Quello del biografo è un mestiere faticoso e per nulla facile. Virginia Woolf, che di tomi biografici ne lesse a centinaia e ne scrisse tre (anche se solo uno “serio”, dedicato a Roger Fry), sosteneva dovesse essere un’arte “abbastanza sottile e audace da offrire un bizzarro amalgama di sogno e realtà, perpetua unione tra granito e arcobaleno.”

I nudi fatti sono senz’altro interessanti, ma mancano di appeal letterario; il romanzare, d’altro canto, provvede tutto l’intrattenimento necessario, ma ha tempi e modi incompatibili con il racconto dettagliato degli eventi. Eppure, sosteneva ancora Woolf, è indispensabile trovare il modo di combinare la verità degli uni con quella dell’altro.

L'uomo dell'istante IperboreaDai tempi in cui venivano scritte queste parole a oggi, lo stile biografico si è decisamente evoluto nella direzione auspicata da Woolf, tanto che in alcuni paesi le biografie vengono divorate come fossero romanzi e campeggiano tra i libri più venduti (provate a fare un giro in una libreria inglese o americana per accorgervene). D’altro canto ficcare il naso dietro le porte, sotto i tappeti, dentro i cassetti di tale o talaltro personaggio è un sogno al quale è difficile che un lettore, curioso di natura, sappia resistere. Di certo non so resistere io, soprattutto se il personaggio in questione è un filosofo (già vi dissi che libri e filosofi sono una mia debolezza) o uno scrittore, oppure, meraviglia!, entrambe le cose, e soprattutto se si tratta di soggetto notoriamente cupo e perseguitato da angosce esistenziali come Søren Kierkegaard. Ho gusti masochistici, che vogliamo farci.

È stato con un certo perverso entusiasmo, quindi, che mi sono avvicinata a L’uomo dell’istante, bio-romanzo dell’autore danese Stig Dalager centrato, l’avrete intuito, sulla figura del suo conterraneo filosofo.

Il libro inizia con il ricovero in ospedale del protagonista: pur avendo solo 42 anni sente di essere pronto a morire e desidera concludere la propria vita lì. Ha risparmiato apposta: vivrà nella sua stanza in attesa della fine. Rifiuta le speranze dei medici e accetta al suo capezzale solo la signorina Fibiger, infermiera con velleità letterarie che ha trovato nella cura dei malati la consolazione della propria esistenza.

Tramite l’espediente del ricovero e della malattia, che provoca al filosofo sonni agitati simili a deliri, Dalager ripercorre così la vita di Kierkegaard mescolando eventi a racconti sugli eventi, e unendo il tutto con ampio ricorso agli stessi scritti del filosofo (i quali sono, per nostra e sua fortuna, molto abbondanti).

Vissuto a Copenaghen nella prima metà dell’Ottocento, Kierkegaard è considerato padre dell’esistenzialismo con risvolti religiosi. Nato “da un padre d’acciaio e da una madre distratta” come il giovane esploratore Tobia, con sei fratelli maggiori di cui cinque muoiono prima che lui compia vent’anni, il malaticcio Søren cresce sotto l’ombrello di un’educazione severa, dove pessimismo e senso di colpa sono gli ingredienti principali di ogni giornata.

L’austera figura paterna, in particolare, lo segna fin da bambino, portandolo a chiedersi: “Perché non poteva essere come tutti gli altri? E la sofferenza maggiore era sentirsi come una creatura meramente spirituale e vivere solo di riflesso – quasi un vecchio – lontano dall’esistenza, mentre i coetanei godevano della gioia spontanea della vita”. Crescendo il suo atteggiamento cambia, e anche se trova il coraggio di opporsi al padre e di rifiutare gli studi di teologia per dedicarsi alla filosofia, quella stessa severità diventerà parte di lui e guida imprescindibile nel cammino verso la conoscenza.

Quando il padre muore, Søren si persuade che in un estremo atto di generosità abbia deciso di abbandonare la vita per consentire a lui di fare finalmente qualcosa di se stesso. “Di trovare una verità che sia verità per me, trovare ciò per cui io voglio vivere e morire.” Quale sia questa verità diventa ben presto chiaro per il giovane avido di sapere, e per noi che leggiamo di lui: si consacrerà alla conoscenza, allo studio, al senso di responsabilità totale nei confronti del mondo e dei suoi simili. Per questo abbandonerà l’unico amore della sua vita, Regine Olsen, non perché non la ami ma, al contrario, per poter spogliare la sua figura di ogni elemento terreno e farne un puro ideale da inseguire, il sacrificio supremo alla sua missione, tanto da dire che “tutto quello che ho scritto, l’ho scritto per lei”.

Il lavoro di Dalager è scrupoloso e puntuale; basandosi sulla fittissima produzione di testi, lettere, diari e annotazioni di Kierkegaard, ricostruisce la figura di un uomo vivo e concreto, nel quale carne e spirito si combattono alla ricerca di un equilibrio che arriverà però solo con la morte: “La ragione è poca cosa, e più ne siamo consapevoli, più acuta è la sofferenza. La fine della sofferenza è la morte. Io muoio per una causa. È questo che dà senso alla mia morte”.

L’uomo dell’istante non è una tipica lettura da spiaggia, ma se amate i filosofi pessimisti, i tomi di un certo spessore e uno stile narrativo molto classico, allora fa decisamente per voi: è scorrevole, chiaro e con punte di lirismo che ben si adattano allo spirito poetico di Kierkegaard.

In chiusura, una spigolatura: il titolo del libro fa riferimento a L’istante, rivista quindicinale che Kierkegaard pubblicò tra il maggio e il settembre del 1855, e della quale fu fondatore e unico redattore. Se mai avessimo avuto dubbi sulla sua vocazione al martirio (soldato di frontiera, si definiva), l’impresa di gestire una rivista in solitaria ce li farebbe subito passare.
Ave atque vale, poeta pensatore.

Titolo: L’uomo dell’istante
Autore: Stig Dalager
Data di Pubblicazione: Aprile 2016
Casa Editrice: Iperborea
Numero di Pagine: 416
Prezzo: € 18,50, e-book € 9,99

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