Marco Marsullo, il sogno che si avvera

Il libro Atletico Minaccia Football Club ha interessato, divertito e appassionato un’intera classe, la V A a cui avevo proposto la lettura. “Finalmente un libro spassoso e ironico sul mondo del calcio, ma anche capace di indurre alla riflessione sulle intromissioni della camorra presenti nel romanzo”, hanno sentenziato in coro. L’intervista che segue è frutto delle elaborazioni di ragazzi di quindici anni e della amichevole disponibilità di Marco Marsullo.

L’avventura di Vanni Cascione, inizia con il dono da parte di un ragazzo straniero di un elefantino portafortuna, se così possiamo dire. Da quel momento il tifoso di calcio e allenatore fa nuovi incontri che gli danno la possibilità di realizzare il suo sogno. Perché ha scelto proprio quel simbolo? Ha un significato per lei?

No, nessuno in particolare. Ma prima che scrivessi questo romanzo, qualche mese prima, un venditore di colore molto simile al Samir del romanzo mi aveva regalato per strada proprio un elefantino, che ho conservato fino a poco tempo fa, prima di darlo a una persona a cui volevo portasse la mia stessa fortuna. Con quella persona è andata male, ma, come dice Samir alla fine del romanzo, e come penso io, “la fortuna è solo un piccolo seme di fiore portato in giro dal vento”, o qualcosa di simile.

Mourinho, inconfondibile uomo dalla barba di tre giorni, è dotato di grandi capacità nel mondo del calcio, ma anche di un carattere piuttosto scontroso. Come mai si è ispirato in vari momenti a questo grande nome del mondo calcistico, per esempio perché non a Alex Ferguson o a Trapattoni?

Semplicemente perché Mourinho è un personaggio epico, molto più di Trapattoni e di Sir Alex. Dentro ha tutto: vittoria, sconfitta, è uno spirito battagliero, è un polemico, un rissoso, ma sa anche essere spiritoso, televisivo. Insomma, è un personaggio che si presta molto all’associazione immediata di tante idee, ideale per essere imitato da uno come Cascione. E poi è senza dubbio uno dei personaggi calcistici più conosciuti al mondo, anche da chi di calcio non mastica nulla. Senza dimenticare che è un bell’uomo e piace molto alle donne. Infine, anche perché è un personaggio che mi affascina molto, nonostante io sia milanista e lui è un simbolo dei miei rivali storici dell’Inter.

Chiara è una ragazzina e per questo potrebbe sembrare la più ingenua, ma non è così. Ha aiutato suo padre nei momenti più neri del campionato e inoltre ha preso le sembianze di un grillo parlante quando si è battuta affinché il padre non si piegasse alla malavita. Da cosa è nata la scelta di porre la coscienza di Vanni Cascione, grande e vaccinato, in una ragazzina?

Be’, prima di tutto mi divertiva molto la cosa. Quando scrivo, se non mi diverto io ho la sensazione, e la certezza, che nessuno dei lettori possa farlo. Quindi seguo l’istinto, e l’istinto mi diceva che doveva essere la più improbabile voce a guidare Cascione nella sua sgangherata e folle rimonta. E poi, era bello dare un segnale forte: le donne, spesso, sono coloro che tirano fuori dai guai gli uomini. Anche se spesso ce li cacciano, a dire il vero.

Leggendo questo suo romanzo ho apprezzato l’insegnamento che vi emerge e credo sia fondamentale per noi tutti ragazzi, che viviamo in una società odierna in cui spesso i nostri sogni sono infranti dalle ingiustizie che ci circondano. L’essenziale però è continuare a lottare e non arrendersi mai. Perché lei ritiene che sia fondamentale avere nella propria vita un punto di riferimento? Lei ne ha mai avuto uno?

atletico-minaccia-football-clubL’insegnamento più grande della mia vita, a ora che ho ventinove anni, è proprio quello di non mollare mai. Ma proprio mai, quando si ha un sogno, un obiettivo, il più difficile o lontano che sia non importa. Importa solo la forza e la caparbietà per realizzarlo. E credo che l’ostinazione, alla fine, paghi più del talento, che sì è importante, fondamentale, in una cosa come la scrittura, per esempio, ma più di tutto, nel mio caso, ha pagato la cocciutaggine. La voglia di emergere. Non conoscevo nessuno nel mondo dell’editoria e sono approdato da Einaudi, probabilmente il più grande editore italiano, solo con la mia fortissima sete di arrivare in cima. Ho cercato il modo più furbo e utile per far arrivare loro il mio romanzo, una volta finito, e poi ho incrociato le dita. La fortuna ha sempre un ruolo fondamentale, in questo genere di cose. Ma va aiutata, provandoci sempre, non mollando mai. Il mio punto di riferimento, se si può intendere da un punto di vista letterario, è Niccolò Ammaniti. Quando avevo diciassette, diciotto anni lo lessi, e decisi che anche io volevo fare lo scrittore nella vita. E ora pubblico per la sua stessa casa editrice. Bella soddisfazione, no?

