Parliamo di Villains, di Cattivi, quelli con la maiuscola. Parliamo di Cattivi Marvel, senza i quali l’esistenza dei super eroi sarebbe insignificante e inutile. I Cattivi sono il fondale oscuro sul quale i Buoni si muovono, saltano, volano, lottano, vivono e brillano di luce propria, una luce che, come quella delle stelle, ha bisogno del buio per risplendere. L’universo dei Villains Marvel è sconfinato, perciò ne citeremo soltanto qualcuno, tralasciando con dispiacere altri intriganti malvagi come Venom, Goblin, il Barone Zemo, Lizard, Galactus e via così, verso l’infinito e oltre.

I Cattivi Marvel sono così cattivi da ispirare altre icone del Male, come nel caso del Dottor Destino, che ha suggerito a George Lucas il concept del personaggio di Darth Vader nella trascinante saga Star Wars.

Il Dottor Destino, Victor von Doom, monarca di Latveria, (il solo nome scatena un brividino d’inquietudine giù per la schiena), è la nemesi dei Fantastici Quattro e la rappresentazione stessa della sete di potere. Anche Destino, come Mr. Fantastic, il capo storico dell’incredibile Famiglia, è un brillante scienziato. Victor sa che Reed Richards, aka Mr. Fantastic, è “Il Giusto”, ha l’approvazione dal mondo e soprattutto è un uomo sicuro di essere amato. Reed ha quello che Destino non potrà mai ottenere, soprattutto è quello che non potrà mai diventare, ed è questo che rende Victor tanto spietato. Nella gara d’intelligenza, Richards supera sempre di un minimo il suo avversario, si tratta di un’inezia, ma fa la differenza nel momento topico del confronto.

La vittoria dunque sarebbe garantita? Non funziona così. Il problema è che la cattiveria spesso sconfina nella lucida follia e che il Villain, a differenza dell’Hero, non ha alcuna remora morale: è sleale, infido, spudorato, è fuori da ogni regola che non gli appartenga e questo lo rende molto pericoloso. Il Dottor Destino insegue anche lui un sogno deviato e deforme, la cui logica perversa è riservata a lui soltanto.

«Ciò che disprezzo in Richards è la sua ipocrita arroganza che gli impedisce di vedere quello che io vedo! Mai una volta mi ha chiesto: “Perché?” Lo volete sapere? Per amore! Purtroppo sono costretto così spesso a salvare voi da voi stessi!»

Davvero sinistro. Eppure… eppure, nel momento di più grande fragilità per l’America, in quell’undici settembre che ha segnato la storia e le nostre vite di contemporanei, il Dottor Destino che sogna di conquistare il mondo piange davanti alle macerie delle Torri Gemelle: «Perché anche i peggiori tra noi, per quanto deformi, sono ancora umani. Hanno emozioni. E piangono la morte assurda di questi innocenti.» Retorica? Forse. Ma è per questo che i Villains funzionano, perché com’è vero che il Bene può corrompersi, così il Male si contraddice e cede alla pietas. Tuttavia, si tratta di un’eccezione che rende più efficace la regola: i Cattivi sono spietati e quelli meglio riusciti sono conformi alle qualità dei Buoni, ma le ripropongono in nero.

Che i Cattivi si misurino con i Buoni affrontandoli proprio sul terreno a questi ultimi più congeniale non è un caso. A Mr. Fantastic, scienziato del Bene, corrisponde il malvagio Destino, alchimista asservito al Male. A Captain America, il super soldato nato durante la seconda guerra mondiale, paladino dei valori di libertà e giustizia, si oppone Johann Schmidt, il Teschio Rosso, efferato criminale nazista, ex gerarca del Reich, assetato di sangue e di potere. I Cattivi, come i Buoni, non sono legati a un periodo storico, ma travalicano il Tempo, sempre efficaci e attuali nella loro pericolosità. Se Captain America rinasce nel futuro, come un celeste angelo vendicatore risorto dal ghiaccio azzurrino dell’Artico, il Teschio lo segue, a guisa di oscura ombra infernale, riapparsa dalle tenebre vermiglie dell’Ade. Senza esitazione, il Teschio ripropone ai giorni nostri l’anacronistica idea nazista, aggiornata e, se possibile, ancora più estremizzata, più feroce e sanguinaria. Uccide senza pietà e con disprezzo uno dei molti epigoni di Captain America, arrivando a crocifiggerlo, perché solo il suo Capitano è degno di confrontarsi con lui. La sua grandiosità malata si rinvigorisce col senso di trionfo provato nell’infliggere terrore e dolore. L’obiettivo è distruggere Steve Rogers, il vero Captain America, e con lui ogni valore positivo incarnato; questa è la sua missione, perché il Teschio vuole soltanto il suo Capitano. Come un buco nero cosmico, l’odio vuole divorare e annientare lo splendore.

