Abbiamo una serie di successo, con una certa fama, che con alti e bassi è riuscita a trattenere gli spettatori fino alla settima stagione. Ora, come facciamo a terminarla, dato che sostanzialmente non ce la facciamo più, abbiamo spremuto tutto lo spremibile fra vampiri, licantropi, fate, mutaforma e quanto altro possibile vogliamo immaginarci, dato che il network ha già altri progetti per quello spazio? True Blood, la celeberrima serie della gloriosa HBO, è arrivata al capolinea, e non deve essere stato facile per gli sceneggiatori maneggiare la patata bollente.

true-bloodÈ ovvio che calcolando le scene di sesso, “intergenere” e non, le macchiette legate alla caratterizzazione dei numerosi personaggi di contorno e lo splatter sparpagliato un po’ ovunque, già un bel po’ di quarti d’ora da girare è bello che impiegato, però, sostanzialmente, che farne dei personaggi principali? Come concludere una traiettoria già abbastanza complessa di suo?

Sookie Stackhouse, Bill Compton, Eric Northman – la versione del trio 2 vampiri/1 umana made in Charlaine Harris – con intorno amici, nemici e parenti meritavano una fine degna. L’imperfetto è d’obbligo perché fra gli spettatori le lamentele e le recriminazioni riguardo all’episodio finale non sono state poche. Ciò che qui interessa però è esaminare le direzioni che gli sceneggiatori hanno deciso di prendere e le motivazioni intrinseche di esse.

La scelta di cercare la coerenza e l’anima dei personaggi si è vista già nel primo episodio: i cattivi erano già stati introdotti nel cliffhanger finale della sesta stagione, ma in questa settima si capisce che più che essere i vampiri fuori controllo a causa del virus V, il vero nemico è lo stesso virus che li uccide per fatale decadimento, quel fattore da cui i succhiasangue sarebbero, per definizione, salvi. Certo, se non fosse che in effetti fra paletti, catene d’argento e roba simile ormai in True Blood le creature della notte sono più caduche e vulnerabili degli umani. E più che la morte in sé (la cosiddetta True Death), diciamolo, il peggio è la sofferenza, l’agonia, l’orribile vulnerabilità del sentirsi alla mercé di qualcosa che non si può controllare, il salto spaventoso verso il nulla: cioè le caratteristiche tipiche dell’umanità.

La stagione scorsa aveva creato, almeno all’apparenza, una comunità coesa, o sulla via della reciproca tolleranza in vista della stretta necessità: il True Blood infatti non esiste più e i vampiri in qualche modo si devono nutrire, mentre gli umani hanno bisogno di qualcuno potente che li protegga dalle bande degli infetti. Sotto la guida di Sam Merlotte, sindaco mutaforma in incognito, si prova a convivere nella reciproca accettazione. Ma l’attacco della banda di vampiri malati, folli e violenti fa emergere non solo la vulnerabilità di questo tentativo di pacifica tolleranza, ma anche la debolezza dei tentativi cosiddetti “politici”. Essi non funzionano perché una fazione ribelle preferisce ancora l’intolleranza e le armi. Il tentativo di Sam, del pastore, con il sostegno del “vampiro Bill” va a male forse anche perché il primo persevera nel tenere nascosta la sua identità di mutaforma e quando la cosa invece si scopre la fiducia viene meno. Ma soprattutto la debolezza di una coalizione che tiene insieme i diversi è amaramente denunciata come fatale. E in una serie che pone in filigrana la questione della possibile convivenza delle diversità l’argomento non è irrilevante.

