risposta possibile da parte loro è la violenza.
    Per quanto riguarda il linguaggio dell’odio, noto che è particolarmente rigoglioso in Rete, proprio perché è piuttosto facile vomitare un po’ del proprio buio senza patirne le conseguenze. E’ difficile insultare perfetti sconosciuti per strada e non aspettarsi che qualcuno di loro reagisca con vie di fatto, mentre in Rete si scivola via impuniti. Questo la dice lunga sullo stato di certe vite umane, talmente schiacciate da paure e frustrazioni, da cercare una via di fuga abbastanza sicura come la Rete. Perché non cambiare qualcosa nella propria vita, prima di andare a sfogarsi sugli altri?

  3. Alessandra Angelini on 13 settembre 2013

    bel titolo, argomento tosto trattato con un approccio che ti tiene incollato alle pagine, credo proprio che andrò a cercarlo in libreria.

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