Da grande appassionato di calcio, ritengo che in Italia il calcio sia “malato”, visti gli ultimi avvenimenti riguardanti il calcio-scommesse.Nel suo libro tale situazione viene perfettamente rispecchiata dall’atteggiamento dei dirigenti dell’Icp Sancerchione. In un certo modo,questa vicenda può essere intesa come un elemento di denuncia verso quel calcio deciso a tavolino e non giocato veramente sul campo?

Assolutamente, anche se non era il mio scopo principale. Appassionato di calcio lo sono anche io (si vede, un po’, no?), nonché collaboratore di uno dei principali quotidiani sportivi nazionali. Dunque, di calcio io vivo, in tutti i sensi. E trovo che queste cose ammazzino il calcio. Gli illeciti, le scommesse, qualsiasi tipo di raggiro della legalità che deve esserci, per forza, dietro uno sport così amato e praticato come il calcio. Raccontando il pallone, quello forse più vero e sommerso dei campi di periferia delle serie minori, non potevo non fare i conti con notizie di cronaca che arrivano un po’ da tutta Italia. Quello che ho provato a far venire fuori è che, come sempre, non bisogna cedere ai ricatti di chi con l’illecito vuole rovinare le cose belle della vita. Il calcio è una di queste.

Secondo lei qual è l’ingrediente fondamentale per una buona squadra, non solo a livello di calcio, ma di ogni sport se non che scolastica o lavorativa? Quotidianamente ci troviamo in gruppo, sia per scelta sia perché situazioni della vita ci costringono, ma se vogliamo far funzionare le cose, oltre che alla bravura e alla intelligenza di tutti i membri, secondo lei, qual è la “colla” o “carburante” che serve a far funzionare tutto?

La voglia di aiutare il compagno. Se ognuno di noi, nella vita, nel proprio lavoro, anche a scuola, capisse che facciamo parte di un ingranaggio, sia esso di undici elementi, come di trenta milioni, le cose migliorerebbero. Nelle città, nei posti di lavoro, ovunque. La forza di sentirsi un corpo solo è la parte più bella di una collaborazione. A me, per esempio, capita con la mia casa editrice. Quando lavoro con loro mi sento al centro di un grande sistema che si muove per me, e io per loro. Mi piace tanto giocare di squadra.

Il gioco di questa squadra è molto simile a quello dei ragazzini nei campi da calcio di quartiere, poiché è disinteressato e finalizzato al divertimento, piuttosto che ad altri interessi, pensa che la vera essenza del calcio debba essere questa?

Cito una frase di Zeman, che è uno dei padri della mia morale di vita, oltre che uno dei più grandi uomini di calcio mai esistiti. Il concetto è che “Fin quando in una piazza ci sarà un ragazzino con una palla tra i piedi il calcio non morirà mai”. Questo, è il segreto. Che il calcio è una cosa che impari prima di camminare, prima di parlare, prima di conoscere il mondo. Non a caso, secondo me, la palla ha la stessa forma del pianeta che abitiamo, è qualcosa di intrinseco alla nostra natura. Ma io sono uno che ama questo sport alla follia, magari mi sbaglio. Ma mi piace pensare sia così.

Ho sempre sognato di scrivere un libro un giorno. Che consiglio darebbe a una persona che volesse iniziare a scrivere?