true-blood-finale_612x380Che esito ha però poi la faccenda? Ci risponde questo ultimo episodio: quel che rimane è invece proprio una piccola comunità che è una famiglia allargata, dove i vincoli dell’amore, duramente messi alla prova dalle varie vicende, nelle storyline dei numerosi personaggi hanno retto, hanno trionfato. La scena del banchetto finale – SPOILER – non è solo un contorno per la storia di Sookie Stackhouse, ma è l’ipotesi piena di speranza che mostra come il nucleo di una piccola cittadina possa reggere l’urto dell’intolleranza dell’alterità solo grazie ai diaframmi che cadono, alle persone che abbassano le proprie difese e guardano l’altro nella sua verità. Arlene che sta felicemente con un vampiro, Lafayette che alla fine ha trovato la sua anima gemella, Jessica che ha ritrovato il suo primo amore e Jason che è diventato il vero se stesso e ha cominciato a far bambini. Quelli che mancano, Tara, Bill, sono loscotto da pagare alla vita, quei dolori, quei pezzi di sè che pur mancando ci costituiscono, oltre al fatto che le morti dei personaggi “vanno” in TV, e se non ci fossero la fiction non somiglierebbe più alla vita. E alla fine la versione del paradiso in terra è un “tutti insieme appassionatamente”, con tanto di perpetuazione della specie: famiglie, figli e serenità conviviale. Tutti hanno l’anima gemella perché l’amore è la cosa che più conduce in paradiso. Amiamoci davvero finché possiamo. Sul serio avremmo preferito un bagno di rosse frattaglie? O la riduzione di tutto a una ship vincente e a una perdente?

Il paradiso e l’inferno alla fine, questo pare abbiano voluto riprodurre gli autori: ciascuno ha quel che desidera e quel che si merita. L’inferno in terra è stare in una segreta per essere venduti, usati, terrorizzati, mentre il fantasma dei tuoi tradimenti passati ti perseguita. Sarah Newlin è troppo “il nemico” per meritare una morte eroica, o una morte qualsiasi o il perdono. Nemmeno il fantasma di un ennesimo new deal le è consentito, lei che incarna il wasp, il bianco perbenista e benpensante, egoista e incapace di reale empatia con gli altri, colei che è incapace di approdare a un cambiamento che sia vero, profondo e non una nuova efferata forma di opportunismo egoistico. Sarah, esile, bionda, intelligente a suo modo, è l’anti Sookie. La prima usa la religione allegramente, ritagliandosela addosso in base alla necessità del momento e in funzione dei suoi sogni di gloria e potenza, cercando sempre qualcuno, maschio di successo o idea, a cui appoggiarsi. La seconda si pone domande, vive i suoi dolori, compie scelte morali o fa sbagli in piena lealtà e responsabilità, e cresce come persona autonoma, che proprio per questo è in grado di dare agli altri. E sempre pensa in termini altruistici, nonostante possa sentire con la sua empatia magica tutta la perversa fatuità di quel prossimo per cui si sacrifica. Per questo, alla fine, Sarah, ben vestita, truccata e incatenata, è sostanzialmente sola, mentre Sookie è in compagnia, in tutti i sensi.

Ma, un attimo… E l’amore fra Bill e Sookie? Quello che stava all’inizio della storia? Che ne è stato? Che giudizio le vicende narrate ne hanno dato?

TRUE-BLOOD_612x380Sookie Stackhouse, telepate (perché fata, ma questo lo scopriremo poi) si innamora seduta stante di un vampiro anche perché lui non può essere letto, è un mistero per lei. L’alterità è un mistero che può affascinare e/o spaventare. Lei, con un presunto masochismo, ci si butta con tutta se stessa. Non si vuole qui riassumere le vicende di sette stagioni, ma sostanzialmente le intenzioni nascoste di Bill, i suoi segreti sono anche il nemico. Lei dubita di lui e della verità di quell’amore che l’ha portata a lasciarsi usare e l’ha quasi uccisa. Che cosa succede alla fine? I due si avvicinano, di nuovo, ancora. Chi tifava per una happy ending con Eric è rimasto deluso. Sookie ci aveva provato ad andare oltre la mania dei vampiri e a stare con semplicità con qualcuno che la mettesse al di sopra di tutto, però non le è bastato: Alcide Herveaux era il suo sogno di (quasi) normalità. Poteva leggergli la mente, ne conosceva pregi e difetti e sapeva di essere amata sinceramente. Eppure in quel rapporto non ci stava intera, lo capisce e se ne duole profondamente, dopo la morte di lui. Anche se quello sarà stato uno dei periodi più sereni per lei. Qual è il punto allora? Forse che al vero amore non si comanda?