A volte l’origine del Bene e del Male è comune. Il Teschio Rosso ha preso anche lui il siero del super soldato del dottor Erskine. Lo stesso siero aveva liberato l’eroe imprigionato nel fisico mingherlino e malaticcio del giovane valoroso Steve Rogers, facendolo diventare la manifestazione di ciò che lui in verità già era nel suo intimo: Captain America, il formidabile super uomo. La medesima formula aveva trasformato il corpo di Johann Schmidt, una semplice, piccola canaglia delle SS, un’invisibile comparsa spinta soltanto dal motore del suo rancore, nel potente mostro cremisi che vi albergava dentro. Dunque, il Teschio è in qualche modo unito nella stessa sorte a Captain America e non manca di sottolinearlo, durante il suo inutile e vile tentativo di corruzione: «Tu sei un illuso Capitano, fai finta di essere un semplice soldato, ma in realtà hai solo timore di ammettere che abbiamo lasciato l’umanità alle nostre spalle! E a differenza di te, io l’accetto con orgoglio, senza paura!». Nel pronunciare tali parole, tuttavia fugge.

Nell’Universo Marvel, com’è noto, i Buoni nascono, muoiono e si riproducono, i Villains non sono da meno. Il Teschio, per quanto adesso ne sappiamo, ha abbandonato questo mondo (ogni interpretazione è lecita), ma ha lasciato un’erede, sua figlia Synthia detta Sin: Peccato. Una ragazza dai capelli rossi, una volta bella, così imbevuta dal dolore per il rifiuto paterno, da suscitare l’inutile tentativo di Cap di riabilitarla. Sin ha sprecato la sua vita a contorcersi, cercando invano di ottenere la bramata approvazione del Teschio e per questo si è trasfigurata anche fisicamente, riuscendo a sembrare, probabilmente a superare, il mostro che lui era.

«Io sono il cuore del male, non mio padre!»

A proposito di parenti, qualche volta il Cattivo è il congiunto di un eroe: un padre, come nel caso di Magneto, genitore di due Avengers mutanti, o un fratello, come Loki, il dio della discordia, nell’universo norreno in cui si muove Thor. Dopo i cinecomics, non riesco a pensare a Loki con una faccia diversa da quella di Tom Hiddleston, l’attore che lo interpreta magistralmente (nella fattispecie, l’invidioso potrebbe essere Chris Hemsworth che impersona Thor!). In tutti i casi, sul cineschermo come nei fumetti, tanto Thor è bello, biondo, se non proprio “di gentile aspetto” (giacché si presenta come un nerboruto titano), decisamente attraente, tanto Loki è oscuro, sottile, insinuante. Se Thor ha le angeliche ali sull’elmo d’argento, Loki porta sulla calotta dorata due mefistofeliche corna non particolarmente discrete; se Thor ha gli occhi azzurri, limpidi e schietti, che brillano di lealtà e coraggio, quelli di Loki sono neri, vellutati, suggestivi, in essi si può leggere l’invidia e, serpentino, il brivido del tradimento. Con una faccia affilata, dai tratti così lombrosiani, sembra proprio che Loki sia nato con un destino segnato e che non abbia avuto scelta.

«Tu mi chiedi perché ho fatto quello che ho fatto? [… ] Thor fa quello che è nato per fare ed io faccio quello che sono nato per fare.»

Loki non esita a cambiare alleati, bandiera, parvenza, sesso, pur di conquistare il trono di Asgard. Qualche volta, tuttavia, ci sorprende: anche se raramente, Thor se l’è trovato al fianco, a lottare per una causa comune. Perché Loki, alla stretta finale, sa cosa è importante e per che cosa veramente vale la pena di morire. Questo lo rende curiosamente affine a noi tutti: molto umano, a tratti perfino affascinante. O si tratta soltanto del suo ennesimo inganno?

