Fate posto, ladies and gentlemen: l’alloro di serie più tamarra dell’anno sembra aver trovato la fronte su cui posarsi. O, per essere precisi, le fronti: quelle dei cinque adorabili, inetti e totalmente improbabili protagonisti di Shadowhunters.

Ma andiamo con ordine: Shado-chi? Le vicende degli Shadowhunters, o Nephilim, cacciatori di demoni metà uomini e metà angeli la cui missione è da secoli quella di proteggere il mondo e i suoi abitanti da demoni e malvagità, sono al centro della saga di romanzi urban fantasy pubblicati dall’autrice americana Cassandra Clare.

La saga si compone di due serie (più una terza della quale sta per uscire il primo volume): The mortal instruments, ambientata in una New York contemporanea, e il prequel The infernal devices, che si svolge nella Londra vittoriana. Il successo planetario soprattutto della prima – con le avventure di amore, morte, amicizia e lealtà di Clary, una ragazza che scopre di essere una shadowhunter, e del gruppo di cacciatori che la accoglie e la aiuta a combattere le forze del male – ha avuto come naturale conseguenza il tentativo di una trasposizione sul grande schermo. Il flop del primo film, Città di ossa, ha però spento le ambizioni da blockbuster del progetto, lasciando nello sconforto i fan di mezzo mondo fino a quando non si è diffusa la notizia che Clary, Jace e compagnia sarebbero risorti in forma di serie TV.

La scelta degli interpreti ha tenuto banco sui social network per mesi, con cruente battaglie a colpi di fancast su Tumblr concluse tra mugugni e qualche apprezzamento non appena i volti ufficiali sono stati annunciati. Nel corso delle selezioni i vari Katherine McNamara (Clary), Dominic Sherwood (Jace), Matthew Daddario (Alec), Emeraude Toubia (Isabelle) e Alberto Rosende (Simon) hanno dimostrato di conoscere i particolari dei libri e i corretti nomi delle coppie più amate, creando un dialogo con i membri del fandom e aumentando l’attesa per il debutto della serie. Che sulla carta aveva tutti i requisiti per riuscire bene: buon budget, facce carine e possibilità di dare spazio a fili di trama per forza di cose sacrificati nella versione cinematografica. Tuttavia nella realtà le cose non sono andate altrettanto lisce.

Facce carine, si diceva: che lo siano è indubbio, e, anzi, McNamara è persino troppo bella per una Clary filologicamente impeccabile, ma il problema non sta nei loro fisici allenati, nei visi dipinti, nei ciuffi scolpiti. Il problema è la loro straordinaria incapacità di recitare. Tra gli occhi lacrimosi e le urla forzate di Clary (che mantengono la stessa carica emotiva davanti a un ragno e alla morte del suo migliore amico), il fiero cipiglio di Alec, la bovina fissità di Jace, le corse tacchettate di Isabelle e gli sguardi stralunati di Simon, scena dopo scena assistiamo a un crescendo di chiacchierate, inseguimenti, battaglie, prese di posizione, sacrifici, omicidi, minacce e nefandezze il cui pathos è più o meno pari a quello di un video di 50 minuti sulle tappezzerie sovietiche.

Il cast di contorno, con un Hodge (Jon Cor) ben più giovane del teoricamente coetaneo Valentine (Alan Van Sprang) e un inatteso Luke nero (Isaiah Mustafa. E no, non si fa certo questione di razzismo: nei romanzi Luke è bianco e bianco sarebbe dovuto rimanere), regala giusto la soddisfazione di Harry Shum Jr, godibile Magnus Bane deliziosamente queer, glitterato e malizioso, risoluto nel bisogno e gattamorta in tutto il resto.

La sceneggiatura fa acqua un po’ ovunque, la regia… chi era costei?, l’ambientazione è falsata – da quando l’Istituto, solitaria e semideserta sede newyorkese degli Shadowunters, è popolato di decine di persone che giorno e notte picchiettano su monitor trasparenti e seguono le tracce degli intrusi come fossero dotati di GPS? –, gli effetti speciali riportano ai gloriosi tempi di Streghe e delle creature che si materializzano in fasci di luci, ogni cosa è sopra le righe, laccata e verniciata per renderla più facile…

Fallimento, dunque? Non proprio: se eliminiamo le aspettative per un prodotto curato e fedele alle sue origini letterarie e ci limitiamo a godere del giocattolo fracassone, l’effetto cambia parecchio. Dimenticate la cena chic in un ristorante stellato: qui siamo al McDonald’s dell’intrattenimento televisivo, e più grasso è l’hamburger, più ci prendiamo gusto.

Ben vengano allora i pettorali villosi e guizzanti di Alec che tira di box, le sessioni di training-capoeira di Hodge, le mise sadomaso di Izzy, capace di concupire fate e sezionare cadaveri con la medesima abilità. Ben vengano le spade angeliche che Clary maneggia con scioltezza dopo neppure mezzora di addestramento, ben vengano i cerchi magici che ricama in cinque minuti, novella Giotto, sul pavimento; le vampire vamp, i lupi mannari un po’ cattivi ma poi buoni ma poi ancora cattivi.

Siano benedette le ship, che salpano in gran numero a far da cornice alle due più potenti e acclamate, la canonica Clace (Clary e Jace), che già ci ha regalato un bacio, e la trendy Malec (Magnus e Alec) dal fittissimo seguito, con l’integerrimo e inesperto cacciatore a “smuovere” qualcosa nel cuore (cuore, certo) immortale dello stregone, da troppo tempo insensibile alle grazie di un altro essere, umano o meno che sia.

Venghino, siore e siori, più gente entra, più mostri si vedono. Il circo soprannaturale è in città e intende rimanerci. Noi puliamo l’unto dei popcorn sulle tovaglie di seta, e ci prepariamo a ruttare di meraviglia.

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  1. Miriam Herondale on 7 marzo 2016

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