Scrivere. Sembrerà il più stupido e banale dei consigli, ma è l’essenza di questo che per me, ora, è un lavoro. Il lavoro più bello che c’è (dopo il calciatore e il chitarrista dei Rolling Stones, chiaro). Per arrivare a scrivere un libro, e magari pubblicarlo, occorre allenarsi, scrivere, pensare, buttare giù e continuare così. E contemporaneamente, cosa forse ancora più importante: leggere. Tanto, di tutto, sempre. Conoscere nuovi autori, scambiarsi pareri con amici, in libreria, su internet. Leggere è l’unico modo per imparare a scrivere un romanzo, un racconto, qualsiasi cosa che abbia una trama. E anche se la prima cosa che scriverai a un certo punto ti sembrerà una mezza schifezza tu non ti arrendere. Mettila in un cassetto, scrivine un’altra. Manda il tuo materiale agli editori, vedi cosa ti dicono, non mollare mai. Se hai questa voglia mettila su “carta”. Ti consiglio di cominciare con qualche racconto breve, niente di impegnativo, scrivi con la voglia di divertirti, di intristirti, di qualsiasi cosa tu voglia. Poi passa a un romanzo quando ti senti pronto. È difficile scrivere un romanzo perché è difficile tenere in piedi la sua struttura, la complessità di una storia non è la storia stessa, ma quanto questa riesca a reggere alla lettura, quanto equilibrate siano le sue parti, l’inizio, la parte centrale e il finale. Devono essere equilibrate, legate tra loro, far venire la voglia a chi legge di divorare le pagine. E puoi riuscirci solo vedendo come chi prima di te l’ha fatto, quindi: leggendo tanto. Se hai bisogno di qualche consiglio, mi trovi su facebook. Quando vuoi.

Il fenomeno della corruzione nel calcio, anche nelle divisioni minori, espressa nel libro è un attacco verso gli artefici del calcio-scommesse? Riporto, a proposito di ciò, le parole di un grande procuratore Mino Raiola, che a una domanda posta riguardo a chi meritasse il pallone d’oro, ha risposto: “Sappiamo entrambi il nome! È tutto manovrato, il più forte è Ibrahimovic, che resta estraneo da queste macchinazioni”.

Raiola rappresenta Ibrahimovic, è il suo cliente migliore, senza dubbio. Terrei da parte le dichiarazioni di Raiola che è sicuramente uno dei migliori nel suo lavoro, ma non mi pare proprio uno dei più grandi esempi di pulizia a livello di gestione dei rapporti sportivi. Detto questo, il calcio è un potere grande, che muove consensi e, soprattutto, danaro. Molto, danaro. Cifre che nemmeno immaginiamo. E come tutti i poteri che muovono soldi e consensi ne penalizzano la totale trasparenza. Di sicuro c’è qualcosa che viene deciso a tavolino, mi auguro non le partite, più che altro qualche premio, qualche investitura a livello dirigenziale nelle principali associazioni che gestiscono la parte burocratica (FIFA, UEFA, ecc). Da appassionato e tifoso, spero sempre che tutto fili liscio e che l’unico interesse di chi gioca a calcio sia fare un gol in più dell’avversario. Speriamo davvero sia così.

Sappiamo che sta scrivendo un altro romanzo. Ci può anticipare qualcosa?

In realtà l’ho finito qualche mese fa e uscirà, sempre con Einaudi, tra pochissimi mesi, credo nella tarda primavera (il mese è ancora insicuro, tra aprile e maggio). È un’altra commedia, che però con il calcio non ha niente a che vedere (ho troppe storie in testa e non volevo settorizzarmi, se così si può dire, in un ambito di narrativa sportiva). E poi scrivere un sequel ora, dopo il buon successo di Atletico Minaccia, mi sembrava un’operazione di marketing (e la casa editrice mai ha fatto pressione, anzi). E io le operazioni marketing non le voglio fare, io voglio fare lo scrittore. Per tutta la vita.

Questa intervista voglio finirla con annotazioni assai illuminanti che Alessandro ha scritto sul calcio e sul significato che attribuisce a uno sport che è molto, molto di più…

