“È questo l’inferno; l’amnistia generale, l’assoluzione prima del processo, il non luogo a procedere. L’ignoranza non è un’attenuante, bensì un’aggravante. Chi ignorantemente pecca, come me, ignorantemente si danna.” Così afferma il dottor Ruzzier nel nuovo romanzo di Claudio Magris.

Non luogo a procedere è un progetto esaltante e incredibilmente impegnativo che non solo riesce a irretire il lettore, ma arriva a ispirare pensieri e riflessioni sul Mondo, sulla Storia e sul nesso inesorabile tra poesia, amore e infelicità. Solo un grande narratore può concepire un romanzo che non si fonda sulla trama – ce n’è poca o quasi niente – o sui personaggi, ma sulla idea singolare di rinvenire i segmenti, impregnati di infamia, cancellati e abrasi (perché scomodi e vergognosi) della Storia.

Il protagonista senza nome del romanzo, triestino e appassionato di guerre, sogna di realizzare un Museo della guerra per esaltare la pace, che vuole intitolare “Ares per Irene”, e da accanito collezionista recupera ogni genere di arma antica e moderna. La documentazione degli orrori della guerra serve, secondo le intenzioni del protagonista, a rendere cogente la necessità della pace per qualunque popolo e in qualsivoglia tempo. Un grande e curioso sogno che fagocita ogni altra sua occupazione e pensiero, una ricerca che è maniacale come tutti i desideri che si impossessano di ogni fibra dell’essere umano.

_non-luogo-a-procedere-1440304695L’apparente ossimoro di un Museo della guerra per l’avvento della pace intriga fortemente il personaggio femminile del romanzo, Luisa Brooks, un’ebrea figlia di Sara e di un sergente nero Joseph, che, scampato agli scontri bellici, muore per un banale incidente sulla pista di Aviano. Luisa si occupa dell’allestimento delle sale del museo, divenendo, alla morte del protagonista, la fedele custode del patrimonio morale di quell’uomo singolare. Nella nota finale dell’autore, si scopre che la libera ispirazione al protagonista del libro è stata offerta da una persona realmente esistita, il professore Diego de Henriquez, che aveva dedicato tutta la sua vita al sogno ossessivo di costruire a Trieste un Museo della guerra per la pace. “La morte nel rogo del capannone in cui dormiva tra gli oggetti del Museo ha messo in moto un’inchiesta e un processo conclusi con un nulla di fatto” proprio come avviene nel romanzo al protagonista. Oggi a Trieste il Museo Diego de Henriquez è aperto a chi voglia fare un viaggio tra le armi per comprendere la sconvolgente idea della pace, come sostiene il protagonista del libro: “Se tutti mi dessero le loro armi, se tutte le armi del mondo fossero nel Museo, il mondo sarebbe in disarmo, sarebbe finalmente la pace. Ma occorrerebbe un grande Museo, grande come il mondo…”

Trieste ha un obbrobrio da nascondere e lo fa in modo scientifico, occultando e cancellando qualunque indizio che conduca al disvelamento della verità, di ciò che accadde durante la seconda guerra mondiale in un edificio, la vecchia fabbrica di riso triestina, la Risiera di San Sabba, che fu dai nazisti scelta come il luogo delle torture e dei massacri degli ebrei, partigiani e oppositori politici. La Risiera fu l’unico posto in Italia in cui furono operanti le camere a gas e dove morirono cinquemila persone. Il silenzio generale avvolse le attività perpetrate in quell’edificio, sia durante che al termine della guerra, quando si preferì cancellare e non ricordare più.

Il protagonista della storia alla fine della sua vita subisce una metanoia, una conversione, che lo porta a commutare gli obiettivi della sua ricerca maniacale, non più gli oggetti bellici, ma i nomi degli infami traditori che collaborarono con i nazisti. Egli accumula ogni indizio per smascherare i delatori e i bravi professionisti che riuscirono a trarre guadagni dai beni sequestrati agli ebrei. L’oblio voluto e ricercato intorno alla Risiera è uno dei tanti misteri offerti dalla storia della città di Trieste, scenario delle nefandezze patenti dei fasci-nazisti (tra le quali spiccano le violenze del torturatore fascista Collotti, insignito dal governo italiano di un’onorificenza post mortem!) e nascoste di coloro che li affiancarono per sete di guadagno o semplicemente per la sopravvivenza.