Brian Buckner, lo showrunner di questa settima serie ci ha portato all’attenzione una serie di flashback in cui si sviscerava il passato di Bill. William Compton era un gentiluomo del Sud vecchio stile, con un suo codice, la sua eleganza e una storia che si era gettato alle spalle. Gliene abbiamo visti fare di rivolgimenti, questo è certo: seguace di Lilith, dio superpotente, imprenditore sagace di se stesso con la scrittura delle sue memorie e la commercializzazione del proprio personaggio. Ma, alla fine chi era lui, in base alle sue stesse conclusioni? Uno che avrebbe dovuto morire tanto tempo prima. Il contrasto è stridente, le tante versioni di Bill sono davvero molto diverse, i flashback sono in generale risultati a molti noiosi e posticci, ma la questione riguarda il segno che si lascia di sé nel mondo. Bill Compton lascia Jessica, una “figlia” consapevole del suo amore, avviata a una possibile serenità e alla sicurezza di una casa che non le verrà meno. Bill si fida di Andy Bellefleur e ne ha la fiducia, ha gli amici intorno prima della sua morte, condivide la gioia del matrimonio di Jessica. Pare tanto il caro vecchio Seneca con la sua triste intenzione stoica di essere padrone del suo destino.

Ma quello che tanto lo definisce è infine il rapporto con la protagonista vera dello show, Sookie Stackhouse. Ed è Bill che compie alla fine il gesto classico delle fini epiche: la morte sacrificale.
A metà strada fra loro due c’è sempre stato il cimitero. Un simbolo? Una bara è un fatto, è quel che c’è nella vita umana, a darle valore e prospettiva. Bill muore perché il suo essere vampiro era stato un errore? E la diversità che è una bella cosa allora che fine ha fatto? Il profilo principale che emerge è comunque: “muoio io perché tu possa vivere”. La conclusione che Bill Compton si conquista è l’esito di umanità che si raggiunge quando si annulla se stessi per un altro. Ma nel frattempo, come contrappeso finale dell’inizio, Sookie finalmente può leggere i pensieri di Bill, affetto da umanità finale – Pinocchio diventa un bambino vero – e finalmente comprende quel che ciascuno ha bisogno di comprendere da chi di dovere: che è amato. Così il ciclo iniziato sette stagioni fa si conclude. Bello quando Bill replica a lei che afferma che lo ricorderà per sempre: lui non sa cosa succederà perché non si sa cosa c’è dopo. E il fantasma di Tara che appare alla terribile mammina? In effetti, in barba a sedute spiritiche, fantasmi e roba simile, questa è la reale sovrana incertezza, dato per nulla irrilevante, davanti al quale siamo tutti uguali. Fratelli, praticamente. Quel non sapere è più di mitologie specifiche e apposite, è la cifra dell’uomo.

Eppure il gentiluomo che ama fino al sacrificio è diluito dall’eutanasia, spacciata per forza. Del resto se non c’è un Dio buono che sovrintende momento per momento alle nostre esistenze, perché accettare di soffrire fino alla fine? Ma chiedere a Sookie di ucciderlo? Non c’è un po’ di egoismo qui? O almeno un’ultima mania di controllo per cui la vorrebbe salva dalle grinfie degli altri vampiri.

True_Blood_is_an_American_television_dramaL’alternativa dell’altro lato del triangolo, quello dell’affascinante vichingo Eric Northman, qual è? pare che sia diventare ottimi imprenditori di se stessi e guardare il mondo da uno scranno che scimmiotta un trono. Diciamolo, Pam ha avuto un lieto fine perfetto per lei, mentre il povero Eric è finito re di nulla, una copia parodistica di se stesso: che tristezza! Ha voluto continuare a vivere, insieme all’impagabile Pam, e trarre il meglio dalla vita con un carpe diem che è riuscito a guadagnare anche dalla salvezza portata dal New Blood alla stirpe dei vampiri. Diciamo che il lato grottesco aveva bisogno del suo sacrificio. Però siamo tanto felici per Pam, che ha visto scalzata la tanto odiata Sookie.

Una notazione: la morte non è poetica, Sookie e il suo bel vestito nero finiscono tutti inzaccherati di sangue. Si potrebbe obiettare che pure la nascita non è affatto pulita, così la scena della fossa da cui lei esce sporca e devastata dal dolore dovrebbe essere la fin troppo facile metafora di una nuova nascita, dell’inizio di una nuova vita. La morte dà peso alla nostra vita. Dolore e sangue: nascita. Dalla morte. E lei va dove deve andare. La donna uccide, fa nascere e rinasce. È lei che ha l’ultima parola, col suo pancione e il suo coraggio di ricominciare con tutto quel che è, ancora e ancora, senza rinunciare alla propria semplice e scintillante unicità.

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