Il calcio, beh, il calcio è uno stile di vita, è il sabato sera di campionato, il martedì e mercoledì di Champions, le urla, la passione, la sofferenza, l’amore per i colori di una maglia che ti abbracciano,ti consolano,ti deludono,ti sorprendono, ti illudono ma di cui non riesci a fare a meno. Voglio però, raccontare non il calcio che tutti conosciamo delle alte divisioni, ma parlarvi del calcio vissuto in prima persona. Sono un ragazzo di quindici anni e, fino a poco tempo fa frequentavo l’oratorio Salesiani del mio paese; ecco credetemi sulla parola, non riuscirei mai a quantificare tutto il tempo trascorso presso l’oratorio; scherzo ancora con mia madre ricordando le telefonate verso sera che, in realtà potevano classificarsi come vere e proprie minacce alla mia persona. Il calcio visto da un bambino è, secondo il mio modesto parere, un qualcosa di indescrivibile e per quanto mi possa sforzare non riuscirei mai a rendere l’idea. Vedere la palla infrangersi in rete, contemporaneamente lo sguardo eccitato, l’animo galvanizzato, non sentirsi più le gambe,la fatica che scompare, le pulsazioni che scandiscono il tuo respiro, il tempo fermarsi, adrenalina mista a euforia proiettarti in un’altra dimensione: per me il calcio è la massima rappresentazione della vita, un susseguirsi di eventi inaspettati che possono portarti in alto o farti sprofondare nel baratro, ma, finché la palla è in nostro possesso, finché palleggeremo,attaccheremo, saremo determinati anima e cuore spinti da un’unica vocazione, la partita si vincerà.

the author

Grazia è nata e lavora a Gioia del Colle, in provincia di Bari, presso il liceo classico "Publio Virgilio Marone". Curiosa dell’umanità, ama le sfide e mettersi in gioco continuamente. Sensibile, testarda, diretta e determinata, è sempre alla ricerca di valicare i propri limiti. Il motto che cerca di rendere pratica di vita è l’ideale del commediografo latino Terenzio: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo: penso che nulla che riguarda l’uomo mi sia estraneo).

6 Readers Commented

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  1. Giorgio Veroli on 28 febbraio 2014

    Un bellissimo articolo su questo libro, molto significativo. Parla di temi quotidiani nell’ambito calcistico ma anche nell’ambito della vita di tutti i giorni, il più importante poi, che detrmina il destino di una persona, cioè il non arrendersi mai neanche davanti a pericolosi ostacoli… e invece conseguire i propri obiettivi fino alla fine. Davvero un bell’articolo, mi ha fatto molto riflettere questo libro, riflettere proprio su ciò a cui una persona aspira e che può riuscire a raggiungere mediante impegno e determinazione.

    • Grazia Procino on 28 febbraio 2014

      Grazie mille, Giorgio. Il romanzo di Marsullo si occupa di calcio, ma va decisamente oltre e investe molti lati della quotidianità italiana. Sono contenta che ti abbia indotto a riflettere su argomenti che solo a una prima lettura appaiono futili e superficiali.

  2. Alessandra Bellomo on 2 marzo 2014

    Mi è venuta una gran voglia di leggere questo libro!Mi interessa scoprire come mafia e calcio si possano intersecare.E mi sembra ammirevole l’autore per l’ostinazione nel perseguire i propri sogni e per l’onestà intellettuale che dimostra quando dice di non voler scrivere un sequel. Abbiamo bisogno di gente così in Italia!
    E poi, complimenti per i ragazzi. Hanno fatto una bellissima intervista, le domande sono argute, e mi hanno suscitato il desiderio di leggere questo libro. Bravi!

  3. Francesco Natuzzi on 4 marzo 2014

    La lettura dell’intervista a Marco Marsullo ci può far capire come lui ami molto il calcio,però,non quel calcio deciso a tavolino mediante un giro di soldi,ma quello vero,giocato sul campo,nel quale i calciatori danno l’anima e il corpo per battere gli avversari.D’altro canto,ammiro la capacità con cui è riuscito a collegare al mondo del pallone problematiche che soffocano l’Italia,come la mafia e la prostituzione,e la scelta dei personaggi che compongono la squadra,per lo più personaggi bizzarri e divertenti.Infine,devo fare un grande complimento a Marsullo perché,come me,fa parte di una grande famiglia,la più titolata in Europa(fino a qualche giorno fa anche a livello mondiale):il Milan!

  4. Maria Castellaneta on 6 marzo 2014

    Marsullo ama il calcio in una maniera molto simile a quella del protagonista del libro, con l’anima, e lo ha espresso in maniera evidente nel suo romanzo, che mi ha coinvolta e mi ha insegnato come bisogna coltivare le proprie passioni e come non arrendersi mai. Vorrei ringraziarlo per avermi trasmesso una grande forza di volontà, ma anche la voglia di collaborazione nell’aiutare gli altri, cercando di essere un unico grande corpo che si muove e agisce tutto insieme per un unico scopo, come succede nelle grandi squadre in cui sembra che tutti i giocatori siano in empatia e solo grazie a questo non si lascino prendere la palla. Grazie!

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