Magris, da segugio acuto e profondo, indaga nelle pieghe sfilacciate di questa storia, ma anche nelle vite di personaggi che si incuneano nel romanzo: il trisavolo Carlo Filippo, il giovane austriaco Otto Schimek, giustiziato dalla Wehrmacht per essersi rifiutato di sparare sulla popolazione civile polacca, Luisa de Navarrete, la negra libera rapita dagli indiani e dopo quattro anni ritornata a Puerto Rico da suo marito. Ai giudici dell’Inquisizione Luisa dice verità miste a menzogne per difendersi dalle accuse di idolatria, commercio carnale con i selvaggi e connivenza con le scorrerie degli indiani. Si mostra una novella Sharāzād, che inganna la morte con i suoi racconti, che i giudici sono vogliosi di conoscere e così si salva.

In questo libro Magris, tra le varie citazioni dotte, recupera i versi 27-28 della Teogonia di Esiodo, attribuiti alle Muse.

Ἴδμεν ψεύδεα πολλά λέγειν ἐτύμοισιν ὀμοῖα,
Ἴδμεν δ’εὔτ’ἐθέλωμεν ἀληθέα γηρύσασθαι

“Noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero, ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare” e mescola il vero storico e morale, per dirla manzonianamente, con l’invenzione romanzesca. I dati della ricostruzione storica di quello che avveniva tra i nazi-fascisti e la ricca borghesia triestina sono affidati a Ruzzier, segretario del presidente Zanchi, che consegna al protagonista la lista degli ospiti abituali alle cene con i nemici. Nomi, alcuni dei quali coincidono con quelli scritti sui muri della Risiera, e poi frettolosamente coperti dalla calce, che il protagonista copiò su fogli, andati bruciati nel rogo. Il filo di fumo accompagna gli avvenimenti della Risiera, dal forno crematorio, di cui è vittima anche la nonna di Luisa Brooks, alla distruzione ordinata da Oberhauser per far sparire le tracce dell’abominio nazista, fino al rogo del capannone, di cui è vittima il protagonista del romanzo.

Magris adegua ai diversi personaggi una scrittura densa e sempre curata in tutte le sue parole e nei suoi sintagmi, che hanno richiesto all’autore un febbrile impegno costantemente orientato all’ordine grammaticale e sintattico. L’incanto della prosa dello scrittore triestino nasce dalla forza delle idee e dalla duttilità con cui piega le parole preziose per la loro aura antica e filologicamente esatta. Le parole si muovono generosamente calde a descrivere l’amore pieno tra i genitori di Luisa e il suo spegnimento sulla pista di Aviano: una vera pagina di intensa Letteratura.

Sulla pista di Aviano si era spento il sole nero e caldo della sua vita. Dicono che, se il sole si spegnesse, ce ne accorgeremmo dopo otto minuti; dopo otto minuti la terra comincerebbe a raffreddarsi, l’aria a oscurarsi, le piante a reclinare. Lo stinto freddo crepuscolo ci aveva messo un po’ di più a calare senza remissione nel cuore di sua madre, perché il cuore e i pensieri e i reticoli di neuroni oppongono un po’ più di resistenza alla devastazione e alla fine; anche quando è là, davanti agli occhi, qualcosa nel cervello si oppone, anche se per poco, all’inammissibile e incontestabile evidenza, a quella verità dopo la quale non ci sarà più vita vera.

Non luogo a procedere è un grande libro come possono esserlo quelli che spalancano vertigini di giustizia e consentono che non vadano inghiottite per sempre schegge di una Storia smagliata dall’indifferenza e dalla vile convenienza dell’uomo. La scrittura serve anche a questo, a guardare là dove il tempo misero impedisce di leggere la Storia.

Autore: Claudio Magris
Titolo: Non luogo a procedere
Casa Editrice: Garzanti
Data di Pubblicazione: Ottobre 2015
Numero di Pagine: 362
Prezzo: € 20,00

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico "Publio Virgilio Marone". Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

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