Immaginare il Male richiede fantasia e una certa dose d’intuizione psicologica. A ben guardare, tutti i Cattivi hanno un passato oscuro, hanno subito dei traumi, sono infelici. Quale risposta agli insulti subiti, i Villains sono quasi tutti narcisisti maligni, collocati in un invalicabile cerchio di solitudine, e hanno dovuto alimentare il loro grandioso con l’assoluto senso di onnipotenza. Quasi ci sentiremmo di trovare una giustificazione al loro agire, dovuto a un destino spietato che lasciava forse poco margine alla scelta. Tuttavia dall’altra parte, sul versante dei Buoni, si scopre che gli Eroi non stanno messi molto meglio! Sono disabili, a volte sono mostruosi, hanno avuto lutti strazianti o un’infanzia faticosa, fatta di umiliazioni, fame e degrado sociale, anche loro avrebbero avuto ogni giustificazione per deragliare.

La Tragedia greca, l’Epica, la grande letteratura insegnano che in fondo la linea che separa la Luce dal Buio è tanto più sottile e tanto più marcata quanto più il Buio e la Luce sono a contatto, vicini, come la Notte e l’Aurora, figli di una medesima matrice, ma destinati a un karma drammaticamente opposto. Dunque, dati i presupposti spesso tanto simili, qual è la variante che determina la differenza? In qualche caso è la presenza, nella vita degli Eroi, di una buona madre, o di un sostituto genitoriale, di un Maestro, insomma, che cancelli e annulli se non tutto il dolore, almeno l’effetto negativo del trauma, a sottolineare che non si diventa nessuno senza qualcuno. Ciononostante sempre, nelle opzioni vitali dei personaggi Marvel, a fare la parte del leone è il libero arbitrio individuale. È la scelta personale che porta a distruggere o a costruire. Come spiega efficacemente Captain America, non è tanto questione di opportunità, quanto di scelta: «Un giorno ti svegli e scopri che non vuoi più essere feccia!»

È questa, in fondo, la scomoda scelta di ogni giorno, che trasforma ogni uomo comune in una persona spregevole o in un eroe.

4 Readers Commented

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  1. Luca on 27 febbraio 2014

    Premettendo che non leggo i fumetti della Marvel, la mia opinione si rifà soltanto all’incontro cinematografico avuto con loro e per quanto riguarda Loki, al primo Thor e the Avengers. Soprattutto basandomi su quest’ultimo ho trovato il personaggio di Loki totalmente privo di appeal, un cattivo che non mi hai mai coinvolto, non mi ha neanche per un momento attirato verso il lato oscuro o fatto parteggiare per lui…l’ho trovato veramente “debole”. Ho la sensazione di essere in minoranza perché so che Loki è un personaggio molto amato (credo/spero più per il fumetto) e lo stesso attore ha ricevuto diversi riconoscimenti…però che devo dire, non è partita la scintilla. Certo però che assume tutto un altro standing se confrontato con il Teschio Rosso cinematografico del primo Captain America, su cui preferisco stendere un velo pietoso e non perdere neanche tempo a commentare….. 🙂
    Saluti.
    Luca

    • Gioia on 27 febbraio 2014

      La premessa è fondamentale. Riguardo a Cap, ti segnalo il mio articolo precedente, sempre su Diario, se ti fa piacere dare uno sguardo. Grazie per la tua opinione, Luca!

  2. Matteo on 28 febbraio 2014

    Ciao,
    ho trovato il tuo articolo molto interessante sopratutto nella chiosa finale che ne da il giusto senso. Lunedì mattina lo userò per il “pensiero del buongiorno” ai miei studenti. Mi permetto di aggiungere che spesso nel Villan avviene anche un processo di de-responsabilizzazione delle proprie azioni. Spesso davanti la scelta decisiva del “da quale lato della forza stare” è accompagnata da frasi del tipo: mi avete costretto a farlo, non avevo scelta, voi mi avete trasformato in questo, ecc …. Credo proprio che la scelta di essere diventato un Villan sia proprio difficile da sopportare, il disprezzo che manifestano per i buoni, considerati deboli e fragil,i potrebbe essere in realtà ciò che pensano di se stessi in quanto non sono riusciti a essere forti nel momento decisivo della scelta. “L’invidia del Supereroe” (visto come colui che invece ha fatato la scelta più giusta, più socialmente accettata, più gratificante) sia intrinseca in loro. In questo mi sembra che la serie dei Thunderbolt ne sia un piccolo spaccato.

    Alla prossima

    Matteo

    • Gioia on 28 febbraio 2014

      Come mi sarebbe piaciuto essere un tuo studente, Matteo! Grazie davvero.

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